Erdogan lancia l’offensiva contro le truppe siriane

Offensiva turca contro le forze siriane ad Idlib.
Erdogan non vuole tuttavia scontrarsi con la Russia.

Ad Idlib, nel nordovest della Siria, è stata lanciata un’offensiva turca contro le truppe siriane.

La Turchia ha dichiarato che l’offensiva è dovuta alle ingenti perdite subite da Ankara a causa dell’attacco del regime di Bashar al Assad, ma che non intende scontrarsi con le forze russe a lui alleate e presenti sul territorio.

L’operazione della nazione guidata dal presidente Erdogan prende il nome di “Spring Shield” e “va avanti con successo”, stando a quanto dichiara il ministro della difesa turco, Hulusi Akar.

Contemporaneamente, la Siria ha reso noto di aver chiuso lo spazio aereo a velivoli e droni nella parte nord-occidentale del Paese; più precisamente, l’esercito siriano ha ufficializzato quanto di seguito:

“Qualunque velivolo violi il nostro spazio aereo verrà trattato come ostile e in quanto tale dovrà essere abbattuto. Forze del regime turco continuano a compiere atti ostili contro le nostre forze armate che operano nella provincia di Idlib e nella zona circostante.”

L’Ue riattiva l’operazione Sophia che Salvini aveva bloccato

Fatta passare come controllo sul’embargo delle armi, serve a gestire i migranti economici.
Bloccata dall’allora ministro Salvini, l’operazione Sophia viene riattivata dall’Ue.

L’operazione Sophia va rivista.

È quanto ha dichiarato l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Josep Borrell, durante la conferenza stampa al termine del consiglio Esteri dell’Ue a Bruxelles.

Più nel dettaglio, le sue parole sono state le seguenti:

Non si tratta di cambiare, ma di rifocalizzare il mandato dell’operazione Sophia, in modo che la sua priorità sia il monitoraggio del rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia e non si occupi di migranti.

L’embargo sulle armi non si controlla solo via mare, anzi, la maggior parte delle armi passa via terra, per il deserto. Possiamo controllare il mare, ma dobbiamo controllare anche la terra e i cieli. Servono satelliti e asset aerei che per ora non sono inclusi nella missione Sophia”.

L’operazione aeronavale dell’Ue era stata bloccata dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, che si opponeva all’obbligo di sbarcare in Italia i migranti salvati dalle navi partecipanti. Ora il consiglio europeo l’ha riattivata a livello politico.

Ora è necessaria la proposta formale discussa dagli ambasciatori nel Cops (Comitato politico e di sicurezza); lo stesso Borrell ha poi continuato:

Spero si possa avere una risposta al prossimo Consiglio Esteri dell’Ue. Alla conferenza di Berlino è stata decisa una tregua in Libia ma non ancora il cessate il fuoco, senza il quale è difficile immaginare un impegno dell’Ue sul terreno.

Ad ogni modo non penso che il cessate il fuoco sia una condizione necessaria per riattivare Sophia, che c’era già in precedenza e che si svolge in mare.

Per una parte dell’opinione pubblica italiana Sophia è un’operazione che riguarda solo la questione dei migranti; ma non è per questo che la riattiviamo. Originariamente l’operazione aveva entrambi i mandati, lotta al traffico di esseri umani e lotta al traffico d’armi, ed ha fatto molto contro il traffico d’armi, sequestrandone molte e impedendo che arrivassero in Libia. Ma certamente la missione navale avrà ancora l’obbligo di effettuare salvataggi in mare, in ossequio alle norme del diritto internazionale”.

Il sentore è quello che si voglia riattivare il business dei migranti economici, mascherato sotto il controllo del traffico d’armi.

Geopolitica, Lucietti: “L’Italia deve tornare protagonista. Oggi mancano figure di adeguato spessore”

Scenario geopolitico, Lucietti: “Italia priva di leader di spessore. Dobbiamo tornare ad essere decisivi al tavolo delle trattative e nelle relazioni internazionali”.

