Coronavirus, Zamagni a 360°: “la pandemia cambierà tutto”

Lavoro, burocrazia, istruzione: la pandemia ne farà piazza pulita.
Più importanza al terzo settore.
L’Italia si è sempre rialzata, a breve tenterà vie nuove.

(Versione inglese al link – traduzione di Jolanta Micinska – Hercog)
(Versione polacca al link – traduzione di Magda Żymła)

Un cambiamento radicale delle nostre vite, dalle regole alle abitudini. Questo sta portando il coronavirus, tra le altre cose.

E l’impatto toccherà anche la mentalità, la concezione delle cose.

Di questo abbiamo parlato con il prof. Stefano Zamagni, già presidente dell’Agenzia per il terzo settore, professore alla Johns Hopkins University, preside della Facoltà di economia dell’Università degli Studi di Bologna, tra i principali collaboratori di papa Benedetto XVI per la stesura del testo dell’EnciclicaCaritas in veritate” (tra il 2007 ed il 2009) e, dal 2019, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali.

Professor Zamagni, come riporta anche wikipedia, lei è un esperto mondiale di economia sociale. Qual è il suo punto di vista sull’attuale situazione?

Guardi, chi conosce il carattere italiano, e qui la storia parla chiaro, sa che gli italiani hanno una peculiare caratteristica: hanno bisogno di arrivare fino alla linea del baratro; quando ci arrivano, allora si spogliano delle tante litigiosità, si rimboccano le maniche e ripartono. E’ sempre stato così. Questo mi porta a congetturare che, una volta terminata questa emergenza, da parte della nostra gente ci sarà una ripresa potente di interesse a quello che si chiama “bene comune”.”

Cosa intende?

Questa pandemia ci indica che l’aver mirato al “bene totale” ha prodotto i guasti che stiamo vedendo. Bisogna appunto sostituire all’aggettivo “totale”, l’aggettivo “comune”. Ciò significa che le persone e soprattutto le imprese devono sì operare per restare sul mercato in condizioni di vitalità e sostenibilità economico-finanziaria, ma non solo: l’errore, e qui la responsabilità è anche dei professori di economia, è dire che l’obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto per gli azionisti (shareholder value).”

Effettivamente è ciò che dicono. Secondo lei, invece, quale sarebbe l’obiettivo dell’impresa?

Storicamente, l’impresa, nasce con una missione: produrre valore; o meglio, creare valore. Questo valore creato non deve traghettarsi tutto, senza residui, nel profitto. Il profitto deve prendere una parte, anche rilevante, del valore, ma non tutto com’è successo negli ultimi 25-30 anni.

Su questo tema molti studiosi di economia stanno cambiando la loro prospettiva.”

E come si può determinare questo cambiamento?

Ce ne sarebbero tanti, ma mi sento di indicare quattro punti in particolare.

Il primo punto è quello che abbiamo appena visto. Il secondo punto sta nel comprendere la natura propria della burocrazia: oggi tutti sono contro la burocrazia, nessuno si sogna neanche minimamente di parlarne bene, ma questo è un errore gravissimo.”

Curioso. Perché?

Perché la burocrazia non è la causa, è l’effetto. La causa che genera la burocratizzazione è la ricerca della rendita; e la ricerca della rendita è una disposizione d’animo che colpisce sia il settore pubblico che quello privato. Questo perché la burocrazia è lo strumento che consente (allo Stato o all’imprenditore privato) di acquisire e mantenere le posizioni di rendita.

La rendita è il nemico numero uno sia del salario, sia del profitto: più alta è la rendita e più basso è il profitto e dunque più basso è il tasso di investimento in innovazione. D’altro canto, più basso è il salario, più bassa è la domanda effettiva.

Questa pandemia farà piazza pulita di questa mentalità perché ha dimostrato che se un’impresa non fa innovazione vera, va fuori mercato. Guardiamo un banale ed immediato esempio: le uniche imprese che sono comunque riuscite a funzionare sono quelle che hanno attivato lo smart working (15-20%); non tanto per aver messo i computer a casa dei dipendenti, ma perché hanno cambiato l’organizzazione del lavoro. Ad oggi, sempre per via della ricerca della rendita, imprese e organizzazioni non vogliono cambiare il modo di produzione, rimanendo abbarbicate all’obsoleto modello Taylorista e perdendo resilienza.

