Disuguaglianze: in Italia un autentico disastro

Aumenta il divario tra ricchi e poveri, i giovani sono schiavi legalizzati e sparisce il ceto medio: ecco la Caporetto italiana nella classifica delle disuguaglianze.

In Italia sta scomparendo il ceto medio, la società sta diventando a forma di clessidra (approfondimento al link) e l’ascensore sociale si è bloccato.

Peggio di così, è davvero difficile fare.

Stando alla classifica sulla disuguaglianza sociale stilata dal World Economic Forum in vista del Forum di Davos, il Bel Paese si piazza al 34esimo posto su un totale di 82.

La classifica è stata elaborata su parametri come la salute, l’accesso all’istruzione le opportunità di lavoro e l’uguaglianza salariale nei Paesi del mondo.

In cima alla classifica svettano Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda ed Olanda; l’Italia, invece, si colloca in fondo alla classifica dei Paesi industrializzati.

Nella nostra penisola il 10% dei più ricchi possiede oltre 6 volte la ricchezza del 50% dei più poveri; tale disuguaglianza è oltretutto in aumento da 20 anni: la quota dei più ricchi è cresciuta del 7,6%, mentre quella della metà più povera è diminuita del 36,6%.

Nel 2019, la quota di ricchezza posseduta dai miliardari italiani superava quella del 70% dei più poveri.

Quanto ai giovani, arrivano altri dati preoccupanti. Il 30% dei giovani occupati, infatti, guadagna meno di 800 euro al mese, mentre il 13% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa.

Se ampliamo lo sguardo a livello mondiale e ci agganciamo al rapporto Oxfam (l’organizzazione che si impegna a combattere la fame e la povertà nel mondo), vediamo che i 2.153 miliardari del mondo, ovvero l’1% della popolazione, possiedono le ricchezze del 60% della popolazione globale.

Spostando la lente di ingrandimento sulle donne, la situazione diventa ancora più grave: si stima, infatti, che i 22 uomini più ricchi del pianeta possiedano più denaro di tutte le donne dell’Africa.

Non solo. Il rapporto mette anche in luce che il 46% delle persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno ed evidenzia che nel 2017, con un reddito medio di 22 dollari al mese, un lavoratore inserito nel 10% di quelli che prendono le retribuzioni più basse avrebbe dovuto lavorare più di 3 secoli per raggiungere il reddito dei lavoratori appartenenti al 10% dei più pagati.

Divario Ricchi-Poveri: Italia la peggiore. Sparisce il ceto medio

Aumenta il divario tra ricchi e poveri in Italia, ma in tutto il mondo la società sta diventando a forma di clessidra: sparisce il ceto medio.

L’Italia, purtroppo, si aggiudica un altro primato negativo.

Stiamo parlando del divario tra ricchi e poveri; nel Bel Paese, infatti, i redditi più alti superano di ben 6 volte i redditi più bassi, consegnandoci il triste primato tra le nazioni più popolose d’Europa.

Il report è firmato Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, ed indica che nel 2018 in Italia il 20% più ricco della popolazione registra, appunto, entrate addirittura 6 volte superiori del 20% più povero.

Più precisamente la differenza è di 6,09 ed è in aumento rispetto al dato precedente del 2017 che era pari a 5,92. Il picco resta invece quello del 2016, che aveva toccato 6,27.

A livello di confronto, la Germania fa registrare un divario di 5,07 punti, la Francia di 4,23 e la Gran Bretagna di 5,95. La Spagna presenta invece un divario di 6,03 che è però in netto calo rispetto al dato precedente.

Eurostat è entrato anche più nel dettaglio, scendendo a vedere le differenze interne tra le regioni italiane, dive è emerso un divario tra Nord, Centro e Sud. Le prime due sono mediamente sono più ricche e presentano una differenza inferiore tra il 20% più ricco ed il 20% più povero della popolazione.

La classifica regionale, ordinata per minor divario, vede il Friuli Venezia Giulio al primo posto (4,1), seguita dal Veneto e dall’Umbria (4,2). La Lombardia presenta una differenza pari a 5,4 mentre la regione con il divario più elevato del Centro-Nord è il Lazio (5,4)

Preoccupante, invece, il dato emerso in Sicilia ed in Calabria: 7,4.

Una società, insomma, che in Italia si fa sempre più a forma di clessidra, dove esistono due classi: una estremamente ricca in cima ed una estremamente povera alla base della clessidra; quello che di fatto sparisce è il ceto medio.

Il tema va anche oltre i confini nazionali; è la popolazione di tutto il mondo che sta infatti adottando una forma di clessidra: la disamina Oxfam dell’anno scorso evidenziava che le 26 persone più ricche del pianeta possiedono un patrimonio pari alla somma di 3,8 miliardi di individui.

I miliardari che più hanno perso nel 2019

Ecco la classifica stilata da Bloomberg dei miliardari che più hanno perso nel 2019.

Si è concluso il 2019 portandosi dietro, come ogni anno, cose positive e cose negative.

Per qualche miliardario, l’annata è stata particolarmente negativa; vediamo di seguito questa classifica negativa inerente ai 10 miliardari che più hanno perso nel 2019, stilata da “Bloomberg”.

Cominciamo dal decimo posto in classifica con Seo Jung-jin, fondatore e presidente di Celltrion, gruppo biofarmaceutico sudcoreano che sviluppa farmaci per il trattamento di cancro, influenza, artrite reumatoide ed altre malattie che ha perso 1,6 miliardi di dollari.

