Perchè Trump ha ucciso Soleimani

Ripetuti attacchi agli interessi americani e produzione di uranio arricchito più che decuplicata: ecco cosa ha spinto Trump ad uccidere Soleimani.

Un blitz americano in Iraq, precisamente presso l’aeroporto internazionale di Baghdad, ha portato alla morte di Qasem Soleimani, il generale iraniano più influente a Teheran che dal 1998 è stato il capo della Niru-ye Qods (in lingua persiana “Brigata Santa”, a volte chiamata anche Forza Quds dalla stampa occidentale, che riprende la traduzione inglese del termine), l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica.

Sulla questione è intervenuto immediatamente il presidente americano Trump:

Il generale Soleimani è stato colpito perché stava preparando nuovi attacchi; non vogliamo la guerra ma siamo pronti a rispondere”.

Quello a cui si riferisce Donald Trump sono i recenti attacchi all’ambasciata americana a Baghdad ed ai locali interessi a stelle e strisce (approfondimento al link).

Gli ayatollah avevano forse sottovalutato le intenzioni del presidente americano, ritenedolo una tigre di carta, un leone da tastiera; insomma, una persona brava solo a ruggire nei comizi ma che non agisce nel concreto.

Da circa 7-8 mesi la Cia ed i servizi segreti sono in uno stato di fermento a causa degli attacchi alle raffinerie saudite, ai blitz contro le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz e, ultimo in ordine cronologico, l’attacco all’ambasciata americana di Baghdad.

Ancora, a giugno, lo stesso Trump aveva bloccato all’ultimo istante una rappresaglia che sarebbe dovuta seguire all’abbattimento di un drone da parte degli iraniani.

Ma non è tutto. A novembre Brian Hook, inviato speciale del Dipartimento di Stato per l’Iran avvertiva l’Occidente, dichiarava in un’intervista a “Il Corriere”:

L’Iran nasconde materiale nucleare e sta riducendo i tempi per la costruzione della bomba atomica: la situazione è gravissima, ora anche l’Europa deve reagire”.

L’allarma di Hook non è però stato preso in considerazione da nessuno: Europa, Cina, Russia ed Onu sono rimasti totalmente inerti mentre l’Iran più che decuplicava la produzione di uranio arricchito mandando un chiaro messaggio agli Usa, tanto materialmente concreto che verbalmente dichiarato (approfondimento al link):

Non volevamo fare questo passo ma ci hanno costretto le politiche di Washington; dobbiamo ringraziare il nemico per averci dato l’opportunità di mostrare quello che la repubblica islamica può fare, la nostra capacità, specialmente nell’industria nucleare che qualcuno riteneva distrutta”.

Dichiaratisi pubblicamente a favore dell’azioni punitiva ordinata da Trump giustificando l’eliminazione di Soleimani, diversi repubblicani nel Congresso e senatori conservatori: Marco Rubio, Tim Cotton e Jim Risch (presidente della Commissione Affari Esteri).

Polemici, invece, i democratici, con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, che dichiara:

Non possiamo mettere a rischio le vite dei nostri funzionari, dei nostri diplomatici, con queste provocazioni sproporzionate”.

Nei suoi tweet, Donald Trump dice:

Soleimani ha ucciso o ferito migliaia di americani in un lungo periodo di tempo e stava pianificando di ucciderne molti altri…ma lo abbiamo preso; è stato direttamente o indirettamente responsabile della morte di milioni di persone, compresi i tanti manifestanti uccisi in Iran: anche se l’Iran non lo ammetterà mai, Soleimani era odiato e temuto nel suo Paese: non sono rattristati come i leader fanno credere al mondo esterno: avrebbe dovuto essere eliminato molti anni fa”.

A confermare le parole del presidente americano, come riporta sempre “Il Corriere”, è la reazione di piazza Tahrir a Baghdad, che sostanzialmente ignora la morte di Soleimani ed in merito alla sua figura dice che “era un persecutore”.

Mentre tutto il mondo resta a guardare con gli occhi puntati ed il fiato sospeso in attesa di capire quali saranno le reali conseguenza dell’accaduto, la Casa Bianca si sta preparando una pronta reazione iraniana.

