Bce alza i tassi: il dramma di chi ha un mutuo

Case, auto ma anche elettrodomestici: stangate ovunqe.
Rate aumentate del 60% circa.

Non ci sono solo le rate dei mutui a preoccupare gli italiani e a far saltare i bilanci delle famiglie.

L’impennata dei tassi di interesse decisa dalla Bce per contrastare l’inflazione pesa (e non poco) anche sulle spese dei cosiddetti “beni durevoli”, dall’automobile agli elettrodomestici.

Prodotti che, nell’era del tasso zero, ci siamo abituati a comprare a rate ma che ora potrebbero invece presentare delle brutte sorprese, con una vera e propria stangata sui nuovi contratti.

Dopo la riunione della Bce di giovedì scorso che ha deliberato un nuovo aumento di un quarto di punto percentuale, portando il tasso base al 3,75%, saranno inevitabili ulteriori innalzamenti dei tassi d interesse su tutti i tipi di finanziamento.

E non solo per quelli destinati all’acquisto dell’abitazione. A fare calcoli e simulazioni sull’effetto del caro-denaro, è la Fabi, l’organizzazione che riunisce i bancari della Cgil.

Tra credito al consumo e prestiti personali, le banche hanno erogato 253 miliardi di euro di prestiti ai cittadini, in linea con i valori di fine 2017, ma in rallentamento rispetto alla tendenza degli ultimi mesi, segno dell incidenza negativa dell’ aumento dei tassi d interesse.

Come riporta Quotidiano.net, le famiglie indebitate in Italia sono 6,8 milioni, pari a circa il 25% del totale: di queste, 3 milioni e mezzo hanno un mutuo per l acquisto di una casa.

Nel corso del 2022, i tassi di interesse sui prestiti sono notevolmente aumentati e nuovi incrementi sono inevitabili con il costo del denaro ulteriormente aumentato al 3,75%.

Comprare un automobile a rate, per esempio un modello da 25.000 euro, potrebbe costare, nel caso di un finanziamento decennale a un tasso del 12,7%, oltre 8.200 euro in più rispetto al 2021.

A fine 2021 il tasso di interesse medio praticato sui cosiddetti prestiti personali era dell’8,1%.

Ora, con gli ultimi aumenti decisi dalla Banca Centrale Europea, la quota di interessi sfiora il 13% annuo.

Ed il trend potrebbe ulteriormente aumentare. Facciamo qualche esempio: per acquistare un automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 45.704 euro, con una differenza complessiva di 8.279 euro (+22,1%) rispetto ai tassi di fine 2021. Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 euro a 1.061 euro, con una differenza complessiva di 119 euro (+25,3%) rispetto ai tassi di fine 2021.

Come riporta Il Giornale, interessi raddoppiati anche per i mutui a tasso fisso e un + 60% per quelli a tasso variabile: questo il dato principale fornito dalla Fabi (Federazione Autonoma Bancari Italiani) nel suo “Dossier mutui e credito al consumo“, dove vengono analizzati gli effetti del recente aumento dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie imposto dalla Bce (tasso base + 3,75%).

Usa: Fed aumenta i tassi dello 0,25%

Decimo rialzo consecutivo.
Ora i tassi di interesse superano il 5%: i più alti dal 2007.

La Fed ha aumentato il tasso di interesse dello 0,25%.

Si tratta del decimo incremento consecutivo da parte della Banca centrale americana, che suggella la serie più rapida di aumenti dei tassi in quattro decenni e che ha portato i Feds funds, cioè i tassi di riferimento, all’intervallo del 5-5,25%, il livello più alto dalla metà del 2007.

La Fed, come riporta Tgcom24, segnala una possibile pausa nel rialzo dei tassi, scrivendo in un comunicato che “terrà conto” degli effetti degli aumenti prima di alzarli nuovamente.

In una nota, inoltre, si legge che il sistema bancario è “solido e resiliente“, ma le condizioni del credito più rigide per le famiglie e le imprese “potrebbero pesare sull’attività economica, sulle assunzioni e sull’inflazione“.

