M5S apre a possibilità di non revocare concessioni autostradali: Atlantia sale in borsa

Dopo la batosta alle regionali cambiano gli equilibri di governo ed il M5S apre alla possibilità di non revocare le concessioni autostradali: schizza in Borsa il titolo di Atlantia.

Dopo la batosta subìta alle elezioni regionali, il M5S figura come il grande sconfitto e sembra destinato ad uscire di scena, lasciando spazio ai due poli per lo scontro che conta.

Drastico calo nei consensi anche per il Pd, che tuttavia mantiene la leadership in Emilia Romagna (la perde invece rovinosamente in Calabria) e punta ad un riassetto degli equilibri di governo, visto che ad oggi il M5S è di fatto inconsistente.

Infatti, ecco i effetti: il viceministro alle Infrastrutture, il grillino Giancarlo Cancelleri, ha dichiarato a Radio 24 che il Movimento apre per la prima volta la strada alla non revoca delle concessioni autostradali. Più precisamente:

Per noi non è possibile che si arrivi a non revocare le concessioni, ma tutto può accadere. Spingo per la revoca delle concessioni, ma la convinzione in politica conta poco, dobbiamo batterci per dare ai cittadini una risposta seria. Il governo è ancora seduto al tavolo e nessuna decisione è ancora stata persa”.

La concessione ad Autostrade per l’Italia (Aspi), controllata di Atlantia, è entrata nella bufera dopo il disastro del Ponte Morandi a Genova e, fin dall’inizio, il M5S si era dichiarato fermamente contrario al rinnovamento delle concessioni.

Ora pare che i grillini debbano adattarsi alle volontà del Pd per non perdere la poltrona e, quindi, abbiano rivisto le loro posizioni.

I mercati sembrano aver capito benissimo il messaggio: il titolo di Atlantia è infatti tornato a salire in borsa subito dopo le dichiarazioni di Cancelleri.

La finanza influenza ancora la politica: Gabriel nel consiglio di sorveglianza di DB

Altro caso di sliding doors: dopo il passaggio di Barroso da presidente della Commissione Europea alla Goldman Sachs, Sigmar Gabriel passa dal governo tedesco alla Deutsche Bank.
E’ la finanza ad influenzare la politica e non il contrario.

È successo e si ripete.

Altro caso di sliding doors tra politica e finanza dopo quello di Josè Manuel Barroso; dopo dieci anni alla guida della Commissione Europea, Barroso aveva infatti accettato la proposta di Goldman Sachs e ne era diventato il presidente non esecutivo per l’Europa ed advisor.

Ora è il turno di Sigmar Gabriel, ex ministro degli Esteri, dell’Economia e dell’Ambiente del governo tedesco e sostenitore dei forti legami europei e transatlantici, che ha accettato di diventare membro di sorveglianza di Deutsche Bank.

La proposta di Gabriel, proveniente dal Partito socialdemocratico (Spd), è arrivata dal presidente di Deutsche Bank, Paul Achietner, dopo che la nomina di Juerg Zeltner è stata rifiutati dai regolatori a causa di un conflitto di interessi.

Può essere visto come un tentativo da parte della banca di riallacciare i rapporti con Berlino dopo i danni dovuti alla crisi finanziaria globale che ha messo in discussione lo stato di salute della banca, creando pressioni per fusioni e ristrutturazioni, tra sanzioni per riciclaggio di denaro e altri scandali.

Di fatto, benché lecito e legale, siamo di fronte ad un altro episodio di promiscuità tra politica e finanza, dove indubbiamente si sono invertiti i ruoli ed è la seconda a condizionare la prima.

Coronavirus contagia anche il petrolio: prezzo in calo

Si aggrava la situazione in Cina inerente al Coronavirus.
Cresce il numero delle città isolate, tanto da far calare il prezzo del petrolio.

Dopo i recenti rialzi dovuti allo scontro tra Usa ed Iran (approfondimento al link), al blocco del flusso di greggio dalla Bielorussia verso la Germania (approfondimento al link) ed alla chiusura di due importanti stabilimenti petroliferi in Libia (approfondimento al link), l’oro nero cala nel mercato. La causa trova radici nel Coronavirus, che in Cina sta paralizzando la circolazione di intere provincie.

Il virus, che sta bloccando ogni forma di trasporto pubblico in 18 città cinesi, ha inoltre spinto Pechino e Macao ad annullare il capodanno ed ogni evento pubblico (approfondimento al link). La situazione è talmente grave che la Cina ha dichiarato che costruirà un ospedale dedicato al Coronavirus in soli 10 giorni (su Twitter girano video fatti dagli staff medici degli ospedali di Wuhan in cui si dice che la provincia è stata totalmente isolata al fine di impedire il diffondersi del virus, il quale sarebbe già mutato, e che il governo non rifornisce nuovi medicinali proprio perché è vietata ogni forma di trasporto in entrata ed uscita).

La Cina è infatti il secondo consumatore mondiale di petrolio ed il blocco della logistica in entrata ed in uscita ha un impatto notevole sul prezzo di mercato petrolifero.

