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Estonia: governo non trova 77 milioni per insegnanti ma ne dà 900 all’Ucraina

Il governo non mantiene gli impegni evidenziando i vincoli di bilancio.
Ma per gli aiuti militari ha speso più di 10 volte tanto.

Il capo del Ministero dell’Istruzione estone, Kristina Kallas (non è parente di Kaja Kallas), ha dichiarato che il governo non è riuscito a trovare i 77 milioni di euro necessari per soddisfare la richiesta del sindacato degli insegnanti di un aumento salariale del 10%.

Ciò è avvenuto nonostante i precedenti impegni del governo a migliorare la retribuzione degli insegnanti, evidenziando i continui vincoli di bilancio.

Nel frattempo, l’Estonia ha speso più di 900 milioni di euro in aiuti militari all’Ucraina.

Con la valigia e i sensi di colpa, viaggio semiserio di una pendolare tardiva.

Diario tragicomico di una mamma siciliana in trasferta a Milano, tra orari e binari impossibili, nostalgia e una domanda aperta: restare o tornare?

Quando è arrivata quella convocazione, era solo per una settimana. Una supplenza da collaboratore scolastico in un liceo in pieno centro a Milano. Non sapevo cosa mi aspettasse, né quanto sarebbe durata davvero. Ero inconsapevole. Spaesata. Abituata a ben altri ritmi, ben altre strade, altri orizzonti.

All’inizio mi ha ospitata mio cugino a Varese, mentre cercavo una sistemazione nel caso si fosse prolungato il contratto. Ogni mattina era un’avventura: sbagliavo treni, orari, direzioni. Mi sentivo una comparsa in un film girato troppo in fretta, con dialoghi e tempi che non capivo. Non lo sapevo nemmeno io cosa fosse giusto fare, ma una cosa la sapevo: dovevo provarci.

Così, a 52 anni, sono rimasta. Con una valigia piena di vestiti, aspettative e sensi di colpa.

Perché mentre io prendevo il treno dell’indipendenza economica, a casa qualcosa si scomponeva. Mio marito, con il suo lavoro a cui davo una mano. Mia figlia autistica, che stava concludendo la triennale e che aveva ancora bisogno di me. I miei genitori, anziani, lontani. E quel Sud che mi chiamava con la voce del dovere ma anche del piacere, della normalità mentre il Nord mi seduceva con quella dell’opportunità.

Ma a quell’indipendenza, conquistata tardi e con fatica, non volevo rinunciare. Non potevo.

Il rito del pendolare milanese

Diventare pendolare a Milano è un po’ come iscriversi a una setta: non capisci bene le regole, ma intuisci che devi adattarti in fretta. I treni partono in orario solo quando tu sei in ritardo, le coincidenze si chiamano così perché raramente accadono, e i binari cambiano più velocemente dell’umore di un capotreno sotto stress.

All’inizio ci provi con il sorriso: ti dici che è solo una fase, che presto saprai distinguere un regionale da un intercity senza consultare l’oracolo di Trenitalia. Ma poi capisci che la vera sfida non è arrivare a destinazione: è conservare un minimo di dignità mentre cerchi un posto libero tra spintoni e zaini nel vagone del cosiddetto spostapoveri e negli occhi ancora quell’ultima alba sul mare africano.

Un giorno, tanto per non farmi mancare nulla, salii su un treno che faceva la stessa tratta del solito, ma non fermava alla stazione dove dovevo scendere, vicino casa di mio cugino. Mi accorsi che era una prima classe – cosa che ancora oggi non so spiegarmi bene – e, invece di cambiare carrozza, chiesi al controllore se potevo fare l’integrazione. Lui guardò il mio biglietto, poi mi guardò come si guarda un cucciolo bagnato e disse: “Signora, questo treno non si ferma dove deve andare lei”. La mia faccia deve aver detto tutto, perché con grande pazienza mi spiegò che avrei dovuto scendere alla prima fermata utile e aspettare il treno successivo. Quando arrivammo, mi fece scendere quasi come si accompagna una persona smarrita, raccomandandomi mille volte di non allontanarmi dalla banchina e di salire solo sul treno giusto. Sarò sembrata una rinco un po’ anziana a quel giovane controllore, ma almeno non mi ha lasciata finire in Svizzera.

Ogni mattina è un piccolo trasloco: borsa, pranzo, documenti, speranze. E ogni sera è una maratona verso casa, quando la stanchezza ti entra nelle ossa e ti chiedi se tutto questo abbia senso. Ma intanto vai, perché la vita del pendolare non ha pause. Ha solo fermate.