Se applichiamo il concetto all’amministrazione pubblica, capiamo perché tutti i partiti, da sinistra a destra, vogliono conservare la burocrazia. Tutti promettono di ridurla senza mai farlo: la burocrazia serve alla politica per mantenere le proprie posizioni di potere.

Le imprese – chiaramente e per fortuna ci sono lodevoli eccezioni – non denunciano con decisione la cosa perché loro stesse sono vittime della burocrazia e quindi temono operando contro la burocrazia pubblica che alla fine la cosa si ritorcerebbe contro di loro.

Quindi, se la seguo correttamente, una volta messa a fuoco la necessità di puntare sul bene comune e non sul bene totale, bisogna lavorare sulle cause che generano la burocrazia. Il terzo punto, invece, quale sarebbe?

“Il terzo punto è l’istruzione.

Bisogna cambiare radicalmente l’architettura del comparto scolastico universitario. L’attuale struttura è ancora quella della riforma Gentile del ventennio fascista: una struttura di tipo Tayloristico, dove il docente svolge il ruolo del capo officina che controlla che gli studenti imparino la lezione e dove l’istituzione funziona come un’aula di tribunale dove i giovani vengono giudicati e sanzionati (nel senso che se il giudizio è negativo, vengono bocciati).

La domanda è: perché in oltre settant’anni tutte le forze politiche non hanno avuto la forza di cambiare l’impianto fascista su un tema importante come quello dell’educazione? Perché ci si è limitati da approvare riforme e non una trasformazione?

E’ evidente che si debba attendere che siano i cittadini che si organizzino e comincino a far sentire la propria voce, se realmente si vuole che la scuola torni ad essere luogo di educazione e non solo di istruzione.

Prendiamo il caso di quella riforma nota come alternanza scuola-lavoro: chi l’ha inventata spero avesse buone intenzioni, ma ha commesso un errore enorme! Non ci può essere alternanza tra scuola e lavoro, ma piuttosto convergenza scuola-lavoro.

Quindi il terzo punto è inerente alla riforma dell’istruzione, che si collega anche con quanto detto in apertura. Il quarto punto?

Infine c’è lo scandalo per cui, in questo tempo di emergenza, il terzo settore è stato tenuto in disparte: abbiamo il miglior terzo settore del mondo tra volontariato, cooperative sociali, imprese sociali, ONG, fondazioni, e non è stato coinvolto nel processo decisionale.

La dimensione del sociale non è garantita dallo Stato, dagli ospedali, dalla polizia o dai carabinieri, ma è garantita dal terzo settore.”

Come vede l’evolversi della situazione?

Ora i nodi sono arrivati al pettine e vedrà che quando sarà finita questa emergenza, si innescheranno cambiamenti a catena.

Le persone stanno già capendo quanto abbiamo detto prima, si tratta solo di aspettare che un qualche soggetto collettivo dia il via al processo. Non servirà molto tempo, alcuni mesi; al massimo entro la fine dell’anno.

E non sarà questione di trovare un leader, quelli emergono dopo. Si tratta piuttosto di sensibilizzare la società civile organizzata.

Quando si sarà raggiunta la massa critica, il processo di ricostruzione del paese potrà avere inizio.

Vada a vedere il sito dell’associazione “Politica Insieme” ed avrà già un’idea dello stato dell’arte.

Coronavirus, tensioni sociali altissime: guerre civili dietro l’angolo?

Bill Gates finanzia l’Oms e lancia il vaccino tatuato sottocutaneo; Trump accusa l’Oms, che a sua volta anticipa la necessità di prelevare le persone da casa anche con la forza.
In Italia i cittadini aspettano ancora gli aiuti, la Francia “seda” i gilet gialli e in Germania gli industriali vanno dalla Merkel.

È una situazione complessa e dinamica.

Ogni giorno, infatti, accade qualche colpo di scena. Il filo conduttore è, ovviamente, il coronavirus.

Solo la sua nascita, di per sé, ha portato varie agitazioni: c’è chi dice sia partito da un pipistrello, chi ritiene sia stato creato in un laboratorio (con particolare riferimento al laboratorio nazionale di biosicurezza di Wuhan, reperibile al link  e cliccando su “mostra tutto”) chi, ancora, sostiene che la verità non si saprà mai.

La gente vuole sapere cosa stia succedendo e perchè. Ma le informazioni, sotto ogni punto di vista, latitano.

