Wuhan: “nessuna indagine per non essere associati a Trump”

Una scienziata rivela l’ostacolo politico.
Sempre maggiori gli indizi che legano il virus al laboratorio.

Nessuna indagine è stata fatta al laboratorio di Wuhan al fine di capire l’origine del virus.

Questa è la testimonianza di una scienziata tra i 18 firmatari della lettera in cui viene chiesto di tornare a indagare sulle origini del Covid-19.

Questo, ovviamente, non equivale all’ammissione che il virus nasca in laboratorio, ma che nemmeno vi sono stati i dovuti accertamenti sulla sua origine.

L’ex presidente Usa, Donald Trump, non ha mai nascosto i suoi sospetti in merito al fatto che pandemia fosse originata da una fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan; è parrebbe essere proprio questo il motivo del non svolgimento delle indagini: la paura di essere associati a Trump, condizionando la comunità scientifica che non voleva rischiare le accuse di razzismo e collusione con l’ex presidente.

A riguardo, appunto, dice quanto di seguito:

All’epoca, faceva paura essere associati a Trump e diventare un potenziale strumento di razzismo, quindi nessuno voleva uscire allo scoperto con una richiesta formale di investigare sulle origini in laboratorio.

La decisione, infatti, fu quella di non andare a fondo delle accuse mosse dallo stesso Trump.

Alina Chan, la scienziata sopracitata, stando a quanto riporta Tgcom24, rimarcando quanto detto, ha infatti dichiarato:

Nessuna indagine sul laboratorio per paura di essere associati a Trump.

Continua poi sostenendo che alcuni colleghi erano in subbuglio allo scoppio della pandemia, per paura che qualsiasi dichiarazione venisse fraintesa, usata o strumentalizzata.

Ad oggi diversi studiosi stanno prendendo in considerazione diverse ipotesi; a tal riguardo la Chan prosegue:

So che il mondo intero ora è a caccia di una pistola fumante su Wuhan, ma siamo invece in presenza di briciole sparse sul pavimento.”

Poco tempo fa, proprio dei virologi di Wuhan con una pubblicazione su Science, dissero che eravamo davanti ad un “possibile incidente di laboratori”; in Italia la notizia fu riportata dal prof. Burioni, da sempre incline a questa tesi e che, infatti, si limitò a commentare la notizia con un “personalmente relata refero, no comment” (approfondimento al link).

Green Pass: arriva l’ok del garante della privacy

Approvata l’app dopo qualche tentennamento, insieme a Immuni.
Validità in Ue dal primo luglio.

Via libera da parte del garante della privacy al Green Pass anche tramite App.

Dopo una fase di incertezza, legata al corretto trasferimento dei dati (più nel dettaglio l’integrazione da parte di Pago Pa di alcune funzionalità come le notifiche push a contenuto generico), è arrivato il nulla osta per l’App IO, che verrà utilizzata come piattaforma nazionale ed avrà validità sul territorio Ue dal primo luglio.

Il Green Pass, appunto contenuto nell’App, permetterà ai cittadini di spostarsi liberamente tra i confini Ue e di partecipare ad eventi che lo richiedano.

Per ottenere il medesimo Green Pass è sufficiente disporre di una carta d’identità elettronica (chi non l’avesse può richiederla tramite l’account Spid, ovvero il sistema di identità digitale), scaricare l’App e registrarsi effettuando il login.

Una volta effettuata l’autenticazione, sarà possibile trovare la certificazione verde con il relativo codice QR.

Il Green Pass verrà rilasciato sia in formato digitale che cartaceo e sarà rilasciato a chi si è sottoposto a vaccinazione, a chi risulta guarito dal Covid-19 (fino a 6 mesi prima) ed a chi si è recentemente sottoposto ad un tampone risultando negativo (tendenzialmente si prende il riferimento delle 48 ore).

Non solo. Il garante per la privacy, che sull’App IO ha dichiarato “ci aspettiamo un riscontro positivo”, ha inoltre approvato anche l’App Immuni, già usata in passato ai fini della tracciabilità dei contagi sul territorio nazionale.

Apple Daily: 5 arresti nella redazione di Hong Kong

Blitz della polizia per violazione della sicurezza nazionale.
Congelati beni per 2,3 mln di dollari.

