Italia zona rossa ma la Borsa resta aperta: il ricordo torna al ‘92

Italia zona rossa e limitazioni in tutto il Paese, ma la Borsa resta aperta: il ricordo vola alla colossale speculazione fatta da Soros ai danni dell’Italia nel 1992.

L’Italia è stata dichiarata zona rossa, tutta.

Sono state sospese le attività educative, sportive e ricreative, con forti limitazioni a quelle sociali ed economiche a seconda dei casi.

Resta però una cosa che non ha subìto alcuna limitazione: la Borsa.

Il mercato è rimasto infatti aperto e senza alcuna limitazione; ciò significa che chiunque può intervenire a livello azionario ed obbligazionario esattamente come fosse un momento di normale amministrazione, come se non ci fosse alcuna situazione di emergenza sotto quel punto di vista.

Sembra incredibile che, per più avendolo già vissuto, il governo non si sia preoccupato di limitare l’operatività di Borsa. Ad oggi, infatti, è possibile effettuare qualsiasi transazione, comprese le vendite allo scoperto.

Vista la situazione d’emergenza, è logico che il rendimento dei titoli schizzi verso l’alto e che questo invogli gli speculatori ad effettuare vendite allo scoperto degli stessi.

Il giochetto, in poche parole, è questo: vendo oggi dei titoli che non posseggo (appunto, vendita allo scoperto) perché il loro valore di mercato è salito, promettendo che li ricomprerò (chiudendo quindi la partita, cosa che sono obbligato a fare) in futuro, ovvero quando la situazione si sarà stabilizzata ed il loro costo tornerà a scendere verso un valore normale.

Questo meccanismo è del tutto lecito e, per chi non è troppo giovane, riporta sicuramente alla mente la colossale speculazione fatta da George Soros ai danni dell’Italia nel 1992. Operazione che, oltretutto, valse anche la laurea ad honorem allo stesso Soros e consegnata da Romano Prodi tramite l’Università di Bologna (approfondimento, a cura dello stesso autore ma per la rivista “Wall Street Italia”, al link).

Qui, un breve video reperibile molto facilmente su youtube di cosa successe in quella sciagurata occasione. Un’occasione che sembra tuttavia non aver insegnato niente, visto l’attuale comportamento del governo.

Debito pubblico: la differenza sta nella sovranità

Debito pubblico: la differenza sta nella sovranità del debito.
Il problema sorge nel caso in cui manchi sovranità monetaria.

Il debito pubblico è costantemente al centro delle discussioni economiche odierne.

Fino a poco tempo addietro, tanto che scoppiò la crisi dei debiti sovrani, gli economisti consideravano che un indebitamento superiore al 90% del Pil fosse tossico per l’economia; ora, invece, cominciano a ricredersi.

A rivelarlo è il Wall Street Journal che riporta il parere di diversi esperti del settore, tra cui l’ex capo economista del Fmi Olivier Blanchard piuttosto che l’ex capo economista del dipartimento al Tesoro Usa Karen Dynan.

Ora la tesi che comincia a prendere campo è la seguente: una buona crescita economica e livelli di debito pubblico elevati possono convivere e sono persino desiderabili; infatti, se i rendimenti dei titoli sovrani restano al di sotto dei tassi di crescita economica, i governi possono continuare a emettere debito senza praticamente doverlo pagare.

Italia, Francia, Spagna e Regno Unito hanno infatti debiti pubblici che si avvicinano o superano il 100% del Pil; il Giappone super addirittura il 200% e gli Usa supereranno il 105%.

Rimangono contrari a quest’idea, invece, nella zona Euro. Il presidente della Bce Christine Lagarde, il mese scorso ha così ammonito la Francia:

Il crescente debito pubblico è motivo di preoccupazione, poiché riduce il margine di manovra fiscale in caso di recessione dell’economia”.

La commissione Ue le ha fatto eco avvertendo 8 Paesi membri (tra cui l’Italia, la Francia e la Spagna) del rischio di violare le regole del Patto di Stabilità, ricordando agli Stati che hanno un debito pubblico superiore al 60% che lo devono ridurre gradualmente.

Uno studio del Fmi pubblicato il mese scorso e che ha esaminato più di 400 episodi di crisi in 188 paesi tra il 1980 e il 2016, rivela che le economie avanzate affrontano un rischio sostanzialmente più elevato di entrare in crisi se il debito sovrano nei confronti di creditori stranieri supera il 70% del Pil. La soglia è invece pari al 30% per quanto riguarda le economie dei mercati emergenti.

Il problema, che probabilmente sfugge nello studio del Fmi, non è tanto il rapporto debito/Pil ma la proprietà del debito; è proprio perché si parla di “creditori stranieri” e, quindi, di debito non sovrano, che si hanno problemi.

Banca Etruria: ex vertici condannati per ostacolo alla vigilanza

Un anno e un mese di recllusione, pena sospesa, per l’ex presidente e l’ex dg di Banca Etruria, condannati anche a pagare 327.000 Euro.
Assolto il dirigente Canestri.

L’ex presidente e l’ex dg di Banca Etruria, rispettivamente Giuseppe Fornasari e Luca Bronchi, sono stati condannati in appello a Firenze nel processo di secondo grado che li vedeva imputati con l’accusa di ostacolo alla vigilanza: per loro un anno ed un mese di reclusione, pena sospesa.

Entrambi erano stati assolti in primo grado ad Arezzo.

Assolto anche in secondo grado, invece, il dirigente Davide Canestri.

