L’Islanda di “No” all’Ue: il 53% boccia il referendum

Il ‘Si’ vince nella capitale (57%) ma perde nel resto del Paese, che non vuole nemmeno andare a vedere le carte che Bruxelles può offrire.
Gelida e praticamente assente la risposta dall’Ue all’esito del referendum.

Nessun passo indietro ma una vittoria per la democrazia“.

E’ lucida nella sua analisi la premier islandese Kristrún Frostadóttir quando affronta la sconfitta al referendum che aveva voluto per riaprire i negoziati per l’adesione all’Ue interrotti nel 2013 (approfondimento al link).

Un fallimento che gela Bruxelles e ridà fiato ai sovranisti antieuropeisti, da Le Pen a Farage e Vannacci.

Il 52,8% degli islandesi hanno detto no a riprendere il dialogo con Bruxelles, contro il 47,2% che si è espresso a favore.

Nella capitale Reykjavík prevale il sì, che sfiora il 57%, mentre il no è trainato soprattutto dalle circoscrizioni rurali, dove supera in tre collegi su quattro il 60%. Un segnale chiaro che il Paese profondo, quello del tessuto economico legato alla pesca, non vuole nemmeno andare a vedere le carte che Bruxelles era disposta a offrire. Non a caso il capitolo della pesca era uno di quelli rimasti in sospeso nei negoziati del 2010-2013.

Non solo: a favore del no si era schierato un fronte trasversale, dalla sinistra radicale alla destra nazional-conservatrice, e persino una delle tre forze della maggioranza di governo: il Partito del Popolo della ministra Inga Sæland.

Per il sì, invece, l’Alleanza socialdemocratica, affiliata al Partito socialista europeo, della premier Frostadóttir, e il liberale ViÐreisn, legato all’Alde-Renew, della ministra degli Esteri èorgerÐur Katrín Gunnarsdóttir.

La prima ministra ammette la sconfitta ma va avanti, come riporta Ansa. Dice di aver mantenuto la promessa di ascoltare i cittadini, cosa che non è stata fatta in passato quando si decise di avviare i negoziati con l’Ue. Si dice soddisfatta della lezione di democrazia che ha portato al voto così tante persone e precisa che il tema dei negoziati con l’Ue non sarà ripreso almeno fino alla fine del suo mandato, nel 2028, e probabilmente nemmeno dopo. “Le persone sono contente dell’attuale rapporto con l’Ue“, dell’accordo di libero scambio Efta e della partecipazione al mercato comune nel See, e “noi continueremo a rafforzare tale rapporto“, rimarca.

Gelida, se non assente, la reazione di Bruxelles. Dopo un silenzio durato per tutta la giornata, la portavoce del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa riferisce che c’è stato uno scambio di messaggi con la premier, che “l’Islanda rimane uno dei partner più stretti e fidati” e che c’è un comune desiderio di “continuare a rafforzare le relazioni“. Dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nessuna dichiarazione. Solo più tardi un portavoce diffonde due righe: l’esecutivo Ueprende atto dell’esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese. L’Islanda rimane uno stretto partner dell’Unione europea“.

Insomma, un’amara sorpresa per Bruxelles, che sperava in una storia di successo di allargamento a Nord dell’Unione, dopo le batoste della Brexit e le difficoltà per far avanzare gli altri paesi candidati.

Come se non bastasse, a cavalcare la sconfitta sono arrivati i sovranisti d’Europa. Per Marine Le Pen, la leader di Rassemblement National candidata alle presidenziali francesi della prossima primavera, “nel momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo“, il voto “ricorda che un’altra Europa è possibile“, perché “i popoli devono poter decidere da soli del loro futuro“.

A gettare benzina sul fuoco anche il populista britannico campione della Brexit, Nigel Farage, che si complimenta con gli islandesiper aver mantenuto la propria indipendenza“.

In Italia, la Lega incalza: “Se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?“, mentre per il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci questa Ue viene ripudiata anche da chi avrebbe ogni interesse ad aderire, gli islandesi non vogliono dire addio alla loro identità, alle loro tradizioni e al loro stile di vita“.

Francia: per la crisi di governo Macron convoca tutti tranne RN e LFI

Convocati all’Eliseo tutti i leader politici; grande escluso il partito di Marine Le Pen.
Macron promette di nominare un primo ministro entro questa sera.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato all’Eliseo nel primo pomeriggio, tutti i leader dei partiti politici, tranne quelli di La France insoumise (LFI) e Rassemblement National (RN).

Gabriel AttalMarine TondelierBruno RetailleauOlivier Faure, tutti i leader dei partiti hanno ricevuto ieri sera un invito all’Eliseo per un incontro Macron, oggi alle 14.30, secondo quanto appreso da BFMTV da diverse “fonti concordanti“.

Come riporta AGI, mancano all’appello solo RN e LFI.

Macron ha promesso di nominare un primo ministro entro questa sera, dopo le clamorose dimissioni di Sebastien Lecornu lunedì (approfondimento al link), intervallate da altri due giorni di negoziati per cercare di ottenere, in assenza di una maggioranza all’Assemblea, un accordo sul futuro governo.

Francia: Le Pen prima nei sondaggi

Prima assoluta nelle top 10 delle personalità politiche francesi.
Prevalgono il suo partito e l’ultradestra. Male Macron.

Marine Le Pen si piazza per la prima volta da sola in prima posizione nella top 10 delle personalità politiche francesi realizzata dall’istituto Verian-Epoka per Le Figaro Magazine.

Alla domanda “Per ciascuna delle seguenti personalità, vorresti dirmi se ti piacerebbe vederle ricoprire un ruolo importante nei mesi e negli anni a venire?” il 40% dei francesi segnala la leader del Rassemblement National (Rn) piazzandola quindi al primo posto tra i politici d’Oltralpe.

Un forte progresso rispetto al 2010, quando la leader della fiamma tricolore bianco-rosso e blu era al 14%.

Segue, al secondo posto della classifica (39%) l’ex premier di Emmanuel Macron, Edouard Philippe, ed al terzo posto il segretario del Rn (quindi ancora sponda Le Pen), Jordan Bardella (37%).

Altro dato: Marion Maréchal, la nipote di Le Pen che ha lasciato il Rn per schierarsi con il partito di ultradestra Reconquete di Eric Zemmour, si piazza in quarta posizione (29%).

Come riporta Ansa, la recente nomina del giovane Gabriel Attal alla guida del governo non sembra beneficiare all’indice di fiducia di Macron, stabile al 24%, con lo stesso Attal che raccoglie il 33%.