Ora il prezzo del petrolio sta scivolando sotto la soglia dei 62 dollari al barile (61,84). Il greggio Usa ha perso lo 0,29% posizionandosi a 55,43 dollari al barile.

Per correre ai ripari, l’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries) sta pensando di prolungare i tagli alla produzione, riducendone l’offerta così da fa stabilizzare il prezzo sul mercato.

A conferma di questa tesi arriva l’ultimo rapporto settimanale dell’Eia, in cui si evidenzia che le scorte di greggio sono scese di 405.000 barili nella settimana fino al 17 gennaio.

Manovra 2020: 6 miliardi di tasse occulte

Altro “parlar bene e razzolar male” del governo giallorosso: nella manovra 2020 sbucano tasse nascoste per 6 miliardi.

Continua il giochetto del governo giallorosso, fatto di belle parole alle quali però seguono fatti contrari.

È successo con la politica dei flussi migratori (approfondimento al link), con la restituzione dei salari non avvenuta, senza considerare che l’attuale governo è l’alleanza tra due forze che si erano giurato nemiche a vita. Ora tocca alle tasse.

Nella manovra 2020, infatti, non solo il governo si è dato un’immagine eroica per aver evitato l’aumento dell’iva derivante dalle clausole di salvaguardi messe dal Pd stesso, ha pure inserito ben 6 miliardi di euro di tasse senza citarle.

A riprova che le tasse sono reali, arriva il fatto che lo Stato le abbia già registrate nel proprio bilancio per quest’anno.

La voce più importante, che da sola vale circa 5 miliardi di euro, riguarda la stretta sulle compensazioni, che impedisce alla maggior parte dei contribuenti di utilizzare in compensazione i propri crediti d’imposta per gran parte del 2020; ne consegue che imposte che altrimenti sarebbero state compensate dai crediti vantati nei confronti dell’erario, dovranno invece essere effettivamente versate.

Altri 400 milioni sono invece inerenti l’abrogazione del super e dell’iper ammortamento; questo, però, avrà un impatto anche sugli investimenti in beni strumentali, disincentivandoli e diminuendo, da un lato, il ciclo economico di un’economia già in crisi, dall’altro, il processo di modernizzazione (cosa che stavo tra l’altro andando molto bene e non v’era senso di cancellare).

Arriva poi lo stop del regime forfettario, il quale impatto è tuttavia difficile da quantificare.

Non viene rinnovata la flat tax sulle locazioni immobiliari, vengono tagliate le detrazioni fiscali per i redditi più elevati e vengono unificate Imu e Tasi. Il tutto porterà ad un aumento delle imposte pari a 15 miliardi di euro.

La categoria più colpita risulta essere, ancora una volta, quella dei lavoratori autonomi, che dovranno vedersela anche con i maggiori costi dei nuovi adempimenti burocratici.

Chi invece trae beneficio dalla manovra 2020 sono, come sempre, le banche. Quella che viene continuamente spacciata come lotta all’evasione e che sta facendo chiudere quotidianamente decine di imprese per i motivi visti sopra, andrà ad alimentare sempre più le commissioni bancarie per via della sempre più spinta imposizione dei pagamenti elettronici.

Sembra davvero che a scrivere le leggi sia qualcuno che vuole il male del Paese.

Salgono i prezzi, scendono i salari

Potere d’acquisto, male i Paesi PIIGS: aumentano i prezzi, diminuiscono i salari.
Volano Bulgaria, Romania e Polonia.

Altro capolavoro, si fa per dire, dell’Europa e dell’Euro.

I prezzi al consumo sono saliti nella zona euro a dicembre, stando ai dati Eurostat, dell’1,3% su base annuale e dello 0,3% su base mensile; a spingere l’aumento dei prezzi è stato soprattutto il costo dell’energia elettrica che è passato dai -0,33 punti ai +0,2 punti di dicembre.

Prezzi in aumento potrebbero anche essere un segnale positivo, nel senso che indicano un’economia in sviluppo. Il problema è infatti proprio questo: mentre i prezzi aumentano, i salari diminuiscono.

Se prendiamo, infatti, l’analisi fatta da “Il Sole 24 Ore” in merito all’andamento dei salari reali rispetto a dieci anni fa, che a sua volta si basa sui dati derivanti dai sindacati europei Etuc (European Trade Union Confederation) prendendo in considerazione il decennio 2009-2019, notiamo un quadro infelice.

Rimangono stabili Finlandia e Belgio, mentre salgono dell’11% i salari in Germania e del 7% quelli in Francia (Paesi che hanno svalutato la propria moneta entrando nell’euro accaparrandosi un vantaggio competitivo).

Calano, al contrario, gli stipendi reali in Grecia (-23%), Cipro (-7%), Portogallo (-4%), Spagna (-3%) ed Italia (-2%). Per queste popolazioni, ne consegue una perdita della capacità di acquisto con diretto impatto sulla qualità della vita.

Il boom della crescita nei salari reali lo fanno invece registrare i Paesi che non adottano l’Euro: la Bulgaria fa registrare un +87%, la Romania un +34% e la Polonia un 30%.