In Italia aziende e partite iva aspettano ancora aiuti concreti dal governo dopo l’imposizione del lockdown e, con il morale alterato dalla quarantena oltre che dalle preoccupazioni, si stanno scaldando gli animi. Il governo, contemporaneamente, mette in piedi una task force per il controllo delle notizie inerenti al coronavirus, stabilendo cosa possa essere detto o meno, con buona pace della FNSI, e firma il Mes, ovvero lo strumento utilizzato durante la crisi greca.

In Francia, Macron ha militarizzato il Paese per l’emergenza del coronavirus riuscendo momentaneamente a sedare le rivolte dei gilet gialli, ma cosa accadrà nel post crisi quando le rivolte riprenderanno e saranno aggravate dalla crisi economica?

In Germania le industrie dell’automotive sono andate in delegazione dalla Merkel per chiedere che aiuti Italia e Spagna a riaprire le aziende perché, senza la componentistica proveniente dai due Paesi, la Germania non riesce a produrre auto.

Di contro la Germania, insieme ad altri Stati, non vuole sentir parlare di coronabond e spinge per il MES; cosa non gradita a molti in Italia e che soffierebbe sul fuoco delle rivolte.

Nel frattempo Trump attacca l’Oms, sostenendo che sia “filocinese” e lo colpevolizza di “aver dato in ritardo l’allarme”, minacciando di tagliare i fondi.

L’Oms, però, di fondi ne riceve da Bill Gates, che tramite la sua fondazione Bill and Melinda Gates Foundation è tra i più grossi sostenitori dell’Organizzazione e sponsorizza fortemente la creazione di un vaccino che venga applicato tramite un tatuaggio sottocutaneo che sarebbe da lui stesso prodotto (approfondimento al link).

La genealogia di Gates è già stata portata alla luce da Maurizo Blondet, che ha indicato la sua stirpe come “eugenetici, malthusiani e vaccinatori”, oltre che mettere in evidenza le sue connessioni con l’alta finanza dei Rockefeller (approfondimento al link).

Il vaccino sarebbe una delle grandi truffe legate al coronavirus secondo i punti di vista di autori definiti come sostenitori della tesi del complotto (approfondimento al link) ed anche il pubblico pro-vax si chiede si chiede come mai i medici si vaccinino così poco, se sono proprio loro stessi i primi a consigliare di farlo (approfondimento al link ).

Infine, l’Oms, tramite l’Executive Director dottor Michal Ryan, ha dichiarato che “a causa del diffondersi del virus, le autorità potrebbero dover entrare all’interno delle case e rimuovere alcni membri delle famiglie, presumibilmente con l’uso della forza, per isolare i malati seppur in modo sicuro e dignitoso” (reperibile al link).

Andare a prendere con la forza le persone nelle loro case ed imporre loro un vaccino in formato cip, sommato alle tensioni già presenti in tutto il mondo, potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso sfociando in rivolte popolari e guerre civili.

Coronabond e Mes: l’Italia rischia di fare la fine della Grecia?

Germania, Olanda, Austria e Finlandia si dichiarano contrari ai coronabond. Ursula von Der Leyen li definisce uno slogan. Resta l’opzione Mes, ma cosa rischiamo come paese?

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

C’è fermento, sul tema dei coronabond.

I Paesi del Sud Europa, Italia in testa, li richiedono a gran voce. I Paesi del Nord Europa, si oppongono.

In particolare a dire no sono Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ed è proprio quest’ultimo paese ad essere forse il più agguerrito sul tema dei covid bond.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è fatto portavoce della campagna del “no” e a tal proposito il suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, ha addirittura attaccato l’Italia chiedendo come mai il Bel Paese non abbia approfittato della crisi del 2008 per risanare le proprie finanze.

Questa domanda, posta in termini di una esplicita accusa, ha portato il premier portoghese Antonio Costa a prendere le difese dell’Italia, definendo il commento di Hoeskstradisgustoso e privo di senso”.

Di contro, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i coronabonduno slogan”, salvo poi correggere il tiro ed ammorbidire i toni. Esattamente come fatto dal presidente della Bce, Christine Lagarde, quando dichiarò che “chiudere gli spread” non è compito della Bce, salvo poi rettificare le proprie dichiarazioni nei giorni successivi; ma nel frattempo le Borse erano crollate e lo spread Btp-Bund schizzato in alto.

L’emergenza però non può attendere tempi di risposta e coordinamento così lunghi. Se non si può contare sui coronabond, almeno nel breve termine, cosa si può fare?