Plastic e Sugar Tax: la Coca-Cola lascia l’Italia

Con le nuove tasse green introdotte dal M5S e Pd, la Coca-Cola lascia l’Italia.
Persi 350 posti di lavoro e 995 di indotto.

Arrivano i primi effetti della Plastic e Sugar Tax: la Coca-Cola ha deciso di lasciare l’Italia e di andare a produrre in Albania.

Spinti dall’onda green sulla scia del trend lanciato da Greta Thunberg, il governo giallorosso ha introdotto le due nuove tasse sopracitate.

Probabilmente, però, lo ha fatto senza pensare a tutte le conseguenze o, comunque, a fare un delta dei pro e dei contro che le nuove tassazioni avrebbero portato.

Le nuove mosse del governo vanno a colpire una parte del Paese già tra le più problematiche a livello occupazionale; infatti la Sibeg Coca-Cola, azienda etnea imbottigliatrice delle bevande gassate, ha dichiarato che trasferirà la produzione da Catania a Tirana.

Come riportato sul quotidiano “Libero”, sono intervenuti sulla problematica Nino Marino, segretario generale della Uila Sicilia, ed Alessandro Salamone, componente della Segreteria regionale dell’organizzazione di categoria:

La Sibeg Coca-Cola rappresenta un patrimonio occupazionale e produttivo per Catania e la Sicilia. I lavoratori pagheranno a caro prezzo i due nuovi balzelli governativi – insomma un po’ come l’Ilva -. Con i vertici dell’azienda cittadina abbiamo avviato, già in questi giorni di Natale, un confronto mirato a individuare ogni iniziativa utile a scongiurare un altro effetto-valanga sulla già disastrata economia di questo territorio”.

Le nuove tasse introdotte nella Finanziaria di M5S e Pd, hanno fatto registrare pareri negativi anche da parte di Coldiretti che, attraverso la Coldiretti Sicilia e per voce del presidente di Coldiretti Catania, Andrea Passanisi, dichiara:

Anziché tassare le bevande bisogna aumentare il contenuto di frutta; la sugar tax rischia di penalizzare l’intera filiera agroalimentare. Non possiamo accettare questa situazione che impoverisce l’economia etnea, occorre avviare tutte le azioni perché questo non avvenga”.

Più danni che benefici, insomma, questa moda delle tasse verdi volute dal governo Conte bis: con la delocalizzazione della Sibeg, andranno persi ben 350 posti di lavoro ed altri 995 di indotto. Numeri decisamente importanti, specie appunto per un territorio che è già in sofferenza.

Patto di Malta: la Polonia dice no alle quote. Parole di Conte solo propaganda

La Polonia dice no alla redistribuzione dei migranti e fa crollare le belle parole di Conte.
Intanto la Germania ci rimanda indietro i migranti via autobus.

No alle quote di redistribuzione.

Questa è la dichiarazione della Polonia, arrivata tramite le parole dell’ambasciatrice polacca a Roma Anna Maria Anders, in merito al Patto di Malta, prevedente appunto che gli sbarchi vengano ripartiti nei Paesi membri dell’Ue.

Come riportano “La Stampa” ed “Il Giornale”, infatti, le parole della nuova ambasciatrice sarebbero state le seguenti:

L’Ue vuole la redistribuzione, ma noi non cambiamo il nostro punto di vista. Varsavia fa già tantissimo. In Polonia ci sono due milioni di ucraini di cui tanti fuggiti da zone di guerra. E si integrano bene, condividono in parte la lingua, le tradizioni, la cultura“.

È chiaro dunque che la Polonia si chiami fuori dalla politica sui flussi migratori che vorrebbe l’Europa; la diplomatica Anders, inoltre, aggiunge:

Il ruolo del cristianesimo è un collante della nazione polacca. E questo deve essere rispettato. Per quasi mezzo secolo non abbiamo avuto la possibilità di mostrare le nostre bandiere, di manifestare liberamente, di cantare i nostri slogan e l’inno. Ora abbiamo la libertà di farlo e non è possibile essere liquidati come nazionalisti solo perché sveliamo con orgoglio la nostra identità“.