Chi sono i manager più pagati in Italia?

La Borsa crolla del 12%, i loro stipendi aumentano del 14%.
Da Tavares (Stellantis) a Orcel (Unicredit), ecco la lista.

Nel 2022, anno in cui il Ftse Mib è sceso del 12%, le retribuzioni dei manager delle quaranta società quotate sull’indice di Piazza Affari sono aumentate del 14%.

Battendo pure l’inflazione, che è stata del +8,1%.

A stilare la classifica è il quotidiano finanziario Milano Finanza, poi ripreso anche da Il Corriere della Sera, che rileva anche come, al pari di quanto avviene negli Stati Uniti, si stia allargando la forbice rispetto agli stipendi dei dipendenti.

In vetta alla classifica dei più pagati c’è Carlos Tavares, numero uno di Stellantis, con 23,45 milioni (contro i 19,15 milioni percepiti nel 2021).

Al secondo posto, tra i più pagati, c’è Scott Wine, amministratore delegato di Cnh, con 11,43 milioni di dollari (dagli 8,71 milioni del 2021).

A seguire, il presidente di Stellantis, John Elkann, che raggiunge quota 11,25 milioni accorpando anche i compensi ricevuti da Exor.

Nel settore banche e assicurazioni spiccano il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, con 6,08 milioni (che però nel 2021 percepiva 6,41 milioni), l’ad di Generali Philippe Donnet con 5,5 milioni (dai 4,5 milioni dell’anno prima), Carlo Messina, ad e direttore generale di Intesa Sanpaolo con 4,55 milioni (4,19 milioni nel 2021) e il numero uno di Unicredit Andrea Orcel con 3,54 milioni (da 1,88 milioni nel 2021).

Quanto ad Orcel, va però aggiunto che a fine marzo l’assemblea di Unicredit ha dato il via libera alla nuova politica di remunerazione che riguarda 935 top manager del gruppo: il compenso di Andrea Orcel sarà così di 9,75 milioni tra fisso e variabile se supererà nel 2023 i target (approfondimento al link).

Renault: ricavi +30% ma guerra dei prezzi

Ottime le vendite del suv Arkana.
Titolo giù in Borsa dopo l’annuncio di Tesla.

Ottime vendite ma crollo in Borsa.

Renault ha registrato vendite migliori del previsto nel primo trimestre grazie alla forte domanda di nuovi modelli come il suv Arkana e al miglioramento dell’offerta di componenti chiave come i semiconduttori.

I ricavi del gruppo sono aumentati del 29,9% a 11,5 miliardi di euro, ha dichiarato la casa automobilistica francese, superando le stime degli analisti di 11,3 miliardi.

Renault ha anche confermato le sue prospettive per l’intero anno. In una nota, il direttore finanziario Thierry Piéton, ha dichiarato quanto di seguito:

Renault Group ha un buon inizio d’anno. Il forte portafoglio ordini alla fine di marzo e tutti i prossimi lanci continueranno a sostenere l’attività commerciale del gruppo.

Tuttavia il titolo della casa transalpina è crollato a causa delle preoccupazioni che la pressione sui prezzi in tutto il settore automobilistico minacci la sua ripresa.

Come riporta Il Sole 24 Ore, Renault è scesa fino al 7,9% a Parigi dopo che Tesla ha confermato di preferire riduzione di prezzi e incremento dei volumi anche a scapito dei margini.

Mentre anni di colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento hanno affollato i portafogli ordini delle case automobilistiche, i clienti lottano sempre più contro l’inflazione e i tassi di interesse.

Le recenti variazioni di prezzo di Tesla complicano gli sforzi del ceo della Renault, Luca de Meo, sulla gamma elettrica.

La Renault, infatti, sarà probabilmente costretta a ridurre i prezzi dei veicoli elettrici, inclusa la sua Megane E-Tech, per generare i volumi di cui ha bisogno per rispettare i limiti di emissione in Europa, hanno affermato gli analisti di Bank of America in una nota. Una tale mossa avrebbe un impatto negativo sui profitti.