L’alternativa è rappresentata dal Mes (meccanismo europeo di stabilità), per il quale il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri spingono molto (con modalità che hanno tuttavia suscitato più volte agitazioni tra i partiti dell’opposizione ma anche all’interno della maggioranza Pd-M5S). Il suo utilizzo, inoltre, riporta alla memoria la gestione della crisi in Grecia.

Il rischio è proprio quello di finire come la Grecia: disoccupazione alle stelle, potere d’acquisto delle famiglie e qualità della vita in calo drastico, porti ed aeroporti venduti a Germania e Cina, isole cedute all’asta ad acquirenti privati.

Quando si decise di salvare la Grecia, la Germania era già troppo sbilanciata con i crediti verso gli ellenici per poter stanziare ulteriori aiuti economici (i debiti della Grecia erano infatti quasi totalmente nei confronti dei tedeschi, in quanto la Germania era ed è l’unico Paese dell’Eurozona con un forte surplus; questo significa che può concedere prestiti senza problemi, anzi ne può trarre vantaggio in termini di interessi o godere della forza di paese creditore).

Di conseguenza iniziarono i summit europei per decidere come affrontare la questione; a questi incontri, l’Italia al tempo rappresentata da Matteo Renzi, non venne nemmeno chiamata a partecipare ma si decise comunque che doveva stanziare 48,2 miliardi di euro per il piano di salvataggio.

Se andiamo ad analizzare come furono usati i fondi stanziati, capiamo quale fosse la vera faccia del piano chiamato “salva Grecia”: lo studio della European School of Management and Technology di Berlino mette in evidenza che dei 220 miliardi di euro versati alla Grecia sotto forma di prestiti, 209 miliardi sono serviti a ricapitalizzare le banche europee. Solo il 5% è effettivamente finito nelle casse del governo di Atene. Sono dunque stati salvati banche ed altri creditori privati, più che la Grecia  il popolo greco.

La Germania divise quindi il suo credito tra i vari Paesi dell’Eurozona, eliminando il rischio di avere un grande debitore insolvente, altro non fece che dare alle banche (appunto per lo più tedesche) i soldi stanziati per il salvataggio, decidendo quindi come la Grecia doveva usare i “suoi” soldi.

Non molto tempo dopo, la Suddeutsche Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, riportava che la Germania aveva guadagnato oltre 1,34 miliardi di euro di soli interessi derivanti dai prestiti concessi. Nel dettaglio, la banca statale Kreditanstalt Fur Wiederaufbau KFW incassò 393 milioni di euro di interessi, la stessa banca centrale tedesca Bundesbank ne incassò 952 derivanti dall’acquisto per la BCE dei bond ellenici sulla base del Securities Market Programme.

Erano poi stimati, sempre sulla base del SMP, un flusso di interessi entro la fine del 2017 per 1,14 miliardi di euro ed almeno 901 milioni di euro entro la fine del 2018. Di questi, un quarto dedicato esclusivamente alla Germania.

Ora, con Deutsche Bank e Commerzbank in piena crisi, la Germania potrebbe voler attuare un piano simile: niente coronabond ma applicazione del Mes per l’Italia.

Sospeso il patto di stabilità, abbiamo visto con quale forza si sia mossa la Germania mentre l’Italia ancora tentenna e l’utilizzo del Mes sarebbe quindi più vincolante per l’Italia, rispetto ai coronabond.

Il comportamento che sta mettendo in campo la Germania in merito ai piani di emergenza rispetto agli altri paesi, fa chiaramente intendere chi comandi in Europa e, come già successo, quali strategie si perseguano.

È altresì vero che si parla di un Mes con condizioni “soft”, ma tutto rimane ancora incerto e soggetto a negoziati. Di certo, la parola Mes evoca brutti ricordi.

Un piano di aiuti, poi, perché sia definibile come tale e perché i soldi arrivino all’economia reale evitando il rischio di farli rimanere in pancia alle banche, dovrebbe essere gestito come fanno Usa e Gran Bretagna: assegni inviati direttamente nei conti correnti dei cittadini (helicopter money o QE for the people).

Un’ alternativa sarebbe l’Italexit, che risulta comunque altamente complicata: basti pensare, a livello di emblemi e senza entrare in dettagli tecnici, che quando si parlava di Grexit (con un conseguente ritorno della Grecia alla dracma) addirittura l’allora Presidente Usa Barack Obama scese in campo più di una volta per evitarla.

