Evasione fiscale: la mappa europea

Germania prima per evasione, Italia poi non così male.
Chi fa la morale agli altri o evade o è un paradiso fiscale.

Italia regina per evasione fiscale come continuano a ripeterci e a farci voler credere?

Assolutamente no, anzi.

Dopo aver svelato che il problema dell’evasione non è il famoso idraulico che non emette lo scontrino ma sono le grandi multinazionali che evadono miliardi di euro (basti pensare allo scandalo della tedesca Wirecard) per poi pagare al massimo qualche piccola multa, ora vediamo che non è chi predica bene a dare l’esempio.

Chi svetta nella classifica europea dell’evasione fiscale è, infatti, la tanto dura e pura Germania, sempre pronta a giudicare e criticare gli altri quando dovrebbe per prima guardare in casa propria.

Pensate che a livello di imprese, il record di evasione fiscale lo fece un’altra azienda tedesca: la Siemens.

A farle eco nelle critiche, in particolar modo verso l’Italia, era stato anche il Lussemburgo tramite le parole dell’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker: guarda caso, il Lussemburgo avrebbe poco da parlare essendo un paradiso fiscale.

Di seguito, la mappa dell’evasione fiscale in Europa fornita da Atlas of the Offshore World, EU Tax Observatory:

Migranti: Ungheria contraria; Ue ripensi il Patto

Prevista una riunione straordinaria.
Ue: “Serve velocizzare il rimpatrio di chi rappresenta un rischio per la sicurezza”.

L’Ungheria si è sempre opposta dall’inizio al Patto sulla migrazione. Non è tardi per il Consiglio per ripensarci“.

Queste le parole del ministro dell’Interno, Bence Retvari, parlando al Consiglio Affari Interni di Lussemburgo, che ha poi continuato come di seguito:

I migranti illegali sono in possesso di armi e stanno sempre più aggredendo le forze di frontiera“.

Come riporta Tgcom24, lo stesso ha anche sottolineando che, nelle ultime ore, forze di polizia ungheresi e serbe sono state “attaccate” con armi da fuoco al confine.

Sulla questione migranti e rimpatri, inoltre, l’Ue terrà una riunione straordinaria. La commissaria Ue agli Affari interni, Ylva Johansson, al termine del Consiglio Ue Affari interni a Lussemburgo ha infatti dichiarato:

Dobbiamo discutere con gli Stati membri su come possiamo intervenire per garantire che le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza dell’Unione europea possano essere rimpatriati molto più rapidamente nel Paese di origine. Questa deve essere la priorità“.

Un mese di esercitazioni militari: la Sardegna si oppone

L’isola ospita il 65% del demanio militare italiano ed i 2 poligoni più grandi d’Europa.

Si concluderà con un “Demonstration Day” a metà maggio la maxi esercitazione militare in Sardegna denominata Noble Jump: una giornata di dimostrazione delle potenze alleate congiunte.

Insieme ai soldati italiani ci saranno infatti anche gli alleati di Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Lussemburgo, per saggiare la prontezza delle capacità di combattimento della Nato in uno scenario di guerra.

Ma, come riporta Ansa, per l’Isola non sarà finita: la primavera di allenamenti alle battaglie continuerà dall’8 maggio, quando inizierà invece la Joint Stars: saranno coinvolti oltre 4.000 militari e circa 900 tra mezzi terresti, aerei e navali.

Gli indipendentisti sardi e antimilitaristi restano in guardia, pronti a urlare un nuovo no alle esercitazioni e chiedere chiusura e riconversione dei poligoni militari.

Per il momento non ci sono nuovi sit-in o cortei in programma, ma il movimento “no war” in Sardegna sta assistendo a un ricambio generazionale con nuovi attivisti che arrivano da scuole e università.

Ieri intorno alla base aerea militare di Decimomannu ci sono stati anche momenti di tensione con le forze dell’ordine per un corteo organizzato da “Sardinnia aresti” che, in concomitanza con Sa die de sa Sardigna, si stava avvicinando troppo alla zona protetta da muri e filo spinato.