E mentre guardi scorrere la periferia dal finestrino, pensi a chi sei diventata: una donna del Sud, trapiantata al Nord, che ha imparato a leggere i tabelloni con la rapidità di un broker di Wall Street e a lottare per una manciata di minuti come se fossero oro.

Il primo impatto è quello culturale.

Mentre a casa, al Sud, il tempo si prende il suo tempo, qui il tempo è cronometro. Al Sud il treno in ritardo è una scocciatura prevista anzi normale; al Nord è una tragedia da esposto al sindaco. Tu arrivi con la valigia, la nostalgia e un sorriso disarmato, e ti ritrovi nel mondo delle app per controllare i ritardi in tempo reale, dei passaggi sotterranei infiniti, delle scale mobili e dal fiume di persone che si spostano insieme a te.

Il costo umano.

Ciò che ho lasciato a casa, un intreccio di affetti sospesi e una pigra e felice normalità.
Ogni telefonata era un misto di sollievo e nostalgia. “Tutto bene”, dicevamo tutti ma non è mai la verità assoluta. Il cuore, il mio, si divideva tra due regioni. Da un lato la voglia di autonomia, quella fame di dignità economica che non ha età; dall’altro la voce della coscienza, che ti sussurra che forse non sei dove dovresti essere.

Eppure non mi sono mai sentita egoista. Perché quel treno l’ho preso anche per loro. Per dimostrare a mia figlia che si può fare, anche quando sembra tardi. Per portare a casa un pezzo di futuro, anche se conquistato al prezzo della distanza. Per dire ai miei genitori che quella figlia, quella “picciridda” che avevano cresciuto con amore, era diventata una donna che non aveva paura o non aveva tempo per percepire quella paura.

E adesso?

Oggi siamo tutti e tre al Nord. Io, mio marito, mia figlia. Una famiglia siciliana trapiantata nell’asfalto lombardo, con l’accento che non ci lascia mai e una valigia che, anche se disfatta, non si chiude del tutto. Lavoriamo. Ci siamo adattati. Abbiamo imparato a decifrare i codici del grande Nord senza smettere di essere noi.

Eppure non sappiamo cosa faremo. Restare? Tornare? Provare a dare a mia figlia una stabilità qui, dove finalmente ha trovato un lavoro, una piccola autonomia, una nuova dimensione? O cedere al richiamo delle origini, della terra che ci manca ogni giorno, della luce che qui non c’è?

Forse la risposta non esiste. Forse siamo destinati a vivere tra due mondi, come tanti altri. Con il cuore a sud e la testa a nord. O forse è proprio questa la nostra casa: quel binario intermedio in cui si cresce, si lotta, si ama, si sbaglia treno e si ricomincia.

A tutti i pendolari del Sud, quelli veri, quelli che ogni mattina partono e ogni sera si ritrovano stanchi ma vivi: siamo una razza strana, ma tenace. E anche se ci perdiamo ogni tanto, sappiamo sempre dove trovare la strada di casa. Anche fosse solo nel cuore.

Mia figlia, l’autismo e il futuro che vogliamo scrivere

Una riflessione personale sulla Giornata dell’Autismo, tra conquiste, difficoltà e la speranza di un futuro più inclusivo.

La Giornata dell’Autismo è sempre passata un po’ in sordina nella nostra famiglia. Non perché non fosse importante, ma perché, fino a qualche anno fa, non sapevamo di doverla vivere con piena consapevolezza. La diagnosi di autismo per mia figlia è arrivata a 22 anni, quando ormai avevamo già attraversato insieme molte tappe della sua vita senza mai darle un nome preciso. Ora che ha 26 anni, guardo indietro e mi chiedo: come sarebbe stato se lo avessimo saputo prima?

Mia figlia è una guerriera, come ho raccontato nel mio blog. Ha affrontato il mondo con determinazione, superando ostacoli che noi, inconsapevoli, vedevamo solo come piccole difficoltà caratteriali. Ha studiato, si è laureata, lavora e vive da sola. La sua indipendenza è il frutto di un impegno costante, ma anche della sua straordinaria capacità di adattarsi e affrontare le sfide con coraggio.

Penso a quando era piccola, alle elementari. Il suo cervello elaborava le informazioni in modo differente, e io ho dovuto imparare un metodo per farle capire le lezioni, le nozioni, le formule matematiche. È stato un processo logorante per me e terribile per lei. Ogni spiegazione diventava una battaglia contro l’incomprensione, ogni compito un ostacolo da superare con fatica. Non sapevo allora che fosse autistica, ma sapevo che aveva bisogno di un approccio diverso, e così, senza rendermene conto, ho costruito per lei un ponte verso la comprensione.

