Con-vivere col virus

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Luca 9,24).

Articolo a cura del professor Paolo Becchi, già ricercatore in Germania nella Università di Saarland, borsista prima del Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD) e poi della Alexander von Humboldt-Stiftung , ha insegnato anche in Svizzera presso l’Università di Lucerna, ed è attualmente professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova.

(Versione polacca al link)

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre:  “convivete col virus!”.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo  imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite.  Ma di quali vite stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”.  Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente  fisica e la vita biografica. No, no,  la scienza e la medicina  non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza.  E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari  felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?

Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico?   Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma  questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta  solo la “nuda vita”, ciò che conta è  soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione  sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente  superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo  che anticipano i suoi atti amministrativi, volti  a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più  facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

Geraci: “L’Europa non si faccia trascinare nella disputa tra Usa e Cina”

Intervista all’ex sottosegretario del Conte 1: sbagliato che Washington chieda di “schierarsi o con noi o con loro”. L’azione del governo giallo-rosso nell’emergenza Covid19? “Completamente insufficiente”.

Della crisi nata con l’epidemia di coronavirus abbiamo parlato con Michele Geracigià Sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico nel Governo Conte I ed attualmente professore di finanza in Cina all’University of Nottingham Ningbo China ed alla New York University Shanghai, dopo esperienze professionali maturate in Merrill Lynch, Bank of America e Donaldson, Lufkin & Jenrette.

Prof. Geraci, come considera l’operato del governo Conte nelle varie fasi di gestione della pandemia di Covid19? Pensa sia vera la critica delle opposizioni, che dicono di essere state escluse dalle decisioni per gestire l’emergenza?

Come è mio stile cerco sempre di evitare commenti sui singoli individui e concentrarmi sul loro operato, le azioni e i risultati di tali azioni, quindi la mia critica non è mai ad personam. Questo ci tengo a chiarirlo perché non vorrei mai entrare in polemiche individuali. L’azione del governo a mio avviso è stata completamente insufficiente data la gravità della situazione. Sin da gennaio si sapeva che il presidente cinese aveva messo in quarantena 60 milioni persone e praticamente bloccato quasi tutto il resto della Cina e, senza saper né leggere né scrivere, chiunque avrebbe capito che c’era da stare all’erta. Io ho cercato di comunicare ai membri del governo ed al presidente del Consiglio direttamente la possibile gravità della situazione, non perché io fossi virologo ma perché mi preoccupava questa ferma risposta della Cina ad una cosa che evidentemente non era una semplice influenza come anche dimostrato dalla recente recrudescenza di casi a Pechino, rimessa in parte in quarantena anche ora a giugno”.

E sull’opposizione che si sente emarginata?

“Io non credo che il governo abbia particolarmente escluso l’opposizione dal dibattito ma escluso tutti gli esperti, persone che potevano dare informazioni, suggerimenti e consigli e, tra questi, mi consenta mi ci metto anche io: come promotore della “nuova via della seta”, il rapporto un po’ particolare che avevo costruito con i rappresentanti delle istituzioni cinesi sarebbe stato molto utile nel momento iniziale dello scambio di informazioni, di personale ed anche degli aiuti sanitari poi portati avanti, devo dire bene, dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma se Conte ed anche i media mi avessero dato più spazio… perché anche lì, sui media, c’è stata una chiusura nel voler ascoltare la Cina, per una nostra questione di superbia-superiorità che non ci consente nemmeno di poter studiare cosa fanno gli altri perché noi siamo i migliori. Purtroppo quando non si osserva, si fanno errori”.

Quanto all’Ue invece, come valuta la portata e le tempistiche dei piani di emergenza messi in campo da Bruxelles e dalla Bce?

“Eh, scusi, quali piani messi in campo dall’Unione Europea? Siamo a metà giugno e dopo quattro mesi ancora non si è fatto nulla. Si parla, si discute, si va a riunioni, ci sono lettere della Commissione e comunicati dell’Eurogruppo, dichiarazioni di sostegno, stati generali, ulteriori riunioni ma non si combina nulla. Ancora non è arrivato nessun aiuto e quasi tutte le proposte della Commissione Europea non sono a vantaggio dell’Italia. L’unico apporto positivo, ed è quel che ho sempre sostenuto a livello europeo, arriva dalla Banca Centrale Europea che adempie finalmente al suo compito: quello di dare sostegno sul mercato secondario alle obbligazioni governative. L’aumento del PEPP da 700 a 1350 miliardi, quello è un aiuto importante. Anche perché l’Italia potrebbe avere una chiave di contribuzione intorno al 20% e questo rappresenta circa 230 miliardi ed acquisti potenziali che la Banca Centrale Europea potrà fare sui Btp italiani. Il che significa che l’Italia può risolvere i suoi problemi di finanziamento in maniera indipendente e senza aiuti – che tanto non ci sono – della Commissione”.

Per chiudere, una domanda sulle tensioni tra Stati Uniti e Cina: nel mezzo dello scontro tra le due superpotenze, quale pensa debba essere la posizione dell’Italia?

“Tema molto caldo che in Italia non viene compreso, come tanti altri, perché in Italia non si ama più studiare, analizzare ma si fanno politiche economiche sui social network: questo è il grave dramma della nostra nazione. Io credo che gli Stati Uniti stiano un poco tirando la corda, un po’ troppo. Perché una cosa è avere una disputa contro una singola azienda, un’altra è avere una disputa contro un intero Paese, la Cina; e infine ben diverso è tirare in ballo parti terze come l’Unione Europea e chiedere di “schierarsi o con noi o con loro”. In momenti come questi la cooperazione, l’unità e l’armonia devono essere un obiettivo comune e condiviso da tutti, per contribuire a uno sviluppo stabile della società e dell’economia globali”.

