La crisi non risparmia Disney: previsti almeno 28.000 licenziamenti

Perdite per 4,5 miliardi di dollari in sei mesi ed azioni in calo.
I 43.000 licenziamenti di aprile potrebbero non essere solo temporanei.

Il Covid-19 non risparmia nessuno.

Dopo il recente fallimento di Rifle, storico marchio di jeans Made in italy (approfondimento al link), ora la Disney ad annunciare ingenti licenziamenti.

Stando a quanto riporta “Euronews”, infatti, ci sarebbero 28.000 licenziamenti previsti nella divisione dei parchi-gioco a Disneyland in California e DisneyWorld in Florida.

I primi 6.000 licenziamenti avverranno dai primi di dicembre e potrebbero aumentare man mano che la società negozierà i termini con i sindacati.

Ad aprile la Disney aveva annunciato il licenziamento temporaneo dei 43.000 dipendenti dei parchi dichiarando di voler procedere alla loro riassunzione una volta finita l’emergenza dovuta al coronavirus; questo aveva rassicurato, almeno in parte, i dipendenti, che contavano di mantenere l’anzianità di servizio e lo stipendio una volta si fosse tornati alla normalità.

Le perdite registrate dalla società, però, potrebbero complicare le cose per più della metà dei lavoratori: Disney ha infatti visto il proprio fatturato calare pari a 1 miliardo di dollari nel secondo trimestre ed a 3,5 miliardi di dollari nel terzo trimestre con le azioni in continuo calo.

Ad aver impattato non è solo la chiusura dei parchi-gioco ma anche tutto l’indotto che questi portavano, come ad esempio l’annullamento di tutte le prenotazioni negli hotel e nelle navi da crociera.

Oms: tasso di mortalità Covid-19 pari allo 0,13%

L’Organizzazione rivede a ribasso le stime, che a marzo erano 26 volte superiori.
L’ultimo report dice: 760 milioni di contagiati ed 1 milione di morti.

L’Oms (Organizzazione mondiale della sanità, WHO in inglese ovvero World Healt Organization) ha rivisto decisamente a ribasso le stime inerenti al tasso di mortalità del Covid-19, dichiarandolo ora al 0,13%.

Lo stesso dato, a marzo era 26 volte più alto.

Ora i numeri dell’Oms riportano che i contagi da coronavirus sono 760 milioni mente i decessi 1 milione.

La fonte originale in lingua inglese viene riportata da Art Moore su “WND” ed è reperibile a questo link.

Mannaia Covid-19: chiude anche Rifle

Fallisce la Rifle, storico marchio di jeans Made in Itlay.
L’azienda, fondata nel 1958, ora sarà messa all’asta.

Gli affari non andavano bene da un po’ di tempo, poi il coronavirus ha fatto da mannaia.

Ha così chiuso i battenti la Rifle, storico marchio di jeans Made in Italy con sede a Barberino di Mugello, poco distante da Firenze, e che era stato fondato nel 1958 dai fratelli Giulio e Fiorenzo Fratini.

A dichiararne il fallimento è stato il Tribunale di Firenze, poi la notizia è stata resa nota dai sindacati di categoria Filctem Cgil e Femca Cisl, che sono intervenuti sul tema come di seguito:

L’azienda non ce l’ha fatta a uscire dal tunnel, certamente reso ancora più buio dalla pandemia mondiale. Cercheremo di verificare tutte le possibilità di salvaguardia occupazionale qualora ci fossero manifestazioni di interesse per il marchio e quindi per l’attività aziendale.

Nel 2017 Sandro Fratini, figlio del fondatore Giulio, aveva ceduto il 44% del capitale alla società svizzera di investimenti Kora, che era poi salita in maggioranza con il 55% l’anno successivo.

Alla guida dell’azienda arrivò Franco Marianelli, dopo le esperienze in Guess Italia e Gas Jeans, ma la sua competenza non è bastata ad evitare il tracollo: nel 2018 Rifle chiudeva il bilancio con 16 milioni di euro di fatturato ed una perdita di 3,3 milioni.

La domanda di concordato al Tribunale di Firenze era stata presentata a maggio di quest’anno, insieme alla richiesta di soccorso fatta alla regione Toscana.

I dipendenti in ballo sono 96. Attualmente è attiva la cassa integrazione Covid-19 e si cercherà di dar loro un ulteriore sostegno economico. Ora si procederà con 45 giorni di esercizio provvisorio per poi passare alla cessione all’asta dell’azienda.

18 pescatori prigionieri in Libia da oltre un mese

Dal primo settembre due pescherecci sono prigionieri del generale Khalifa Haftar.
Pietro Marrone, capitano della Medinea, ha un passato attivo nelle ONG.