Piéton durante una conference call ha detto però che la società non ridurrà drasticamente i prezzi della Megane elettrica, “un prodotto chiave”.

Renault quindi ha avuto un inizio di 2023 più brillante del previsto, ma il problema delle scorte sarà probabilmente un punto focale per gli investitori, hanno commentato gli analisti di Jefferies.

La casa automobilistica francese ha dichiarato che le scorte totali al 31 marzo erano pari a 580mila veicoli, in aumento rispetto ai 480mila veicoli al 31 dicembre, a causa dei continui problemi logistici.

Si tratta del livello più alto di inventario dell’azienda da prima della pandemia di Covid-19.

L’aumento delle scorte nel trimestre è dovuto esclusivamente alle scorte del gruppo, comprese quelle dei concessionari di proprietà, sempre secondo Jefferies.

Germania: nel 2024 aumento del salario minimo

La causa ufficiale è l’inflazione.
Ma lo si dice per coprire gli errori politici.

In Germania ci sarà a gennaio 2024 un aumento significativo del salario minimo, attualmente pari a 12 euro l’ora, a causa dell’inflazione e dei conseguenti aumenti dei contratti collettivi di lavoro.

Il ministro del Lavoro, Hubertus Heil, in un’intervista al quotidiano Bild ha dichiarato quanto di seguito:

Non solo continueremo ad avere un alto livello di inflazione, ma anche gli aumenti previsti dai contratti collettivi si rifletteranno sul salario minimo”.

L’indice dei prezzi al consumo (CPI) ha raggiunto un picco del 10,4% su base annua lo scorso ottobre e si è attestato al 7,4% a marzo.

I principali istituti economici del Paese stimano che l’inflazione su base annua per l’intero anno scenderà al 6%, un livello ancora elevato.

Il salario minimo è stato introdotto in Germania nel 2015, su spinta del Partito socialdemocratico (Spd), allora partner di governo della grande coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel, ed è stato fissato a 8,5 euro per ora lavorata e da allora ha subito aumenti successivi, l’ultimo dei quali nell’ottobre 2022, per decisione dell’attuale governo composto da socialdemocratici, verdi e liberali, fino a raggiungere gli attuali 12 euro all’ora.

Il prossimo aumento, che sarà definito da una commissione appositamente creata, come riporta AGI sarà fissato a giugno ed entrerà in vigore il 1 gennaio 2024.

I sindacati hanno chiesto un aumento a 14 euro, mentre i datori di lavoro considerano questa richiesta “irrealistica“.

Heil ha anche annunciato nuove regole per i fattorini che, tra le altre cose, non dovranno trasportare più di 20 chili. Proprio su questo tema, il ministro ha aggiunto:

I pacchi che pesano più di 20 chili devono essere consegnati da due persone“.

La Germania, dunque, già in passato aveva effettuato gli aumenti del minimo salariale, indipendentemente da tutto. Ora la volontà è quella di giustificare l’atto con l’inflazione tanto sbandierata e per la quale si accusa Putin.

In realtà, come diceva poco tempo fa il prof. Giulio Sapelli (approfondimento al link su come fermare la crisi e sull’operato di Fed, Bce e Cina):

Chiamiamo inflazione una cosa che non è inflazione perché l’inflazione è l’aumento dei salari che supera la produttività, mentre i salari sono al livello più basso degli ultimi vent’anni. Chiamiamo inflazione un aumento dei prezzi delle materie prime alimentari ed energetiche, prima per effetto della pandemia che è stato un fallimento manageriale perché non si sapeva prevedere che, con migliaia di navi alla fonda, una volta ripresa l’attività sarebbero aumentati i prezzi dei noli marittimi e poi è arrivata l’aggressione russa all’Ucraina. Questa è una forma di monopsonio (accentramento della domanda in unico attore, ndr).”

L‘attuale situazione, quindi, è frutto delle scelte sbagliate della classe politica che si vuole nascondere dietro l’inflazione accusando altri attori politici di averla generata.