Le vecchie cannucce del McDonald’s? Possono valere fino a 5.000 €

Le cannucce in plastica sono state sostituite da quelle in carta.
Dall’Inghilterra la “moda” impazza su eBay.

La guerra alla plastica, sempre più estesa, non ha escluso McDonald’s che, ormai da qualche tempo, ha sostituito le sue cannucce passando da quelle in plastica a quelle in carta.

Oltre al risvolto ecologico, però, ce n’è stato uno che molto probabilmente in pochi si sarebbero aspettati: le vecchie cannucce in plastica sono diventate ora oggetto del desiderio.

Sui siti di compravendita online, infatti, può capitare che valgano una vera e propria fortuna: addirittura 5.000 euro.

La tendenza arriva dall’Inghilterra dove, facendo un giro su eBay, le si possono trovare ad un prezzo che arriva alle 5.000 sterline (ovvero più o meno 5.870 euro)

Non tutti sono disposti o interessati ad un prezzo simile, ovviamente, ma sono sempre di più i nostalgici che le cercano e, quasi incredibilmente, c’è anche chi le aveva conservate dopo essere stato al colosso dei fast food.

Polonia espulsa dalla Rete Csm europei

La sentenza si aggiunge ad una multa di 1 milione di euro al giorno.
Sempre più tesi i rapporti con l’Ue: è Polexit?

È scontro istituzionale, tra Polonia ed Unione europea.

Il dibattito legislativo che sta tenendo banco da qualche tempo ha visto la Corte Costituzionale polacca esprimersi in favore della sovranità di Varsavia: i giudici costituzionali polacchi, infatti, hanno sostenuto che il diritto nazionale prevale su quello dell’Unione europea.

Orban, il premier ungherese, sostenendo che le istituzioni europee sono obbligate a rispettare le identità nazionali degli Stati membri e che le corti e i tribunali costituzionali hanno il diritto di esaminare la portata e i limiti delle competenze di Bruxelles, si è schierato al fianco di Varsavia dichiarando quanto di seguito:

Il primato del diritto dell’Ue dovrebbe applicarsi solo nelle aree in cui l’Ue ha competenza e il quadro giuridico è stabilito nei trattati istitutivi dell’Ue. La sentenza di Varsavia è frutto della cattiva prassi delle istituzioni europee, che hanno esteso il loro potere in modo strisciante a discapito delle leggi degli Stati membri.

L’Ue, invece, non la pensa così e la Corte di giustizia europea, infatti, ha sentenziato che fino a quando la Polonia non si piegherà agli standard dettati da Bruxelles, dovrà pagare una sanzione pari ad 1 milione di euro al giorno, per non aver sospeso l’applicazione delle disposizioni della normativa nazionale relative, in particolare, alle materie di competenza della Sezione disciplinare della Corte Suprema.

In una nota, la Corte precisa anche:

L’osservanza delle misure cautelari disposte il 14 luglio 2021 è necessaria al fine di evitare un danno grave ed irreparabile all’ordinamento giuridico dell’Unione europea ed ai valori sui quali tale Unione si fonda, in particolare quello dello Stato di diritto.

Per Varsavia si tratta di usurpazione e ricatto; tramite il proprio account twitter, il portavoce del governo polacco Piotr Muller scrive:

L’Unione Europea è una comunità di Stati sovrani governati da regole chiare. Mostrano una chiara divisione delle competenze tra l’Ue e gli Stati membri. La questione della regolamentazione dell’organizzazione della magistratura è di competenza esclusiva degli Stati membri.

La cifra, a prima impatto, sembra importante; ma se andiamo ad analizzare il peso di questa ammenda vediamo che, in realtà, alla Polonia mantenere la propria libertà e la propria sovranità ha un costo davvero irrisorio: il PIL polacco previsto per il 2021 è pari a circa 560 miliardi di euro, quindi la multa equivale allo 0,065% del PIL (come se un cittadino dovesse pagare 1,30 euro netti al giorno su uno stipendio netto di 2.000 euro al mese).

Se, invece, vogliamo guardare le entrate fiscali dello Stato polacco, pari a poco più di 100 miliardi di euro previsti sempre per il 2021, vediamo che la sanzione ammonta allo 0,36% (ovvero una multa equivalente a 7,20 euro al giorno su una busta paga netta di 2.000 euro mensili).

