Barilla investe in Russia

Nuovi investimenti in Russia per Barilla: 130 milioni per aprire la prima azienda di grano duro nell’Est Europa.

Barilla, la multinazionale italiana del settore alimentare, ha deciso di investire in Russia.

L’azienda ha intrapreso, infatti, un investimento da 130 milioni con cui costruirà il primo mulino nell’Est Europa dedicato alla produzione di farina di grano duro, nonché il secondo impianto per la produzione di pasta. 

Il luogo scelto è la zona Economica Speciale (Zes) di Stupino Quadrat. Che si trova nell’area di Mosca.

Fattore determinante nella scelta della location, dal punto di vista logistico, è stata per la presenza di una linea ferroviaria sul sito. Dal punto di vista operativo, invece, è stata un fattore chiave la disponibilità nel distretto di personale altamente qualificato, grazie alla collaborazione della società di consulenza Livolsi&Partners (che nella trattativa ha rappresentato la Zes).

A commentare l’operazione arrivano le parole del vicepresidente per la Russia e la Csi di Barilla Rus Llc e ceo della nuova società di produzione Barilla Rus Production Llc, Mikhail Putilin:

“Ci è voluto molto tempo per scegliere la sede per il nostro progetto su larga scala e ci siamo soffermati sulla Zes Stupino Quadrat. I fattori più importanti per noi sono stati la logistica conveniente, la disponibilità di una linea ferroviaria sul sito, le attrezzature con tutte le strutture e servizi necessari, nonché la disponibilità di personale altamente qualificato nel distretto di Stupino. Inoltre, il governo della regione di Mosca, l’amministrazione del distretto della città di Stupino e la società di gestione della Zes Stupino Quadrat hanno dimostrato grande lealtà e competenza durante quasi due anni di preparazione della transazione, che consentirà di attuare con successo il progetto nel più breve tempo possibile tempo possibile.”

Debito pubblico: la differenza sta nella sovranità

Debito pubblico: la differenza sta nella sovranità del debito.
Il problema sorge nel caso in cui manchi sovranità monetaria.

Il debito pubblico è costantemente al centro delle discussioni economiche odierne.

Fino a poco tempo addietro, tanto che scoppiò la crisi dei debiti sovrani, gli economisti consideravano che un indebitamento superiore al 90% del Pil fosse tossico per l’economia; ora, invece, cominciano a ricredersi.

A rivelarlo è il Wall Street Journal che riporta il parere di diversi esperti del settore, tra cui l’ex capo economista del Fmi Olivier Blanchard piuttosto che l’ex capo economista del dipartimento al Tesoro Usa Karen Dynan.

Ora la tesi che comincia a prendere campo è la seguente: una buona crescita economica e livelli di debito pubblico elevati possono convivere e sono persino desiderabili; infatti, se i rendimenti dei titoli sovrani restano al di sotto dei tassi di crescita economica, i governi possono continuare a emettere debito senza praticamente doverlo pagare.

Italia, Francia, Spagna e Regno Unito hanno infatti debiti pubblici che si avvicinano o superano il 100% del Pil; il Giappone super addirittura il 200% e gli Usa supereranno il 105%.

Rimangono contrari a quest’idea, invece, nella zona Euro. Il presidente della Bce Christine Lagarde, il mese scorso ha così ammonito la Francia:

Il crescente debito pubblico è motivo di preoccupazione, poiché riduce il margine di manovra fiscale in caso di recessione dell’economia”.

La commissione Ue le ha fatto eco avvertendo 8 Paesi membri (tra cui l’Italia, la Francia e la Spagna) del rischio di violare le regole del Patto di Stabilità, ricordando agli Stati che hanno un debito pubblico superiore al 60% che lo devono ridurre gradualmente.

Uno studio del Fmi pubblicato il mese scorso e che ha esaminato più di 400 episodi di crisi in 188 paesi tra il 1980 e il 2016, rivela che le economie avanzate affrontano un rischio sostanzialmente più elevato di entrare in crisi se il debito sovrano nei confronti di creditori stranieri supera il 70% del Pil. La soglia è invece pari al 30% per quanto riguarda le economie dei mercati emergenti.

Il problema, che probabilmente sfugge nello studio del Fmi, non è tanto il rapporto debito/Pil ma la proprietà del debito; è proprio perché si parla di “creditori stranieri” e, quindi, di debito non sovrano, che si hanno problemi.