I primi due, vale a dire Fornasari e Bronchi, sono anche stati condannati in solido a risarcire Bankitalia, parte civile nel procedimento, con una provvisionale di 327.000 euro.

Volvo e Geely vicine alla fusione

Prove di fusione tra Volvo e Geely.
I marchi rimarranno distinti e la nuova società quotata in borsa, prima ad Hong kong e poi a Stoccolma.

C’è fermento nel mondo delle case automobilistiche.

Dopo le varie vicissitudini di Renault Nissan Mitsubishi (approfondimento al link), i mancati accordi, le fusioni avvenute ed i contratti di collaborazione che hanno visto interessati FCA, Peugeot, Renault e Foxconn (approfondimento al link), arriva un’altra possibile fusione: quella tra Volvo e Geely.

La casa automobilistica svedese e quella cinese, che tra l’altro è già una controllata della Volvo stessa, avrebbero espresso l’intenzione di fondersi.

La notizia è stata data proprio sul sito ufficiale della Volvo. Più precisamente, si legge nella nota:

Volvo e Geely automobile stanno valutando la possibilità di unire le loro attività per creare un gruppo globale forte, che accelererebbe le sinergie finanziarie e tecnologiche tra le due società”.

Tuttavia, i due marchi rimarrebbero distinti; il piano per la nuova società, poi, sarebbe quello di quotarsi in borsa: prima ad Hong Kong e successivamente a Stoccolma.

Cina: ulteriore sostegno all’economia con politiche anti-cicliche. Ue al contrario

Politiche anti-cicliche del governo cinese per supportare l’economia in un momento di crisi.
Esattamente al contrario l’Ue, che fa austerity da oltre 10 anni.

La Cina ha immesso 156 miliardi di euro a supporto dell’economia per tamponare il crollo dovuto al coronavirus (approfondimento al link).

Ma le operazioni non si fermano qui; il vice governatore della Banca centrale cinese, Pan Gongsheng, ha infatti dichiarato che l’Istituto sta monitorando attentamente l’impatto dell’epidemia nell’economia cinese (la seconda al mondo) e sta preparando strumenti di politica monetaria per allentare la pressione.

Più precisamente:

In termini di politica monetaria, il prossimo passo è di rafforzare gli aggiustamenti anti-ciclici, mantenere una liquidità ampia e ragionevole ed offrire un solido contesto monetario e finanziario per l’economia reale.
Nel contesto dell’epidemia e della pressione al ribasso sull’economia, è più importante mantenere la crescita economica”.

I dati ufficiali, aggiornati alla sera del 6 febbraio, parlano di 636 morti e 31.161 casi confermati di contagio.

Le province isolate (circa 400 milioni di abitanti, dopo l’aggiunta di Guangzhou alle città in quarantena), il blocco totale dei trasporti ed il rischio inerente appunto alla sanità stanno limitando fortemente il turismo (dai viaggi ai ristoranti, passando per le attività economiche) e tutto l’indotto dei servizi.

Non solo, anche molte fabbriche hanno chiuso temporaneamente le loro attività a causa del forte rischio contagio, con il rischio di perdere clienti e ridurre quindi in maniera non solo momentanea il ciclo economico.

La Cina, dunque, nel pieno della filosofia Keynesiana, adotterà politiche monetarie anti-cicliche. Ciò significa, molto semplicemente, che se c’è un periodo di recessione (ed è quello che attualmente sta accadendo in Cina a causa del coronavirus), lo Stato adotterà politiche monetarie espansive al fine di immettere liquidità nell’economia.

Esattamente al contrario, invece, si comporta da anni l’Ue, che a fronte di un periodo di recessione (che dura ormai da oltre un decennio) continua ad adottare politiche di austerity: un po’ come togliere aria ad un pallone già sgonfio.

Ne consegue che siamo gli unici a non essere ancora usciti dalla crisi e che sia sempre più elevato il rischio di cadere in quella che Keynes chiamava “trappola della liquidità”.

La “trappola della liquidità”, contrariamente a quanto si pensa immediatamente pensare, non significa che vi è un problema di troppa liquidità ma una situazione in cui la politica monetaria non riesce più ad esercitare alcuna influenza sulla domanda e, dunque, sull’economia.

La trappola della liquidità indica le aspettative da parte degli operatori economici di eventi negativi (come deflazione, guerra civile o conflitti internazionali, caduta della domanda aggregata) che li inducono ad una maggiore preferenza per la liquidità. Il segno distintivo della trappola è la caduta dei tassi di interesse a breve vicino a zero e il verificarsi della circostanza che variazioni della base monetaria non si riflettono in corrispondenti variazioni nell’indice generale dei prezzi.

In questa situazione, con i tassi d’interesse nominali ormai zero o vicini a zero, le banche centrali non possono farli scendere ulteriormente e gli strumenti a disposizione della politica monetaria si esauriscono.

Il vero motore dei consumi, infatti, come aveva intuito Keynes risiede nella fiducia prima ancora che nei tassi. Se la fiducia viene meno, nemmeno tassi di interesse nulli o un aumento della base monetaria possono far ripartire i consumi.

Quando le aspettative negative si diffondono all’intera economia, esse tendono ad autoalimentarsi in un circolo vizioso.

Accumulando liquidità anziché spendere, gli operatori economici inconsapevolmente realizzano le loro peggiori aspettative: senza domanda di beni si innesca la recessione che conduce ad un aumento della disoccupazione, a minori redditi e, quindi, a minori consumi ed investimenti, e così via, in una spirale che si autoalimenta.