E quindi, come se ne esce?

“Ripeto, questo non è il momento di “vinco io, tu perdi” ma è una fase in cui la cooperazione può veramente essere win/win per tutti. Credo questo concetto lo abbia finalmente capito anche il commissario Josep Borrell a Bruxelles, che proprio ieri in una videoconferenza con altri ministri degli Esteri e con Mike Pompeo ha ribadito che l’Europa, udite udite, farà quello che è nell’interesse dell’Europa, e che non ha nessuna intenzione a dover essere obbligata a scegliere da quale parte schierarsi. Questa dichiarazione è molto importante perché chiarisce agli Stati Uniti che l’Europa non vuole essere trascinata in dispute tra Paesi terzi. Ed è quel che io auspico anche per i rappresentanti del governo italiano, i quali tendono troppo spesso a parlare prima di pensare creando quindi attriti non necessari nei confronti della Cina o di altri Paesi. Il silenzio, la pacatezza e la voglia di cooperare devono essere i cardini della diplomazia”.

(Intervista originariamente pubblicata su “Wall Street Cina“)

Coronavirus, Harvard: partito in Cina già ad agosto

Una ricerca satellitare della Medical School rileva flussi anomali di pazienti negli ospedali già in estate.
La Cina considera ridicole le accuse.

Il covid19 sarebbe stato in circolazione in Cina già ad agosto.

È quanto sostiene la Harvard Medical School, basandosi su una ricerca (reperibile a questo link) legata alle immagini satellitari dei flussi di pazienti negli ospedali e sui dati dei motori di ricerca.

Più precisamente, stando a quanto riporta “Reuters”, lo studio riporta quando di seguito:

“L’aumento del traffico ospedaliero e dei dati sulla ricerca dei sintomi a Wuhan ha preceduto l’inizio documentato della pandemia di SARS-CoV-2 nel dicembre 2019. Sebbene non possiamo confermare se l’aumento del volume sia direttamente correlato al nuovo virus, le prove a nostra disposizione supportano altri studi recenti che dimostrano come l’emergenza abbia avuto origine prima dell’identificazione nel mercato del pesce di Wuhan.”

Sulla questione è intervenuta la portavoce del ministro degli Esteri cinesi che ha bollato come “ridicole” le accuse sopracitate.

Le sue parole sono state le seguenti:

“Penso sia ridicolo, incredibilmente ridicolo giungere a queste conclusioni basate su osservazioni superficiali come i volumi di traffico.”

Ue, confini interni riaperti entro giugno

Situazione sanitaria verso la normalità: confini interni in via di riapertura entro la fine del mese.

Pare che l’emergenza da coronavirus stia andando verso l’archiviazione, con la situazione sanitaria che tende alla normalità.

Per questo motivo, la commissaria europea agli Affari interni Ylva Johansson, dopo averne discusso con i ministri dei Paesi membri, ha dichiarato che gli spostamenti all’interno dell’area Schengen torneranno in pieno funzionamento entro la fine di giugno.

La Commissione, durante il Midday Briefing, ha poi ricordato quanto di seguito:

“Una volta revocate le restrizioni nei confronti di specifiche regioni, lo stesso trattamento deve essere riservato nei confronti di Paesi o aeree con la stessa situazione epidemiologica, in modo coordinato e non discriminatorio.”

Questa era la risposta al pacchetto presentato in data 13 maggio inerente alle misure ai confini interni dell’Unione Europea, in merito alla lettera indirizzata al ramo esecutivo dell’Ue dal premier italiano Giuseppe Conte e dal primo ministro spagnolo.

I due, infatti, chiedevano una riapertura delle frontiere interne coordinata, basata su criteri epidemiologici comuni, chiari e trasparenti.

Corea del Nord in difficoltà: Kim chiede soldi

Le sanzioni internazionali rendono complicato il commercio con il resto del mondo.
L’idea è quella di emettere obbligazioni, ma si teme una cattiva gestione dei soldi raccolti.

Non bastava il coronavirus, a complicare la vita alla Corea del Nord.

Le sanzioni internazionali stanno complicando i rapporti commerciali con il resto del mondo (ci dovrebbero essere dei divieti, non solo delle sanzioni, ma in qualche modo qualcosa riesce a trovare delle deroghe o delle seconde vie) e, sommati appunto ai danni portati dal coronavirus, stanno mettendo il Paese di Kim Jong Un in una situazione delicata.

Vista l’esigenza di reperire risorse, stando a quanto riporta il “Financial Times” anche se la notizia per ora non è confermata, lo stesso Kim Jong Un starebbe pensando di emettere delle obbligazioni che, raccogliendo valuta estera, arrivino a coprire fino al 60% del budget Nordcoreano; il ricercatore dell’Università di Vienna specializzato in Corea del Nord, Peter Ward, ha così commentato la notizia:

“Sarebbe il primo vero segno che la Corea del Nord è sottoposta a stress finanziari molto significativi a causa delle sanzioni e del virus.”

Il piano prevederebbe l’obbligo per la popolazione più ricca della Nord Corea a comprare i titoli sopracitati, pur senza alcuna garanzia di rimborso.

Inoltre, i timori generali sono inerenti alle modalità con le quali verrebbero spesi i soldi raccolti: curiosi progetti politici e di rappresentanza (“progetti di prestigio di elefanti bianchi, palazzi per il leader e pagamenti per l’elite”) non sono idee nuove da parte di Kim Jong Un.

Nel frattempo, Fitch ha previsto per quest’anno un calo del 6% del Pil Nordcoreano, che sarebbe il risultato peggio dopo quello di 23 anni fa che fu pari ad una caduta del 6,5%.