L’Ue decide di non decidere: l’attesa sui coronabond porterà al MES

La Commissione europea non trova la quadra sui coronabond a causa della divisione di vedute tra Paesi del Sud e del Nord Europa.
Col passare del tempo ed una crisi da affrontare, il MES rimane l’unico strumento utilizzabile.

C’è un’emergenza dilagante. Meglio ancora, una pandemia.

E richiede quindi misure efficaci e soprattutto rapide in modo da intervenire in tutti i modi possibili al fine di sorreggere un’economia in totale arresto cardiaco.

Ecco quindi che si riunisce la Commissione europea per parlare di coronabond, ma l’esito è che decide non decidere.

Troppo grande la distanza tra i Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Lussemburgo, Francia, Belgio, Portogallo e Slovenia) e quelli del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia) per riuscire a trovare un accordo.

I 27 leader dell’Ue si sono dunque dati appuntamento tra circa due settimane.

Il problema è che il tempo passa e la crisi si fa sempre più nera; vista la forte differenza nelle posizioni dei Paesi è altamente probabile che non se ne esca con un accordo neanche dopo il prossimo incontro.

Al momento ci sono sul piatto due pacchetti: il primo è il piano SURE da 100 miliardi di euro e che si sostanzia in una sorta di cassa integrazione o disoccupazione europea; il secondo è il pacchetto CRII+ che serve principalmente a snellire le fasi procedurali necessarie all’attuazione dei programmi.

Mentre il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, ha rilasciato dichiarazioni alla radio spagnola Cope in cui si dichiarava a favore dei coronabond in quanto “si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti” e che “è una crisi completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”, il premier olandese Rutte ha sottolineato la sua contrarietà ai corobond sostenendo che “l’Europa ha già i suoi strumenti, come il MES, che possono essere usati in modo efficace , ma con le condizionalità previste dai trattati” e concludendo infine con un secco “non posso prevedere alcuna circostanza in cui l’Olanda possa accettare gli eurobond”.

Nel frattempo gli industriali dell’automotive tedesco hanno chiesto alla Merkel di aiutare l’Italia e la Spagna, in quanto senza la componentistica proveniente da questi due Paesi sarebbe per loro impossibile produrre auto.

Ciò nonostante, la distanza di vedute sembra troppo forte per riuscire ad essere smorzata sfociando nei coronabond. Di contro il tempo passa e cittadini, partite iva ed azienda hanno urgente bisogno di aiuto: Unicredit ha stimato un calo del 15% del Pil italiano.

Sotto la forte spinta delle richieste d’aiuto che va a scontrarsi con le posizioni dei Paesi del Nord Europa, l’unica soluzione attuabile sembra davvero essere il MES, anche se poi questo costerà caro ai Paesi che ne dovranno usufruire.

Coronavirus e MES, Dragoni: “Il governo avvelena il pozzo”

Deplorevole, per ora, l’intervento dello Stato. Servono indennizzi, non prestiti.
I coronabond non arriveranno mai; il governo spinge per il MES perché è la loro unica possibilità per tornare al governo dopo i disastri fatti.

Siamo in piena crisi ormai da un po’, ma il governo latita negli aiuti concreti.

Se paragonato alle manovre degli altri Paesi, notiamo in particolare la poca efficacia del piano emergenziale, ma perché?

Ne abbiamo parlato con il dottor Fabio Dragoni, imprenditore ed editorialista per “La Verità”, “Scenari Economici” e “Milano Finanza”.

Dottor Dragoni, come valuta il pacchetto messo in campo finora dall’Italia?

“Guardi, la mia impressione è che l’Italia abbia fatto poco e male. A distanza di 36 ore non abbiamo ancora il decreto liquidità pubblicato.

Il premier appare in TV per dire “farò” anziché “ho fatto”; il Paese è nella confusione oltre che alla fame. In linea di principio agevolare il credito va bene, ma le imprese non possono sostituire il fatturato perso a causa del lockdown con altro credito: servono indennizzi a fondo perduto, una CIG per le imprese.

È una crisi simmetrica, in quanto riguarda tutto il mondo e non c’è un’economia che non sia da essa toccata; la differenza si avrà nel post epidemia e sarà data dalle risposte che i vari interpreti saranno in grado di dare.

I Paesi che hanno sovranità monetaria saranno capaci di rispondere, gli altri no.

Gioco forza, la zona euro andrà verso un’implosione ed il fatto che ancora oggi si stia a parlare di cosa si possa fare anziché aver agito adeguatamente in tempi e modi, ci dà già un’idea del fallimento del progetto europeo.