Il prezzo delle azioni di Celltrion è crollato di circa il 15% nel 2019, riducendo il valore netto di Seo a 5,1 miliardi di dollari.

Uno dei motivi del calo delle azioni è stata la vendita di One Equity Partners di proprietà di JPMorgan di una quota del 4,5% in Celltrion per 327 milioni di dollari, avvenuta a maggio. La mossa ha seguito una vendita di azioni da un miliardo di dollari da parte di un altro investitore chiave quale il fondo sovrano di Singapore, Temasek, accaduto ad ottobre 2018.

Nono posto in classifica per George Kaiser, il presidente ed azionista di maggioranza di BOK Financial, la più grande banca dell’Oklahoma. È anche il fondatore di Argonaut Private Equity, nonché proprietario e presidente di Kaiser-Francis Oil.

La fortuna di Kaiser è scesa a 8,6 miliardi di dollari nel 2019, perdendo 1,6 miliardi di dollari.

All’ottavo posto si classifica Harold Hamm, fondatore, presidente esecutivo es ex CEO di Continental Resources, una delle maggiori compagnie petrolifere e di gas americane oltre che un pioniere del fracking.

Quest’anno il prezzo delle azioni di Continental è calato del 15% poiché le vendite di petrolio e gas più deboli hanno comportato un calo sia dei ricavi che dei profitti nei nove mesi prima di settembre. Il calo del valore delle azioni di Hamm ha portato il suo patrimonio netto a $ 10,1 miliardi. La sua perdita è stata pari a 1,7 miliardi di dollari.

Settimo in classifica Wang Wei, cioè il presidente e fondatore di SF Express, la più grande società di consegna pacchi in Cina, con una perdita di 1,9 miliardi di dollari. La sua fortuna è scesa a 8,5 miliardi di dollari nel 2019 a causa del rallentamento dell’economia cinese e della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Anche il prezzo delle azioni di SF è diminuito del 38% dalla fine del 2017.

Sesto posto per Thomas Peterffy, fondatore e presidente di Interactive Brokers, ovvero una delle più grandi piattaforme di trading elettronico della nazione, che ha perso 2,2 miliardi di dollari. Le azioni di Interactive Brokers sono scese del 12% nel 2019 a causa dei timori di una concorrenza più dura, poiché il rivale Charles Schwab ha eliminato le commissioni e ha accettato di acquistare TD Ameritrade .

La fortuna di Peterffy è scesa a $ 15,3 miliardi, ma è ancora classificato come una delle 100 persone più ricche della lista di Bloomberg.

Al quinto posto troviamo Robin Li, cofondatore e CEO del colosso cinese della ricerca online Baidu, che ha visto la sua fortuna ridursi a 9,2 miliardi di dollari nel 2019 con una perdita pari 2,2 miliardi di dollari.

Le azioni di Baidu si sono più che dimezzate da luglio 2018 poiché il rallentamento dell’economia cinese e la guerra commerciale USA-Cina hanno pesato sulla domanda pubblicitaria. Quest’estate, come riporta il Wall Street Journal, la società ha registrato la sua prima perdita trimestrale da quando è diventata pubblica nel 2005.

Quarto si posiziona Tan Siok Tjien che, con la sua famiglia, possiedono oltre il 75% di Gudang Garam, un produttore indonesiano di sigarette ai chiodi di garofano con una quota di mercato nazionale del 20%. Il prezzo delle loro azioni è diminuito di circa il 37% nel corso dell’anno, riducendo la sua fortuna a 7,8 miliardi di dollari e facendo registrare una perdita di 2,2 miliardi di dollari.

Si classifica al terzo posto Hui Ka Yan, il presidente e maggiore azionista di Evergrande, uno dei maggiori costruttori immobiliari cinesi, con una perdita di 2,2 miliardi di dollari. Il suo patrimonio netto è sceso a 30 miliardi di dollari, portandolo al posto numero 32 della lista dei ricchi, mentre il prezzo delle azioni di Evergrande è sceso dell’8% nel 2019. La stessa, secondo il South China Morning Post, è stata messa sotto pressione dal momento che i finanziatori cinesi sono meno disposti a finanziare progetti immobiliari e i legislatori hanno messo in atto nuovi regolamenti progettati per frenare la speculazione.

Al secondo posto troviamo Jeff Bezos, il fondatore e CEO di Amazon, che ha subito un calo del patrimonio netto dopo aver dato una quota del 4% di Amazon del valore di circa 37 miliardi di dollari a MacKenzie Bezos come parte del più grande accordo di divorzio nella storia ed ha perso 8,7 miliardi di dollari. Ciò nonostante, Bezos resta ancora in cima alla lista delle persone più ricche al mondo con un patrimonio di 116 miliardi di dollari.

Al primo posto per quantità di perdite troviamo Rupert Murdoch, presidente esecutivo di News Corp (che possiede il Wall Street Journal, il New York Post ed il Times of London) e copresidente della Fox Corporation, numero 220 al mondo con un patrimonio attuale netto di 7,8 miliardi di dollari ha visto il suo patrimonio netto precipitare dopo che la Disney ha acquistato la 21st Century Fox; Murdoch ha deciso di distribuire 12 miliardi di dollari di proventi dall’accordo tra i suoi sei figli, riducendo la sua fortuna personale.

Ha chiuso l’anno perdendo addirittura 10,2 miliardi di dollari.