Eppure, la diagnosi ha cambiato qualcosa. Non per lei, che ha semplicemente dato un nome a ciò che già sapeva di sé, ma per noi genitori. Ha illuminato tante situazioni del passato, spiegato quelle che ci sembravano solo stranezze o difficoltà passeggere. Ha portato con sé un senso di comprensione, ma anche un po’ di rammarico per non aver potuto sostenerla in modo più consapevole durante la sua infanzia e adolescenza.

Oggi, la Giornata dell’Autismo ha un significato nuovo per me. Non è solo una ricorrenza, ma un’occasione per riflettere su quanto sia importante comprendere, informarsi, ascoltare. Non si tratta solo di consapevolezza, ma di connessione, di empatia, di accettazione.

Mi emoziona vedere realtà come PizzAut, dove ragazzi autistici trovano un’opportunità concreta di lavoro e inclusione. Sono iniziative come queste che mostrano il vero significato dell’accoglienza e della valorizzazione delle capacità di ogni individuo. Ogni persona nello spettro ha qualcosa da offrire, e società più attente e inclusive possono fare la differenza nella loro vita e nel loro futuro.

Ma non basta l’iniziativa di pochi, serve un impegno concreto dello Stato. È ingiusto che le famiglie debbano affrontare da sole il peso dell’inclusione, dell’assistenza, del futuro. Il vero dilemma di ogni genitore di un figlio autistico è: cosa accadrà dopo di noi? Chi si prenderà cura di loro? È un interrogativo che pesa come un macigno, e che merita risposte più solide, strutturate, durature.

E poi c’è un altro aspetto fondamentale: il diritto di ogni persona di essere semplicemente sé stessa, senza etichette imposte dalla società. Mia figlia, come tanti altri, non vuole sentirsi definita da una diagnosi. Non è “diversa”, non è “speciale”, è semplicemente Alessia. Una persona con sogni, ambizioni, desideri. La società tende a incasellare tutto, ma il vero rispetto passa dal riconoscere che ogni individuo ha diritto a vivere senza sentirsi etichettato o limitato da definizioni preconfezionate.

Forse non ho vissuto questa giornata con la giusta attenzione negli anni passati, ma ora so che ogni giorno può essere un’opportunità per imparare, per accogliere e per sostenere chi, come mia figlia, vive il mondo con una sensibilità speciale. E voglio credere che, con il tempo, con l’impegno di tutti, anche lo Stato possa fare la sua parte, perché il futuro di queste persone non può dipendere solo dalle loro famiglie. La vera consapevolezza deve tradursi in azione e in cambiamento.

Infrastrutture, Academy Fibre Net per soluzioni nel settore costruzioni

Fibre Net ha ospitato una due giorni di confronto nazionale sul futuro delle costruzioni e della sostenibilità infrastrutturale.

Una due giorni di confronto nazionale sul futuro delle costruzioni e della sostenibilità infrastrutturale, con soluzioni concrete per tradurre i principi Esg in scelte operative su progettazione, gestione e manutenzione delle opere. Fibre Net Group ha ospitato nella sua sede di Pavia di Udine ‘Academy Infrastrutture 2025’: l’appuntamento tecnico-scientifico ha registrato il 2 e 3 aprile scorsi il tutto esaurito e ha accolto docenti universitari, progettisti, tecnologi e professionisti da tutta Italia per affrontare i grandi temi del settore infrastrutturale.

Tra i relatori, Achille Rilievi (Università di Salerno), Antonio Conforti (Università di Brescia), Matteo Gastaldi (Politecnico di Milano), Alessandro Battisti (Dt Co.M.Sigma), Romina Sisti e Andrea Zampa (Fibre Net Group), Gianluca Ussia ed Enrico Zanello (Ardea Ingegneria), Alessandro Focaracci (Prometeoengineering) e Allen Dudine (Fibre Net).

L’evento, patrocinato da Ais (Associazione infrastrutture sostenibili), Associazione Master, Società italiana gallerie (Sig) e Isi (Ingegneria sismica italiana), ha rappresentato un’occasione concreta di formazione e confronto su questioni strategiche come l’innovazione nei materiali e nei metodi costruttivi, la sostenibilità ambientale e sociale, la durabilità delle opere pubbliche e la necessità di rafforzare le competenze di filiera, passando da una logica emergenziale alla programmazione ordinaria, secondo una visione sistemica.

Uno dei momenti più attesi la tavola rotonda di mercoledì pomeriggio ‘Esg – L’energia che supporta le infrastrutture’.

Il dibattito, moderato da Fabrizio Apostolo, direttore di Vision Journal, ha visto la partecipazione di figure di rilievo provenienti da enti gestori, istituzioni tecniche e aziende per discutere di politiche di sviluppo sostenibile e visione industriale nel post-Pnrr.