Tutti gli occhi sono puntati sugli scontri tra Usa ed Iran, che potrebbero addirittura portare alla terza guerra mondiale (approfondimento al link).

Prima gli screzi sulle petroliere nello Stretto di Hormuz, poi l’Iran che incrementa in maniera esponenziale la produzione nucleare puntando alla produzione della bomba atomica dichiarando “non volevamo farlo, ma ringraziamo il nemico (sottointeso, l’America) per averci dato la possibilità di dimostrare la forza della repubblica islamica” (approfondimento al link). Ancora l’assalto all’ambasciata americana di Baghdad (approfondimento al link), l’uccisione di Soleimani (approfondimento al link)e l’attacco alle basi americane di Al-Asad ed Erbil (approfondimento al link).

Il report Eurasia 2020 sostiene che non il duello non sfocerà in una guerra (approfondimento al link) ma l’aria che tira non è certo delle più delicate e nel frattempo Israele si schiera senza dubbi dalla parte di Trump (approfondimento al link).

Ne abbiamo parlato con il dottor Andrea Lucietti, laureato in Relazioni Internazionali e responsabile del centro studi di Nina International, che fa una disamina della situazione. Dottor Lucietti, secondo lei, cosa ha portato la situazione a questo punto, un singolo episodio oppure si tratta di tensioni accumulate?

Beh innanzitutto è impossibile non pensare alla politica interna americana. Trump sul fronte della politica estera ha sempre dimostrato di essere molto volubile ma quanto gli sta succedendo in patria (impeachement e annessi) certo ha contribuito nel voler accelerare un’operazione palesemente non pianificata. Poi, ovviamente, l’attivismo iraniano e il peso crescente che sta prendendo nella Regione ha contribuito all’escalation”.

Come giudica il comportamento di entrambe le parti (Usa ed Iran)?

Gli Stati Uniti hanno agito in modo anomalo. È vero che Soleimani e le birgate Al-Quds, da sempre, foraggiano gruppi terroristi nella Regione ma è anche vero che eliminare un alto grado di un regime straniero tanto potente è piuttosto azzardato. Del resto, Trump ci ha abituato all’imprevedibilità. Mentre sembrava in fase di disimpegno dall’Iraq esce con una manovra che, nella migliore delle ipotesi, obbligherà loro e gli alleati a un impegno ancora maggiore. Si è preso un rischio enorme. Del resto le parole di qualche giorno dopo hanno dimostrato che la speranza (più che l’obiettivo) era quello di flettere i muscoli evitando però un conflitto su larga scala.

Da par suo l’Iran ha agito in modo molto razionale. Ha approfittato della situazione per dare forza alla narrazione sull’arricchimento “necessario” dell’uranio per evitare futuri attacchi e ha dato allo stesso tempo dimostrazione di “moderazione” (sebbene illegittimamente, va sottolineato) attraverso una rappresaglia contenuta. Del resto, allo stato attuale, dubito l’Iran abbia le possibilità di essere più aggressiva sia dal punto di vista politico che militare”.

Quale sarebbe, secondo lei, il miglior approccio che dovrebbero utilizzare, allo stato attuale delle cose, le parti in gioco?

Allo stato attuale delle cose la de-escalation che è susseguita ai primi giorni di tensione mi sembra essere stato un atteggiamento corretto da parte dei due attori. Nessuno dei due aveva la possibilità di dare seguito alle minacce e ai toni delle prime ore e i fatti l’hanno dimostrato. Ovviamente, l’unico modo per iniziare a pensare di risolvere le tensioni sarebbe quello di tornare ad un tavolo negoziale per un accordo globale sulla rinuncia all’arricchimento dell’uranio a fini bellici in cambio di una mitigazione delle sanzioni. Impensabile pensare all’incoraggiare la democrazia, oggi, in Iran ma l’operazione militare americana ha avuto un effetto deleterio anche per la protesta veemente che si era levata nel Paese del Golfo nei mesi scorsi. Si è solo ottenuto un ricompattamento dell’opinione pubblica assolutamente contrario alle speranze della Comunità Internazionale. Razionalmente la speranza è che, per una volta, si affrontino situazioni complesse con ipotesi magari poco elettoralmente paganti ma sicuramente più efficaci sul medio-lungo periodo”.