Due pescherecci di Mazara del Vallo con un totale di 18 marittimi a bordo sono stati fatti prigionieri in Libia, nel porto di Bengasi, la sera del primo settembre di quest’anno.

Le autorità del generale Kalifa Haftar li hanno sequestrati accusandoli di aver trovato droga a bordo; più precisamente, sostengono di aver trovato dei panetti di sostanze stupefacenti durante la perquisizione e, una volta schierati sul molo, di averli fotografati come una tradizionale operazione antidroga.

I pescatori sono stati trasferiti nel carcere di El Kuefia in stato di arresto. Proprio uno di loro, il capitano del motopesca “MedineaPietro Marrone, in un pezzettino inedito di una telefonata registrata al margine di un0intervista andata in onda su “La7” e riportata poi anche da “Il Fatto e Quotidiano”, spiegava la situazione.

Sul tema interviene anche l’armatore Marco Marrone, come di seguito:

“Ci vogliono incastrare, non so di cos’altro ci vorranno accusare.”

Stando a “Il Fatto Quotidiano” i due pescherecci, il “Medinea” e l’”Antartide”, sono rimasti incustoditi sin dai primi giorni e la contestazione sarebbe saltata fuori soltanto durante gli ulteriori accertamenti; la questione non viene invece confermata dalla Farnesina.

Le autorità di Haftar, ricevuto con tutti gli onori da Conte pochi mesi fa, hanno fatto sapere che i pescatori non verranno rilasciati se non in cambio della liberazione di quattro calciatori libici, condannati in Italia a 30 anni di carcere e tutt’ora detenuti con l’accusa di essere tra gli scafisti della cosiddetta “strage di Ferragosto” del 2005, in cui morirono 49 migranti, in asfissia nella stiva di un barcone.

Sembra uno scherzo del destino per Pietro Marrone. Proprio lui, infatti, che l’anno scorso aveva accettato di mettersi ai comandi della “Mare Jonio”, la nave umanitaria della ong italiana Mediterranea. Proprio lui che nel marzo 2019 era finito sui giornali per aver violato lo stop della Guardia di Finanza, ordinato dall’allora ministro Salvini, pur di portare in salvo a Lampedusa 49 naufraghi.

Nel frattempo i famigliari dei sequestrati stanno protestando sotto Montecitorio, con la madre di Pietro che si è incatenata alla ringhiera che delimita piazza Montecitorio.

Zloty in calo: opportunità per aziende, brokers e privati

Il tasso di cambio della moneta polacca è particolarmente appetibile.
Dalle commodities alle speculazioni, ecco a chi può interessare.

Lo zloty polacco (PLN), che da anni oscilla molto lievemente tanto da avere un tasso di cambio medio con l’euro tra i 4,25 ed 4,28 (1 euro = 4,25 zloty) fatta eccezione per qualche picco che lo ha visto posizionarsi sui 4,20 piuttosto che sui 4,30 o poco più in entrambi i sensi, negli ultimi mesi di quest’anno ha subìto una forte svalutazione.

Durante il periodo caratterizzato dal Covid-19, infatti, il governo polacco è intervenuto fortemente in aiuto dell’economia nazionale, tanto da far sì che la Polonia fosse il miglior Paese europeo per reazione al coronavirus (approfondimento al link).

Questo intervento di aiuti pubblici, sommato alla forte spinta nel welfare voluta dal governo di PiS (ad esempio 500 zloty al mese per ogni figlio fino ai 18 anni, la tredicesima mensilità per i pensionati, gli sgravi fiscali per i giovani assunti ed altre riforme) ed alla volontà di svalutare la moneta per favorire l’economia in un momento alquanto delicato come quello della pandemia, ha portato il tasso di cambio su livelli senza precedenti.

L’attuale tasso di cambio si aggira sui 4,55 zloty per ogni euro (il 30 settembre la Bce chiudeva esattamente il rapporto a 4,5462 zloty per ogni euro).

Il picco si è verificato proprio verso la metà di marzo, per poi registrare una flessione ad agosto (circa 4,40 zloty per ogni euro) e tornare a salire sopra i 4,50 zloty per ogni euro a settembre.

Per quanto duri questo tasso di cambio non è dato sapere, ma sicuramente è il momento buono per aziende, professionisti e speculatori.

Le possibilità sono tante: si va dalle commodities alla copertura valute (molte utile per esempio alle aziende straniere che devono pagare gli stipendi in zloty presso i propri stabilimenti polacchi), passando per i contratti “pronti contro termine” e/o le “opzioni su valuta”, fino alle speculazioni dei piccoli investitori privati che potrebbero vendere ora Euro allo scoperto per ricomprare una volta che il tasso di cambio sarà tornato sui livelli standard. I rischi sono i soliti: capire se e quando il tasso di cambio tornerà ai livelli “di sempre”.