Per la prima volta in base alla nuova legge imposta da Pechino ad Hong Kong, un ordine di sequestro colpisce direttamente una società di media.

È successo nella sede del quotidiano Apple Daily, di proprietà del magnate dell’industria Jimmy Lai, in carcere dallo scorso dicembre.

Il blitz della polizia negli uffici del quotidiano pro-democrazia ha portato a cinque arresti, tra cui quattro uomini ed una donna di età compresa tra i 47 ed i 63 anni; tra loro, anche il direttore Ryan Law.

L’intervento della polizia è stato effettuato per “sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale” e gli arresti sono avvenuti per “collusione con un Paese straniero o con elementi esterni per mettere in pericolo la sicurezza nazionale”.

L’operazione ha portato al congelamento di beni per un totale di 18 milioni di dollari di Hong Kong, ovvero circa 2,3 miliardi di dollari americani, di tre società collegate ad Apple Daily: Apple Daily Internet Limited, Apple Daily Limited e Apple Daily Printing Limited.

Questo episodio crea un precedente che preoccupa tutto il settore dei media.

Apple, i dipendenti non vogliono tonare in ufficio

Opposizione dei lavoratori allo stop dello smart working chiesto da Tim Cook.
Avviata una campagna per chiedere più flessibilità.

No al ritorno in ufficio.

Questa, in estrema sintesi, la risposta dei dipendenti Apple a Tim Cook con riferimento alla sua richiesta di tornare in ufficio almeno 3 giorni alla settimana entro settembre, precisamente nei giorni di lunedì, martedì e giovedì.

Nel rifiutare lo stop allo smart working, i dipendenti hanno anche scritto una lettera nella quale chiedono più flessibilità; la medesima lettera è stata pubblicata da The Verge e riporta quanto di seguito:

Senza l’inclusività che la flessibilità porta, molti di noi sentono di dover scegliere tra una combinazione delle nostre famiglie, il nostro benessere, e l’essere autorizzati a fare il nostro miglior lavoro, o essere parte di Apple. Nell’ultimo anno ci siamo spesso sentiti non solo inascoltati, ma a volte attivamente ignorati.

Con queste parole, i dipendenti, lamentano una “disconnessione” da parte della direzione sul tema del lavoro da remoto.

Cook sosteneva che gli mancasse il “ronzio dell’ufficio”, ma evidentemente i suoi dipendenti non la pensano come lui.

Mentre Apple scoraggiava il lavoro da casa prima della pandemia, Twitter e Facebook hanno invece dichiarato che i dipendenti possono lavorare da casa per sempre, anche dopo la fine della pandemia.

Ferrari compra la cedrata Tassoni e la lancia come bevanda luxury

Si vuole creare un polo dell’eccellenza del bere made in Italy.
Tassoni rimarrà comunque unità produttiva autonoma.

Lo spumante Ferrari acquisto la storica cedrata Tassoni. E ne vuole fare una bevanda luxury.

La Tassoni, nata sul Lago di Garda da una spezieria che fu riconosciuta farmacia nel 1793, ha sempre avuto sede a Salò e la sua famosa cedrata fu lanciata nel 1956; con la peculiarità di essere prodotta solo con cedri “Diamante” provenienti dalla Calabria, nonostante l’acquisizione manterrà comunque la sua autonomia produttiva.

L’intenzione degli acquirenti, ovvero la Lunelli Holding coordinata da Matteo Lunelli ed il Direttore finanziario Claudio Dimarco, è quella di creare “un polo dell’eccellenza del bere, ambasciatore nel mondo dello stile di vita italiano”.

Come riporta “Il Mattino”, lo stesso Matteo Lunelli, specificando la volontà di farlo diventare un “Luxury Soft Drink” italiano per eccellenza, è orgogliosamente intervenuto sul tema come di seguito:

È un marchio iconico, un simbolo della migliore tradizione italiana che rimane in questo modo patrimonio del nostro Paese.

La strategia, ora, è quella di aumentare la presenza sui mercati internazionali e di affiancare alla cedrata altre bibite prodotte con materie prime sostenibili e di altissima qualità.