E quale ruolo/comportamento dovrebbe ricoprire/mantenere l’Italia?

In tutta la vicenda l’Italia ha avuto allo stesso tempo un ruolo marginale e centrale. Politicamente è stata senza dubbio esclusa da qualunque valutazione pre e post attacco; si è però trovata al centro del dibattito per la presenza di un nutrito (in termini relativi) contingente di nostri militari in Iraq potenzialmente a rischio qualora la risposta fosse arrivata con altri toni e modi. In linea di principio l’Italia dovrebbe riprendere il proprio ruolo centrale nel dibattito sulla politica mediorientale anche se, a mio parere, la nostra classe politica, oggi, non è minimamente nelle possibilità di ricoprire degnamente il ruolo. Non intendo sparare sulla Croce Rossa ma la debolezza di Di Maio davanti ai pari grado dei Paesi alleati è evidente. Non penso sia solo un problema di persona ma anche di visione. Quando e se l’Italia deciderà di dover tornare ad essere centrale allora potrà contribuire non solo in termini di uomini sul terreno ma anche in ambito diplomatico col suo sempre riconosciuto apporto costruttivo. Siamo meravigliosamente bravi a costruire relazioni e ovunque ci riconoscono grande umanità. E’ necessario unirla alla competenza necessaria tornando a sedersi ai tavoli esprimendo opinioni prese in considerazione dai nostri partners”.

Attentato nello Yemen: più di 100 morti e decine di feriti

Ha causato oltre 100 morti e decine di feriti l’attentato nello Yemen.
L’esercito giura vendetta contro le milizie Houthi.

È stato decisamente doloroso l’attentato missilistico avvenuto in una moschea nello Yemen.

Il bilancio, stando a quanto riportato su twitter dal ministero degli Esteri yemenita, sarebbe infatti di oltre 100 morti e decine di feriti.

La moschea oggetto dell’attentato si trova nella provincia di Marib (ad ovest) ed è frequentata da truppe filogovernative; queste vittime vanno ad incrementare il già elevato numero di morti tra i fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, in una guerra che è iniziata nel 2014.

Il governo attacca i ribelli Houti ma l’attentato, che secondo fonti militari governative sarebbe avvenuto prima con un missile e poi con un drone, non è ancora stato rivendicato.

Il portavoce dell’esercito, il generale Abdou Majli, precisando che le vittime ci sono anche dei civili, ha dichiarato:

Ci sarà una risposta spietata contro le milizie Houthi“.

Al-Asad: feriti 11 soldati americani

11 i feriti americani dopo l’attacco iraniano.
I militari sono stati trasportati in Germania e Kuwait per visite mediche.

Trapelano le prime informazioni in merito all’attacco iraniano alle basi americane in Iraq avvenuto l’8 gennaio (approfondimento al link).

A smentire le dichiarazioni dell’amministrazione Trump, arriva infatti il comunicato della Coalizione anti-Isis, dove si sostiene che 11 militari americani siano stati feriti nell’attacco alla base americana di Al-Asad, in Iraq.

Ancora, nel comunicato si legge che “per precauzione diversi militari stanno ricevendo cure ai centri medici in Germania e in Kuwait”.

Stando al Defence One, i militari sarebbero stati trasferiti in Germania ed in Kuwait, al fine di essere sottoposti a trattamenti per trauma cranico e ad ulteriori esami dato che almeno un militare avrebbe subìto una commozione cerebrale; più precisamente, Myles Caggings, colonnello e portavoce del comando Usa a Baghdad, ha riferito quanto di seguito:

Per un eccesso di cautela, alcuni militari sono stati trasportati dalla base Al-Asad al centro medico di Landstuhl in Germania, ed altri al Camp Arifjan, in Kuwait, per screening di follow-up“.