Per allontanare i circa 250 manifestanti sono stati usati anche idranti e lacrimogeni.

Una presenza non gradita dai pacifisti; Danilo Lampis di Sardegna chiama Sardegna dichiara quanto di seguito:

Basta con le esercitazioni. La Sardegna ospita circa il 65% del demanio militare italiano e ha sul suo suolo i due poligoni più grandi d’Europa, nelle aree di Teulada e Quirra, che ormai da decenni non fanno altro che devastare i nostri territori, talvolta in maniera irreparabile“.

Fitch declassa l’Italia: BBB-. Codacons risponde con un esposto

L’agenzia di rating ha anticipato un giudizio atteso non prima di luglio, declassando l’Italia.
Il ministro Gualtieri tranquillizza sostenendo che il Paese ha fondamentali solidi.

È arrivato, nella tarda serata del 28 aprile, il declassamento italiano da parte di Fitch.

L’agenzia di rating ha anticipato il giudizio che era previsto per non prima di luglio, attribuendo al credito sovrano italiano una classificazione da “BBB-”, in discesa rispetto alla precedente “BBB”.

BBB-” è il gradito appena sopra al rating di “junk”, ovvero l’equivalente di “spazzatura”, ma il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è intervenuto sul tema per tranquillizzare i mercati sostenendo che il Paese ha i fondamentali solidi, sia sotto il profilo della finanza pubblica che quello economico.

La causa del declassamento, come riporta “Reuters”, è l’impatto negativo della pandemia di coronavirus.

Anche da questo punto di vista, il ministro Gualtieri ha precisato che il declassamento è avvenuto senza che l’agenzia di rating tenesse conto delle decisioni che l’Ue ed i suoi organi stanno prendendo per affrontare la crisi da Covid19.

Per quanto concerne l’outlook, invece, è stato modificato da “negativo” a “stabile”.

Di contro, non è tardato l’esposto di Codacons alla Procura della Repubblica di Roma contro Fitch per possibile manipolazione del mercato.

In merito agli strumenti che l’Ue intende mettere in campo, proprio ieri l’ex premier belga ed attuale presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha detto che “per il Recovery Fund l’Europa si prenderà tutto il tempo necessario”; l’Italia, da parte sua, spera di poterne usufruire da luglio.

La Germania, per bocca del suo ministro delle Finanze Olaf Scholz, ha dichiarato che per attivare il Recovery Fund ci vogliono condizioni precise che comportano una maggiore integrazione europea. In questo senso, Scholz ha messo nel mirino il tema della tassazione: dito puntato su Olanda e Lussemburgo per essere dei paradisi fiscali, e sull’Italia perché dovrebbe tassare maggiormente la ricchezza privata in favore della riduzione del debito pubblico.

L’analisi di Scholz trova riscontro con i dati dell’autorevole istituto tedesco di ricerche “Diw”, in cui si riporta che le famiglie italiane e spagnole sono mediamente più ricche di quelle tedesche (valutando il patrimonio medio comprensivo di liquidi, risparmi ed immobili). Ciò spinge il ministro a chiedersi perché le famiglie tedesche, appunto mediamente più povere, debbano pagare per famiglie mediamente più ricche, come quelle italiane o spagnole.

La strada, dunque, sembra essere quella che porta al Recovery Fund solo in cambio di determinate condizioni: queste condizioni vengono anche definite il “fare i compiti a casa”, ovvero le riforme fiscali come successo, per esempio, in Grecia. Un Recovery Fund così strutturato rievoca il funzionamento del Mes, con in più il rischio della reale allocazione delle risorse: se le risorse verranno allocate secondo le attuali regole di coesione, infatti, come finanziatore netto l’Italia rischierebbe di vedersi assegnare meno risorse di quante ne verserebbe (si vede il recente esempio che ha visto assegnare all’Ungheria più del doppio dei fondi assegnati all’Italia), con in più l’obbligo di dover attuare riforme fiscali per i soldi ricevuti.