Sono intervenuti infatti Ilaria De Biasi (Autostrada del Brennero), Vincenzo Borrelli (Certiquality), Alessio Lupoi (Sapienza-Speri-Tecne), Mauro Di Prete (Iride) e Vito Miceli (Anceferr).

Oltre agli approfondimenti tecnici, l’Academy ha rappresentato l’occasione per visite guidate nei laboratori Fibre Net Group, con dimostrazioni pratiche su produzione, prove meccaniche e analisi chimiche.

Con il riconoscimento di 6 crediti formativi per gli ingegneri, l’iniziativa si conferma dunque occasione di aggiornamento professionale, ma al tempo stesso è uno spazio di riflessione collettiva in cui competenze, innovazione e visione strategica si incontrano per il futuro delle infrastrutture italiane.

Fuga cervelli, ricercatore-padre a Mattarella: mio figlio in Danimarca, via da umiliazioni italiane

Lettera di un padre italiano a Mattarella sulla fuga dei cervelli: in Italia sono umiliati, all’estero vanno a ruba.
E il nostro Paese è in declino.

Le scrivo come ricercatore italiano”, ma soprattutto “come padre di un giovane neolaureato: so quanto il tema della fuga dei cervelli Le stia a cuore e proprio per questa sua sensibilità mi rivolgo a Lei con fiducia”. Inizia così l’accorata lettera inviata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da Fabio Di Felice, ricercatore dell’Ingv e soprattutto padre di Matteo, che ha appena completato gli studi alla Copenhagen Business School, in Danimarca, con immediate e brillanti prospettive di carriera.

Nella missiva al capo dello Stato, Di Felice, che è anche membro della segreteria del sindacato Fgu (Federazione Gilda Unams) – Dipartimento ricerca, cita pure i compagni di corso del figlio e si firma come “papà ricercatore, anzi il papà di tutti questi ragazzi”. A Mattarella spiega che loro “sono un esempio di come bravura, impegno e dedizione possano costruire un futuro professionale certo. Con un salario medio di circa 70mila euro lordi annui, lavorano in settori” innovativi e di prestigio, “riuscendo a vivere serenamente e beneficiando di un sistema di welfare che in Italia resta solo un’aspirazione”.

Di Felice aggiunge poi che in Danimarca il merito è valorizzato, mentre in Italia la prospettiva più probabile per molti neolaureati come loro sarebbe stata quella di stage sottopagati, senza contributi né futuro certo. Un percorso umiliante”, in cui “ci si può ritrovare a fare fotocopie o a portare il caffè al ‘capo’ o al professore con cui si collabora, in attesa di un’opportunità che forse non arriverà mai”. Lo studioso Ingv lancia l’allarme “per un’Italia che non può più permettersi di perdere le sue menti più brillanti e volenterose”. L’appello a Mattarella riguarda quindi “un imperativo strategico per il futuro stesso” del Paese, ossia “creare le condizioni perché questi giovani possano restare, o scegliere di tornare”. Infatti, come tanti ragazzi “cercano all’estero un orizzonte che qui stenta ad aprirsi, così la ricerca italiana stessa anela a quello ‘spazio’ – normativo, economico e sociale – per poter respirare, crescere e trattenere i suoi talenti”, conclude.

A raccogliere per primo lo sfogo di Di Felice è stato Eleuterio Spiriti, coordinatore nazionale di FguDipartimento Ricerca, sindacato che da sempre si batte contro la fuga dei cervelli: “Oggi in Italia un ricercatore guadagna cifre lontanissime dai 70mila euro dei nostri giovani in Danimarca e potrebbe non vederli nemmeno a fine carriera. Ma più in generale pesa la scarsa considerazione del Paese nei confronti del nostro lavoro. Un vero peccato, dato che l’economia italiana soffre cronicamente di bassa produttività, figlia anche della carenza di innovazione cui la ricerca, di base e applicata, dà un contributo decisivo”. Spiriti infine chiosa: “La ministra Bernini ha detto due giorni fa che non teme la fuga dei cervelli perché i nostri ragazzi si arricchiscono all’estero e poi tornano. Il problema è che invece nella stragrande maggioranza dei casi restano fuori, per le migliori condizioni di vita e prospettive professionali. Il nostro sistema spende in media ben oltre 100mila euro per formare un talento che poi, con le sue capacità, arricchirà altre comunità nazionali. Una situazione che deve cambiare – conclude – e per la quale non possiamo che appellarci alla sensibilità e alla saggezza del presidente Mattarella”.