La Germania mostra la sua vera faccia: vuole una patrimoniale in Italia

Tempi lunghi ed incerti per i Recovery bond.
La Germania chiede ulteriore integrazione europea e spinge per una patrimoniale italiana.

Che l’Europa si prenda “tutto il tempo necessario” al fine di progettare il Recovery Fund l’ha già detto anche Charles Michel, ex premier belga ed attuale presidente del Consiglio europeo, mentre l’Italia spera di riuscire ad attivarlo dal primo luglio (comunque un po’ tardi viste le imminenti necessità).

Ma a sottolinearlo arriva un’intervista radiofonica alla Dlf del ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz; quest’ultimo sostiene che lo stesso Recovery Fund sarà possibile solo a condizioni ben precise:

Quello che sta accadendo non potrà andare avanti senza un’ulteriore integrazione europea. Farci carico di ulteriori compiti, senza avere prima sviluppato entrate e forme di finanziamento comuni, senza affrontare il dumping fiscale nell’Ue, senza fare in modo che ci siano dei compiti comuni da affrontare insieme, non potrà funzionare. Se stiamo andando, come sembra che stiamo andando, verso la mobilitazione di una quantità di denaro senza precedenti per costruire la necessaria quantità di bilancio, allora dobbiamo avere coerenza nei sistemi di tassazione delle società e ci serve un sentiero di convergenza: non una quantità enorme di idee diverse su come usare i nostri sistemi fiscali.”

Parlando di dumping fiscali Scholz si riferisce a Paesi come l’Olanda o il Lussemburgo. Quando parla di tassazione, invece, si riferisce all’Italia.

Secondo i tedeschi, il nostro sistema fiscale dovrebbe tassare di più la ricchezza privata; una ricchezza privata che, stando a quanto riportato su “Italia Oggi”, si attesta attorno ai 9.900 miliardi di euro (considerando conti correnti, risparmi ed immobili) contro un debito pubblico pari a circa 2.500 miliardi di euro.

Sempre sulla stessa testata, l’autore Tino Oldati ricostruisce i dati dell’autorevole istituto tedesco di ricerche “Diw” e di un articolo a firma di Daniel Stelter uscito su “Manager Magazine”, traendone le seguenti conclusioni:

Il patrimonio medio (liquidi, risparmi, immobili) delle famiglie è in Germania pari a 60 mila euro, mentre in altri paesi Ue è di 100 mila euro, con Italia e Spagna che hanno più del doppio. Il tutto a causa di una diversa distribuzione del risparmio privato, che in Germania è maggiore per quantità totale che in Italia, ma distribuito male, tanto che il 10% delle famiglie ne possiede il 60%, mentre il 40% ha ne ha poco o nulla. Non solo: da noi l’80% delle famiglie abita in case di proprietà, contro il 44% tedesco.

Inoltre, il debito privato italiano (imprese più famiglie) è il più basso in Europa (111% del Pil), migliore di quello tedesco (114% del Pil), indice di una ricchezza privata cospicua.”

Prendiamo questi dati e vediamo che è normale, per i politici tedeschi viene naturale giustificare una domanda: perché la Germania, caratterizzate da famiglie mediamente più povere, dovrebbe aiutare l’Italia, caratterizzata da famiglie più benestanti, tramite l’ausilio dei Recovery bond (ovvero debito comune)?

Ecco allora la soluzione belle che pronta: una patrimoniale sopra al 10% in modo da portare il rapporto debito/Pil al 60%, parametro tanto gradito al trattato di Maastricht.

Ricapitolando, se facciamo tardare (o proprio non partire) i Recovery bond e limitiamo l’uso della Bce, l’Italia sarà costretta a accettare il Mes; non essendo comunque uno strumento sufficiente, si dovrà ricorrere ad una patrimoniale che vada a raccogliere i fondi necessari e risani i conti pubblici.

Così facendo, però, si avrebbe un crollo del mercato immobiliare che trascinerebbe con sé il settore bancario aggravando la crisi, e lasciando l’Italia in preda ad acquisitori stranieri favoriti da prezzi stracciati.

Legge-bavaglio contro i giudici: procedura Ue per sanzionare la Polonia

Da tempo sotto le critiche dell’Ue per l’influenza esercitata su tribunali, media e società civile, il governo polacco è nel mirino europeo per quella che è stata definita una legge-bavaglio contro i giudici.
Avviata la procedura di infrazione, alla quale la Polonia dovrà rispondere entro due mesi.

L’Ue, da tempi non sospetti, ha nel mirino il governo polacco. Le accuse che la Commissione muove contro il partito PiS, alla guida della nazione più grande dell’ex blocco comunista, sono quelle di minare la democrazia tramite l’aumento del controllo diretto di tribunali, media e società civile.

In questo caso, al centro del dibattito c’è quella che è stata definita una “legge-bavaglio” contro i giudici; la legge in questione, introdotta all’inizio del 2020, consentirebbe di punire i giudici che criticano le riforme del governo inerenti al sistema giudiziario.

Da parte sua, il governo, respinge le accuse esattamente come in passato.