Ma non è tutto. Ieri, riunita in assemblea generale straordinaria a Vilnius, la Rete europea dei Consigli di giustizia ha approvato l‘espulsione del Consiglio nazionale della magistratura polacco.

La proposta di espulsione formulata dal Comitato esecutivo dell’Encj è passata a scrutinio segreto con 86 voti a favore e 6 astenuti, quando la maggioranza richiesta era di 69 voti.

A capo dell’Encj c’è l’italiano Filippo Donati, costituzionalista e professore all’Università di Firenze, eletto in quota M5s nel Consiglio superiore della magistratura nel 2020; mentre il vicepresidente del Csm italiano David Ermini è intervenuto così: “Decisione dolorosa ma inevitabile”.

La missione della rete è di “porsi come collegamento tra le istituzioni europee, le loro politiche e le varie magistrature nazionali, per favorire l’attenzione ai principi di autonomia e di indipendenza del potere giudiziario nell’elaborazione degli strumenti normativi di cooperazione”; la decisione nasce da una proposta del Comitato esecutivo dell’Encj discussa nell’assemblea del 17 settembre scorso in seguito alle polemiche sui giudici polacchi, la cui indipendenza è messa a rischio dalle riforme attuate dal governo nazionalista a Varsavia, come denunciato più volte dalla Commissione Europea senza che il Consiglio Europeo abbia mai preso provvedimenti, tipo l’attuazione dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione che sospende i diritti (per esempio di voto) ai paesi che violano i principi dell’Ue.

Siamo ormai avviati verso una Polexit?

Usa: arrestato ingegnere-spia

Insieme alla moglie vendeva informazioni segrete sui sottomarini nucleari americani.
Informazioni nascoste dentro panini e chewingum.

Un episodio che ricorda quello di non molto tempo fa accaduto in Italia (approfondimento al link), ma sta volta negli Stati Uniti.

Jonathan Toebbe, un ingegnere nucleare del Maryland di 42 anni, è stato incriminato incriminati con l’accusa di aver tentato ripetutamente di vendere informazioni segrete sui sottomarini nucleari americani ad un non meglio precisato Paese straniero; con lui, anche sua moglie Diana, di 45 anni.

Stando a quanto riporta il Washington Post, il presunto piano spionistico è stato smascherato dall’FBI, tramite una trappola appositamente tesa contro i coniugi.

La fuga di notizie avvenite tramite cose assolutamente comuni: venivano infatti nascoste dentro a sandwich al burro di arachidi, panini, pacchetti di chewingum e quant’altro.

L’operazione dell’FBI è iniziata ancora nell’aprile del 2020 ed ha coinvolto circa 30 agenti; l’ingegnere, che lavorava come civile per l’esercito dal 2017 dopo essersi arruolato nella Marina, sarebbe stato disposto a vendere manuali operativi, rapporti sulle prestazioni e altre informazioni sensibili relativi alla flotta di sottomarini nucleari americana.

Toebbe si occupa di propulsione nucleare navale dal 2012, nello specifico è esperto della tecnologia che riduce i rumori e le vibrazioni dei sottomarini, aspetto fondamentale da cui dipende la loro più o meno facile individuazione.

L’FBI, per rendersi credibile agli occhi dell’ingegnere, si era proposta di pagare quelle informazioni con migliaia di dollari in criptovalute.

Il primo passo è stato il seguente: una prima iniezione di fiducia, costata all’FBI 10.000 dollari, è avvenuta durante l’estate scorsa quando ha avuto luogo il primo scambio; Toebbe si è recato in una località concordata del West Virginia insieme alla moglie che sembrava fare da palo durante l’operazione. L’FBI ha recuperato, comprandola per 20.000 dollari, una memory card avvolta nella plastica e nascosta tra due fette di pane in un mezzo sandwich al burro di arachidi. La scheda conteneva informazioni relative a elementi di progettazione e caratteristiche di prestazione dei reattori sottomarini.

Lo stesso modus operandi è continuato in altre occasioni, quando l’ingegnere ha venduto informazioni per un controvalore di 70.000 dollari sempre pagati in criptovalute, sta volta nascondendole in una memory card all’interno di un pacchetto di gomme da masticare.

Ora i coniugi dovranno presentarsi in tribunale.

Parma, laurea ad honorem a Mattarella

Il Presidente: “Usare pnrr per rilanciare l’università”.
Presenti in platea anche diversi ministri.