Banca Etruria: ex vertici condannati per ostacolo alla vigilanza

Un anno e un mese di recllusione, pena sospesa, per l’ex presidente e l’ex dg di Banca Etruria, condannati anche a pagare 327.000 Euro.
Assolto il dirigente Canestri.

L’ex presidente e l’ex dg di Banca Etruria, rispettivamente Giuseppe Fornasari e Luca Bronchi, sono stati condannati in appello a Firenze nel processo di secondo grado che li vedeva imputati con l’accusa di ostacolo alla vigilanza: per loro un anno ed un mese di reclusione, pena sospesa.

Entrambi erano stati assolti in primo grado ad Arezzo.

Assolto anche in secondo grado, invece, il dirigente Davide Canestri.

I primi due, vale a dire Fornasari e Bronchi, sono anche stati condannati in solido a risarcire Bankitalia, parte civile nel procedimento, con una provvisionale di 327.000 euro.

Crollo natalità: dov’è la radice del problema

Si accentua il problema del ricambio generazionale a causa delle poche nascite: se manca il lavoro, non si può andarsene di casa e fare famiglia.

Non è una novità, il problema del tasso di natalità in Italia.

Al primo gennaio 2020, infatti, la popolazione italiana risulta ancora in calo di 116.000 persone su base annua, con il numero di residenti totali che ammonta a 60 milioni e 317mila.

I dati sono quelli forniti dall’Istat nel rapporto annuale sugli indicatori demografici ed evidenziano l’aumento del divario tra nascite e decessi: più nel dettaglio, si stima che per ogni 100 decessi ci siano state 67 nascite.

Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che dieci anni fa, sempre a fronte di 100 decessi, vi erano 96 nascite.

Il livello del 2019 appena registrato rappresenta il record negativo di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni.

Il numero medio di figli per donna è ora di 1,29 mentre l’età media al parto è di 32,1 anni. La speranza di vita si attesta, per le donne, attorno agli 85,3 anni e per gli uomini ad 81 anni, entrambe aumentate di 0,1 decimi di anno rispetto al 2018 (ovvero un mese di vita in più); ne consegue che anche l’età media salga, toccando quota 45,7 anni.

il problema viene poi strumentalizzato da alcune forze politiche, le quali si concentrano sulla necessità di importare persone anziché migliorare la qualità della vita dei cittadini, dando loro la possibilità di fare figli.

Il tasso di natalità è legato innanzitutto ad una facile connessione: lavoro-casa-famiglia.

Con l’elevata disoccupazione e gli stipendi sempre più ridotti (approfondimento al link) dovuti a dei contratti da schiavitù legalizzata, infatti, per i giovani diventa davvero duro poter andar fuori di casa. Le alternative sono quelle di non mettere su famiglia o di trasferirsi all’estero.

Senza un reddito adeguato non è possibile mantenersi; non potendolo fare, diventa impossibile sposarsi (o convivere) e, quindi, fare figli.

Il problema è legato al modello economico che ci ostiniamo a preservare e che giova solo alle grandi multinazionali, perché rende i lavoratori altamente sostituibili e privi di tutele grazie alla riduzione del potere politico (approfondimento al link).

In estrema sintesi, dunque, la connessione è questa: niente lavoro significa impossibilità di andare a convivere/sposarsi che, a sua volta, significa non poter far figli.

Volvo e Geely vicine alla fusione

Prove di fusione tra Volvo e Geely.
I marchi rimarranno distinti e la nuova società quotata in borsa, prima ad Hong kong e poi a Stoccolma.

C’è fermento nel mondo delle case automobilistiche.

Dopo le varie vicissitudini di Renault Nissan Mitsubishi (approfondimento al link), i mancati accordi, le fusioni avvenute ed i contratti di collaborazione che hanno visto interessati FCA, Peugeot, Renault e Foxconn (approfondimento al link), arriva un’altra possibile fusione: quella tra Volvo e Geely.

La casa automobilistica svedese e quella cinese, che tra l’altro è già una controllata della Volvo stessa, avrebbero espresso l’intenzione di fondersi.

La notizia è stata data proprio sul sito ufficiale della Volvo. Più precisamente, si legge nella nota:

Volvo e Geely automobile stanno valutando la possibilità di unire le loro attività per creare un gruppo globale forte, che accelererebbe le sinergie finanziarie e tecnologiche tra le due società”.

Tuttavia, i due marchi rimarrebbero distinti; il piano per la nuova società, poi, sarebbe quello di quotarsi in borsa: prima ad Hong Kong e successivamente a Stoccolma.