Siamo davanti alla crisi economica più devastante che si sia mai vista in tempo di pace per l’Italia, perché stiamo parlando di una crisi sia di domanda che di offerta con un impatto stimato, nella migliore delle ipotesi di una caduta del Pil del 8-9%. Se uno Stato non interviene in momenti come questi, quando possiamo sperare che lo faccia?”

Ha parlato di sovranità monetaria; ma, ad esempio, anche la Germania ha l’euro eppure non si è fatta problemi ad emettere un pacchetto ben più ampio rispetto a quello italiano, perché?

“Qui, dal mio punto di vista, ci sono più fattori che entrano in gioco, le cito quelli che secondo me sono i principali.

Il primo riguarda il conformismo intellettuale della nostra classe dirigente attualmente al governo, che la porta a pensare con i vecchi schemi ovvero alle classiche manovrine. Non sono assolutamente in grado di pensare a delle misure anticonvenzionali. E qui sinceramente mi lascia esterrefatto che, nonostante la sospensione del Patto di Stabilità e nonostante la Bce abbia detto che garantirà tutto quello che serve, il governo ancora non si muova.

Qui entra in gioco il secondo punto, che viene di conseguenza lecito pensare: stanno provando in tutti i modi ad infilare l’Italia nella trappola del MES.”

Perché definisce il MES una “trappola”?

“Con il MES potremmo mettere in campo un importo di 35-40 miliardi di euro, di cui il 18% sono già soldi italiani.

Inoltre, utilizzando il MES, si inserisce un creditore privilegiato (il MES stesso appunto) che comporta un aumento del rendimento dei titoli di Stato: i detentori di titoli di Stato venderebbero, sapendo che entra in gioco un creditore privilegiato rispetto a loto.

Infatti il MES è stato studiato per gli Stati che non hanno accesso al mercato dei capitali; ma noi non abbiamo assolutamente questo problema.

E poi, non ci è bastato vedere come sono andate le cose in Grecia?

Pensi, infine, che il MES è regolato da una legge del Lussemburgo, quindi se si contrae un debito tramite il MES bisogna ripagarlo in euro (o nella moneta nazionale del Lussemburgo): con questo escamotage si priva l’Italia di un’altra arma di potere negoziale che è quella inerente all’Italexit con il ritorno alla lira.

Di contro, non mi aspetto che Germania, Olanda, Austria e Finlandia scendano a patti ed accettino l’utilizzo dei coronabond, i quali comporterebbero il fatto che “tutti garantiscono per tutti”: se fossi un cittadini di questi Paesi non lo vorrei mai nemmeno io, anzi se un politico che li rappresenta li accettasse, possiamo stare sicuri che perderebbe tutti i suoi voti.”

Se il MES è una trappola, perché dovrebbero volerlo?

“Questo governo sa di avere vita breve e, quindi, cerca di lasciare il campo il più minato possibile per chi verrà dopo; in questo modo, chi governerà dopo di loro si dovrà trovare ad affrontare una miriade di problemi e le forza politiche attualmente al governo potranno usare questo fattore per sostenere che chi li ha sostituiti ha governato male.

Di fatto stanno avvelenando il pozzo, ma questo loro comportamento è un giochetto farà male a molti cittadini.”

Quindi, se la seguo correttamente, il MES è l’ultima carta che si può giocare l’attuale maggioranza al fine di tornare al governo cercando di scaricare le colpe su chi verrà dopo, visto che troverà una situazione disastrata e, come diceva all’inizio, la crisi è simmetrica ma la differenza la farà il modo di rispondere che avrà ogni Stato; lei cosa avrebbe fatto?

“Mi sembra ridicolo che gli aiuti dello Stato siano dei prestiti, che di conseguenza dovrò usare per pagare le tasse. Lo Stato, che mi obbliga a chiudere per motivi emergenziali, mi dovrebbe indennizzare.

Un modo potrebbe essere quello di prendere il fatturato di un’azienda (o la dichiarazione dei redditi di una partita iva), dividerlo per 365 e risarcire l’importo per ogni giorno di stop produttivo che il governo ha imposto.

Gli aiuti, poi, dovrebbero essere fatti come fatto negli Usa o in Gran Bretagna, ovvero direttamente nei conti correnti dei cittadini al fine che arrivino all’economia reale senza il rischio di restare in pancia alle banche…ma qui torniamo al punto fondamentale: la sovranità monetaria.”