La Germania mostra la sua vera faccia: vuole una patrimoniale in Italia

Tempi lunghi ed incerti per i Recovery bond.
La Germania chiede ulteriore integrazione europea e spinge per una patrimoniale italiana.

Che l’Europa si prenda “tutto il tempo necessario” al fine di progettare il Recovery Fund l’ha già detto anche Charles Michel, ex premier belga ed attuale presidente del Consiglio europeo, mentre l’Italia spera di riuscire ad attivarlo dal primo luglio (comunque un po’ tardi viste le imminenti necessità).

Ma a sottolinearlo arriva un’intervista radiofonica alla Dlf del ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz; quest’ultimo sostiene che lo stesso Recovery Fund sarà possibile solo a condizioni ben precise:

Quello che sta accadendo non potrà andare avanti senza un’ulteriore integrazione europea. Farci carico di ulteriori compiti, senza avere prima sviluppato entrate e forme di finanziamento comuni, senza affrontare il dumping fiscale nell’Ue, senza fare in modo che ci siano dei compiti comuni da affrontare insieme, non potrà funzionare. Se stiamo andando, come sembra che stiamo andando, verso la mobilitazione di una quantità di denaro senza precedenti per costruire la necessaria quantità di bilancio, allora dobbiamo avere coerenza nei sistemi di tassazione delle società e ci serve un sentiero di convergenza: non una quantità enorme di idee diverse su come usare i nostri sistemi fiscali.”

Parlando di dumping fiscali Scholz si riferisce a Paesi come l’Olanda o il Lussemburgo. Quando parla di tassazione, invece, si riferisce all’Italia.

Secondo i tedeschi, il nostro sistema fiscale dovrebbe tassare di più la ricchezza privata; una ricchezza privata che, stando a quanto riportato su “Italia Oggi”, si attesta attorno ai 9.900 miliardi di euro (considerando conti correnti, risparmi ed immobili) contro un debito pubblico pari a circa 2.500 miliardi di euro.

Sempre sulla stessa testata, l’autore Tino Oldati ricostruisce i dati dell’autorevole istituto tedesco di ricerche “Diw” e di un articolo a firma di Daniel Stelter uscito su “Manager Magazine”, traendone le seguenti conclusioni:

Il patrimonio medio (liquidi, risparmi, immobili) delle famiglie è in Germania pari a 60 mila euro, mentre in altri paesi Ue è di 100 mila euro, con Italia e Spagna che hanno più del doppio. Il tutto a causa di una diversa distribuzione del risparmio privato, che in Germania è maggiore per quantità totale che in Italia, ma distribuito male, tanto che il 10% delle famiglie ne possiede il 60%, mentre il 40% ha ne ha poco o nulla. Non solo: da noi l’80% delle famiglie abita in case di proprietà, contro il 44% tedesco.

Inoltre, il debito privato italiano (imprese più famiglie) è il più basso in Europa (111% del Pil), migliore di quello tedesco (114% del Pil), indice di una ricchezza privata cospicua.”

Prendiamo questi dati e vediamo che è normale, per i politici tedeschi viene naturale giustificare una domanda: perché la Germania, caratterizzate da famiglie mediamente più povere, dovrebbe aiutare l’Italia, caratterizzata da famiglie più benestanti, tramite l’ausilio dei Recovery bond (ovvero debito comune)?

Ecco allora la soluzione belle che pronta: una patrimoniale sopra al 10% in modo da portare il rapporto debito/Pil al 60%, parametro tanto gradito al trattato di Maastricht.

Ricapitolando, se facciamo tardare (o proprio non partire) i Recovery bond e limitiamo l’uso della Bce, l’Italia sarà costretta a accettare il Mes; non essendo comunque uno strumento sufficiente, si dovrà ricorrere ad una patrimoniale che vada a raccogliere i fondi necessari e risani i conti pubblici.

Così facendo, però, si avrebbe un crollo del mercato immobiliare che trascinerebbe con sé il settore bancario aggravando la crisi, e lasciando l’Italia in preda ad acquisitori stranieri favoriti da prezzi stracciati.