La forte riconferma del governo polacco uscente avvenuto il 13 ottobre di quest’anno, fa sì che la linea della Polonia sulla gestione dei flussi migratori sia trasparente e priva di sorprese; il Paese potrebbe incorrere in sanzioni economiche, cosa che però non pare preoccupare più di troppo il governo polacco che in tal caso potrebbe semplicemente stampare qualche Zloty in più, non dovendo chiedere alcuna autorizzazione a Francoforte o Bruxelles sulle politiche monetarie data la sovranità della moneta.

Infine, Anna Maria Anders viene intervistata anche sul nuovo governo italiano, il governo giallorosso.

Qui, l’ambasciatrice rimane assolutamente sobria nei commenti, limitandosi a quanto di seguito:

L’Italia è il nostro terzo partner economico in Europa, ci sono mille industrie che investono in Polonia; il nuovo governo italiano resta un punto interrogativo, vedremo fra sei mesi e valuteremo”.

Le parole del premier italiano Conte, dunque, risultano buone solo ai fini di campagna elettorale, visto che non tutti i Paesi intendono aderire alla redistribuzione dei migranti e visto, dopo le dichiarazioni di facciata, la Germania sta spedendo migranti in Italia tramite autobus.

(Foto da “stopcensura.info”)

Banco Bpm: incremento del 68% nell’utile netto

Banco Bpm, la fusione tra Popolare di Milano e Banco popolare, ha fatto registrare un aumento dell’utile netto del 68% nel primo semestre del 2019.

+68%. Tanto è l’incremento dell’utile netto che ha fatto registrare Banco Bpm, ovvero, la fusione tra Popolare di Milano e Banco Popolare, nel primo semestre del 2019.

I dati di quella che è diventata il terzo polo creditizio italiano sono stati pubblicarti martedì 6 agosto e riportano nel dettaglio il passaggio da 352 a 593 milioni di euro, con un delta positivo quindi pari a 241 milioni di euro.

Aumentando lo zoom, si nota che particolarmente proficuo è stato il secondo trimestre, dove si è registrato un balzo di quasi il 200% (dai 150 milioni di euro del primo trimestre ai 442 di quello appena conclusosi).

Nella nota, Banco Bpm esplicita quanto di seguito:

La gestione del primo semestre dell’esercizio 2019, ancorché caratterizzata dalla prosecuzione delle azioni di derisking e di riorganizzazione delle attività del gruppo in linea con il piano industriale, nonché sulla realizzazione delle operazioni di capital management già annunciate al mercato, si è maggiormente focalizzata sullo sviluppo dell’attività commerciale dopo l’importante riorganizzazione della rete e la chiusura delle filiali che hanno caratterizzato lo scorso esercizio”.

Volendo analizzare nel dettaglio l’andamento e confrontandolo in una logica year to date ovvero paragonandolo allo stesso periodo dello scorso anno, vediamo che le commissioni nette sono diminuite del 5% (da 935 milioni di euro a 888) e che il margine di interesse è sceso da 1,18 a 1,02; gli impieghi sono aumentasti del 3% toccando quota 105,1 miliardi di euro mentre la raccolta diretta (da clientela) è passata da 101,5 (dato di fine dicembre 2018) a 105,2 miliardi di euro e quella indiretta è aumentata ad 89,1 miliardi di euro, rispetto agli 86,6 della fine dello scorso anno (una crescita del 2,8% costituita da 56,7 miliardi di euro di risparmio gestito e 32,4 di risparmio amministrato).

Altro fattore positivo è la diminuzione dello stock dei crediti deteriorati, che scendendo a 6,2 miliardi di euro ha fatto registrare un calo dell’8% rispetto a dicembre 2018; se confrontato a quello di un anno fa, quando era pari a circa 10 miliardi di euro, la diminuzione si aggira addirittura attorno al 35%.

Il semestre trascorso è inoltre caratterizzato dalla crescita della raccolta “core” conti correnti e depositi, dove si hanno 4,5 miliardi di euro in più rispetto alla fine dell’esercizio precedente. Diminuiscono invece le forme di raccolta più onerose (-0,5 miliardi di euro per le obbligazioni).

Infine, un’altra riduzione dei costi è quella inerente alle spese per il personale che ammontano a 879 milioni di euro, ovvero al 4%; in questo caso, però, non è un dato del tutto positivo perché può indicare il taglio di alcuni posti di lavoro.