Più precisamente, per bocca del membro ceco della commissione esecutiva responsabile della difesa dei valori democratici dell’Ue Vera Jourova, la Commissione europea sostiene quanto di seguito:

Vi sono chiari rischi che le disposizioni relative al regime disciplinare nei confronti dei giudici possano essere utilizzate per il controllo politico del contenuto delle decisioni giudiziarie. Questa è una questione europea perché i tribunali polacchi applicano la legge europea; i giudici di altri Paesi devono confidare che i giudici polacchi agiscano in modo indipendente. Questa fiducia reciproca è il fondamento del nostro mercato unico.

La Commissione darà due mesi di tempo alla Polonia per rispondere ai temi sollevati da Bruxelles; nel caso in cui il governo a guida PiS si rifiutasse di rispondere, l’Ue porterebbe la vicenda davanti alla Corte di giustizia europea, la quale a sua volta potrebbe imporre pesanti sanzioni.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da “Gazzetta Italia“, che ringraziamo.

Petrolio, effetto coronavirus: l’offerta supera la domanda

Il coronavirus ha calato il sipario a cielo aperto in tutto il mondo.
Con il blocco delle attività, l’offerta di petrolio supera la domanda: petroliere cariche di greggio bloccate in mezzo al mare.

Il coronavirus ha bloccato, in modo più o meno forte, tutto il mondo.

Questo, tra quarantena e limitazioni, ha ovviamente visto una fortissima riduzione dei trasporti, della logistica, dei servizi e delle attività in generale.

L’impatto è stato violentissimo sul prezzo del greggio che è letteralmente crollato fino a toccare la quota dei 40 dollari al barile.

Perché non farne ingente scorta ora, si potrebbe pensare, visto un prezzo così basso?

Da questo punto di vista, non manca tanto la volontà, quanto più la capacità. Con capacità si intende la capacità di stoccaggio, ovvero la quantità di petrolio che si riesce ad immagazzinare.

I depositi sono talmente pieni a causa della poca richiesta di greggio che, ad oggi, ci sono decine di petroliere bloccate in mezzo al mare al largo delle coste della California che non possono svuotare i loro carichi.

I litri di greggio stivato in quelle petroliere sarebbero in grado di soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale considerato standard.

Le immagini arrivano della Guardia costiera degli Usa e mettono in evidenza una seconda conseguenza: quelle navi diventano di fatto un magazzino galleggiante di petrolio e, essendo bloccate, non possono effettuare il proprio lavoro.

Questo ha fatti sì che il loro costo di utilizzo sia schizzato verso l’alto, tanto che ad inizio aprile il noleggio unitario aveva toccato la cifra di 235.000 dollari al giorno. Ora i costi sono scesi a 135.000 dollari al giorno, che rappresentano una cifra comunque decisamente alta se confrontata ai prezzi pre-coronavirus, che si aggiravano sugli 85.000 dollari al giorno.

Nel frattempo, altre petroliere stanno gettando le loro ancore in mezzo al mare in attesa di poter vuotare i loro carichi, facendo pensare ad un ulteriore rimbalzo dei costi di affitto di queste attrezzature.

Giappone, 860 euro a tutti i cittadini

Mentre il Consiglio europeo dice che per il Recovery Fund “si userà il tempo che serve”, il Giappone adotta la linea Usa: 860 euro ad ogni cittadino e acquisto di titoli illimitato.

Il presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga, Charles Michel, ha dichiarato che per i Recovery Fund l’Europauserà il tempo che serve”.

Stando a quanto riporta “Il Corriere della Sera”, infatti, il piano sembra quello di far entrare in vigore il fondo il primo luglio, mentre ci sarebbe bisogno di dare risposte decisamente più celeri e concrete, di fronte ad una crisi che sta avendo conseguenze drammatiche.

Chi non perde tempo è invece il Giappone che, adottando la linea degli Usa, ha tolto il limite all’acquisto di titoli impostando di fatto un quantitative easing illimitato. Era stata proprio la Federal Reserve, il mese scorso, a dichiarare di voler comprare bond statali “nell’ammontare necessario” a supportare l’economia a stelle e strisce che significa, appunto, acquisti senza limiti.

Il Paese guidato da Shinzo Abe, inoltre, ha preparato un piano di aiuto concreto per i cittadini, che riceveranno 860 euro ciascuno.

Il piano totale che il Dragone mette in campo, come riporta “Il Sole 24 Ore”, supera i 1.000 miliardi di euro.

Aiuti, dunque, rapidi e concreti esattamente come la situazione richiede, senza la necessità di dover passare per organi come la Bei o strumenti come il Mes ma semplicemente facendo un uso proprio della Banca Centrale.

Chi resta indietro è, ancora una volta, l’Ue che con i suoi organi lenti e caratterizzati da interessi contrastanti al loro interno, non sta riuscendo a dare una risposta né rapida né concreta per aiutare i cittadini e le aziende ad affrontare la crisi.

La Bce non sta ricoprendo il ruolo che le spetta e questo ha impatto sia sullo spread che sul tipo di aiuto che arriverà agli Stati; un aiuto basato sul funzionamento del budget europeo, infatti, potrebbe causare ancora più danni che benefici ad un Paese come l’Italia che, in quanto finanziatore netto, potrebbe ritrovarsi per l’ennesima volta a dover versare più contributi di quanti ne riceverebbe.