Laurea ad honorem per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

La cerimonia si è svolta a Parma, nella Chiesa di San Francesco del Prato, con la presenza in platea dei ministri del Lavoro Andrea Orlando, dell’Istruzione, Patrizio Bianchi e dell’Università e Ricerca Maria Cristina Messa.

La laurea ad honorem consegnata da parte dell’Università parmigiana è in Relazioni internazionali ed europee.

Di seguito, il discorso fatto dal Presidente alla cerimonia:

In Italia, esiste un grande paradosso: siamo la nazione che ha dato origine, forza e continuità all’idea di università ma il nostro Paese si trova in coda, purtroppo, per numero di laureati, per investimenti. La nostra università non risulta attrattiva come meriterebbe. Potremmo dire: non è amata come dovrebbe. Sta a noi utilizzare anche le disponibilità del Piano di ripartenza per dare maggior forza alle università e renderle ancor più una risorsa essenziale per lo sviluppo del Paese.” 

A seguito del conferimento del titolo e dopo l’intervento del rettore, Paolo Andrei, il direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Giovanni Francesco Basini ha letto la motivazione del conferimento ed Antonio D’Aloia, docente di Diritto Costituzionale, ha pronunciato la laudatio.

Dopo la consegna di tocco e pergamena, la parola al presidente Mattarella per la sua lectio doctoralis:

Da corporazioni di soli docenti, o di docenti e studenti, le università hanno, progressivamente, acquisito un ruolo pubblico. Si sono trasformate da corpi ristretti di diritto civile a soggetti aperti di diritto pubblico, portatori di valori destinati a diventare solidi riferimenti. La loro storia mostra anche quanto siano radicate, nello spirito dell’Europa, le questioni delle autonomie e delle libertà.

La meritocrazia non può essere sinonimo di una formula che legittimi chi si trova già in posizione di privilegio, bensì quella di chi aspira a mettersi in gioco. Un’autentica democrazia sa riconoscere che prima di ogni merito accademico esiste “un merito di vivere”, frutto dell’incontro con la realtà dei fatti e con la spinta a una emancipazione da essi. Ciascuno affronta la propria esistenza all’interno di una comunità di origine, talvolta modesta e fragile, ma deve poter scegliere di aspirare a una comunità di intenti le cui porte sono aperte dal sapere.”

Tunisia: prima donna premier in un Paese musulmano

Dal 25 luglio il presidente aveva dimesso Governo, sospeso il Parlamento e assunto l’autorità esecutiva.
Paese in rivolta, la Francia limita i visti del 30-50%.

È accaduto qualcosa di storico, in Tunisia.

Per la prima volta nella storia del mondo arabo e musulmano, infatti, una donna è stata incaricata di formare un governo.

Come riporta Quotidiano.net citando lo stringato comunicato della Presidenza precisando che tale decisione è stata adottata ai sensi dell’articolo 16 del decreto presidenziale 117 relativo alle misure eccezionali, il presidente tunisino Kaïs Saïed ha incaricato Néjla Bouden, geologa con esperienza nella Banca mondiale e nell’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi di catastrofi, di formare il governo.

Lo stesso presidente, il 25 luglio di quest’anno, aveva dimesso tutto il Governo, sospeso il Parlamento ed assunto l’autorità esecutiva. Questo aveva portato diversi attivisti, politici e difensori dei diritti umani a prendere parte alla protesta, svoltasi davanti al Teatro Municipale in Habib Bourguiba Avenue, nel centro di Tunisi, accusandolo di un colpo di stato.

In sua difesa, il presidente sostiene che le sue misure eccezionali hanno lo scopo di “salvare” il Paese.

Nel frattempo, come dichiarato dal portavoce del governo parigino Gabriel Attal, le autorità francesi hanno deciso di ridurre del 50% la concessione di visti all’Algeria ed al Marocco e Le Figaro, citando n consigliere del governo francese, ha aggiunto che verranno ridotti del 30% i visti concessi dalla Francia alla Tunisia.

Secondo Europe 1, nei primi sei mesi del 2020 sono stati rilasciati circa 63mila visti a fronte di 96mila domande mentre nei primi sei mesi del 2021, più di due richieste su tre avanzate dall’Algeria sono state accolte dalla Francia.

Più precisamente, l’emittente ha specificato quanto di seguito:

Emmanuel Macron ha quindi chiesto ai servizi consolari del Quai d’Orsay di rilasciare un massimo di 31.500 visti per i prossimi 6 mesi, ovvero la metà.