Disney chiude 60 negozi e spinge l’online

Young: “La pandemia ha cambiato le abitudini”.
Si parte con le chiusure dei negozi del Nord America.

Sono almeno 60, i negozi che Disney chiuderà per puntare sull’online.

Dopo i recenti tagli al personale fatti a causa della crisi dovuta al Covid-19 (approfondimento al link), ora la multinazionale dell’intrattenimento annuncia altre chiusure.

Sostenendo che il passaggio all’e-commerce prevede una maggiore integrazione con le app, le piattaforme social ed i parchi a tema, Disney ha dichiarato di voler rendere la sua attività di e-commercepiù fluida, personalizzata e incentrata sul franchising attraverso la sua piattaforma di vendita shopDisney”.

Intervenuta sul tema, la presidente dei giochi e dell’editoria Disney Stephanie Young, ha dichiarato quanto di seguito:

“La pandemia globale ha cambiato ciò che i consumatori si aspettano da un rivenditore e i consumatori sono spostati verso lo shopping online, dove trascorrono molto del loro tempo.”

Allo sviluppo della piattaforma, seguirà l’integrazione con le app mobili dedicate ai suoi clienti dei parchi di divertimento ed il tutto sarà affiancato dalla creazione di nuovi prodotti di abbigliamento per adulti, di streetwear, di prodotti per la casa e di altri prodotti, ovviamente tutti targati Disney.

Per il momento il gruppo non ha definito con esattezza l’ubicazione dei siti interessati alla chiusura; dei 300 Disney Store totali però, si sa che si comincerà da quelli del Nord America.

Non è stato inoltre precisato il numero dei licenziamenti, forse in attesa di fare un calcolo compensativo con i posti di lavoro che verranno creati e che saranno necessari alla strategia decisa, o forse più semplicemente per pubblicare sgradite notizie: poco tempo fa, infatti, il gruppo aveva prima dichiarato di dover effettuare 28.000 licenziamenti per poi effettuarne 32.000.

La rivoluzione del modello di business trova radici nelle conseguenze della crisi che, da una parte, hanno drasticamente ridotto le aperture di parchi e negozi facendo precipitare i guadagni della Disney e, dall’altra, ha fatto registrare notevoli incrementi di introiti dalle piattaforme online.

La crisi non risparmia Disney: previsti almeno 28.000 licenziamenti

Perdite per 4,5 miliardi di dollari in sei mesi ed azioni in calo.
I 43.000 licenziamenti di aprile potrebbero non essere solo temporanei.

Il Covid-19 non risparmia nessuno.

Dopo il recente fallimento di Rifle, storico marchio di jeans Made in italy (approfondimento al link), ora la Disney ad annunciare ingenti licenziamenti.

Stando a quanto riporta “Euronews”, infatti, ci sarebbero 28.000 licenziamenti previsti nella divisione dei parchi-gioco a Disneyland in California e DisneyWorld in Florida.

I primi 6.000 licenziamenti avverranno dai primi di dicembre e potrebbero aumentare man mano che la società negozierà i termini con i sindacati.

Ad aprile la Disney aveva annunciato il licenziamento temporaneo dei 43.000 dipendenti dei parchi dichiarando di voler procedere alla loro riassunzione una volta finita l’emergenza dovuta al coronavirus; questo aveva rassicurato, almeno in parte, i dipendenti, che contavano di mantenere l’anzianità di servizio e lo stipendio una volta si fosse tornati alla normalità.

Le perdite registrate dalla società, però, potrebbero complicare le cose per più della metà dei lavoratori: Disney ha infatti visto il proprio fatturato calare pari a 1 miliardo di dollari nel secondo trimestre ed a 3,5 miliardi di dollari nel terzo trimestre con le azioni in continuo calo.

Ad aver impattato non è solo la chiusura dei parchi-gioco ma anche tutto l’indotto che questi portavano, come ad esempio l’annullamento di tutte le prenotazioni negli hotel e nelle navi da crociera.

Fuga da Amazon

Dopo le varie accuse e le perdite di clienti come Nike e Birkenstock arriva un’altra tegole per Amazon: anche Ikea abbandona la piattaforma e-commerce.

Jeff Bezos, dopo il divorzio più costoso della storia del mondo e l’essere finito nella top ten dei miliardari che più hanno perso a livello economico-finanziario nel 2019 (approfondimento al link), continua a perdere colpi.

La sua azienda Amazon, infatti, è stata ripetutamente al centro delle critiche per il trattamento del personale ed è stata inserita tra le società che non brillano per trasparenza (insieme ad Apple, Disney ed addirittura l’Isis) nel discorso tenuto da Ricky Gervais ai Golden Globe.

Ora, dopo i clamorosi addii di Nike e Birkenstock, arriva un’altra brutta tegola: ha deciso di smettere di vendere i suoi prodotti tramite la piattaforma e-commerce Amazon anche il colosso Ikea.

La decisione di Ikea è arrivata dopo l’avvio del progetto pilota focalizzato sugli articoli di illuminazione smart, che avrebbe fatto registrare un fallimento a causa della necessità di essere veicolata in maniera decisamente più ampia ed efficace.

Non secondario è il problema di minor attrattività che Amazon sta attraversando; i motivi sarebbero legati alla vendita di prodotti contraffatti ed alla mancanza di adeguati controlli in questo senso.

Il problema sta diventando noto al punto che l’American Apparel & Footwear Association, ancora ad ottobre 2019, aveva contrassegnato alcuni dei siti sui quali Amazon si appoggia.

Al momento Ikea sta usando la piattaforma Alibaba ma, come dichiarato circa un anno fa al Financial Times dal chief executive of Inter Ikea Torbjorn Loof, pare ci sia la volontà di lanciare una propria piattaforma per l’e-commerce.

Il nuovo marketplace includerebbe inoltre la vendita di prodotti di terzi senza limiti di categorie, in modo da diversificare il business ed incrementare i profitti grazie ai proventi derivanti dalle transazioni che avverranno tramite la piattaforma stessa.

Amazon perderà dunque una buona quota di mercato, considerando che Ikea è anche in forte movimento: altro business in via di sviluppo è quello legato all’opzione dei mobili in leasing, per il quale è prevista nel 2020 l’ampliamento in 30 mercati, dopo il lancio avvenuto in Svizzera.

Ma non solo: sono previste le aperture, entrambe a New York, di un negozio di piccola taglia (5.000 mq) nell’Upper East, al fine di offrire ai clienti l’opportunità di sedersi con i consulenti di design e di un nuovo store, entro il 2020 e più precisamente nel quartiere del Queens, per attirare i millennial urbani.