Ecco le città più felici al mondo

La classifica delle prime 10.
La prima italiana la troviamo al 25esimo posto.

A stabilire quali siano le città più felici d’Italia è l’Happy City Index 2025, che si basa su fattori come economia, ambiente, innovazione, inclusione ed istruzione.

Ecco, come riporta Men’s Health Italia, la classifica delle prime 10 città più felici al mondo:

  • Copenhagen (Danimarca)
  • Zurigo (Svizzera)
  • Singapore
  • Aarhus (Danimarca)
  • Anversa (Belgio)
  • Seoul (Corea del Sud)
  • Stoccolma (Svezia)
  • Taipei (Taiwan)
  • Monaco (Germania)
  • Rotterdam (Paesi Bassi)

Per quanto riguarda l’Italia, la prima città è Milano, che in scala mondiale si piazza al 25esimo posto.

Seguono poi Torino (38esimo posto), Firenze (60esimo posto) e Bologna (67esimo posto).

Oltre le prime 100 città mondiali, troviamo Roma, Genova (122esima), Palermo (152esima) e Napoli (170esima).

Trasformare spese quotidiane in opportunità di risparmio senza costi e generando valore

Nasce la community ideata dall’imprenditore Mauro Cederle.
Presentazione e lancio ufficiale 20 maggio ore 21.00 online.

È stata presentata in anteprima, il 26 aprile nella splendida cornice del Lago di Garda, Social People la nuova community pensata per aiutare le persone a ottenere vantaggi concreti dalle proprie spese quotidiane, attraverso un sistema collaborativo e completamente gratuito.

Fondata e ideata da Mauro Cederle che con un’esperienza di oltre 15 anni nella costruzione e nello sviluppo di reti commerciali, negli ultimi 5 anni ha scelto di trasferire la propria attività online. Una decisione strategica, nata dalla consapevolezza che il digitale rappresenta oggi uno strumento potentissimo per connettere le persone in modo rapido ed efficace, offrendo nuove opportunità di interazione e crescita condivisa.

Social People si propone di dare un supporto concreto ai consumatori e alle famiglie, oggi in grande sofferenza economica, e di rivoluzionare il modo in cui affrontano le spese mensili, offrendo soluzioni personalizzate, analisi gratuite sulle voci di costo, per esempio sulle utenze, soluzioni efficaci e supporto all’interno della community. Il tutto senza alcun esborso economico, né costi di adesione o canoni ricorrenti, ma al contrario, generando valore.

L’obiettivo – dichiara Mauro Cederle, fondatore Social People – è quello di offrire ai membri della community un aiuto concreto volto ad un maggiore respiro economico, soprattutto in un momento storico in cui il costo della vita è aumentato in modo significativo.”

Il pre-lancio del 26 aprile, ha avuto un grande successo e ha rappresentato una fase importante di apertura verso il pubblico, in vista del lancio ufficiale previsto nelle prossime settimane. È stata presentata in anteprima, il 26 aprile nella splendida cornice del Lago di Garda, Social People la nuova community pensata per aiutare le persone a ottenere vantaggi concreti dalle proprie spese quotidiane, attraverso un sistema collaborativo e completamente gratuito.

Multitasking e Distrazioni: Come Riconquistare la Tua Mente

Breve elogio funebre della nostra capacità di stare fermi su una cosa sola per più di 8 secondi.

C’era una volta la concentrazione. Ce la ricordiamo tutti: durava abbastanza da finire un libro, guardare un film senza sbirciare il telefono durante la pubblicità, o persino ascoltare una persona parlare senza pensare “quanto manca?” anche se quello che dice è estremamente interessante per noi. Poi sono arrivati loro: TikTok, i Reels, lo scroll che scorre più veloce della nostra voglia di vivere. E non stiamo parlando solo dei quindicenni con l’apparecchio ai denti e le AirPods. No, ormai anche noi adulti – quelli che una volta leggevano i giornali cartacei e facevano la spesa con la lista scritta a penna – ci siamo arresi al fascino tossico del “solo un altro video”.

Una volta, e parliamo di un tempo in cui il modem faceva triiiin triiin bzzzz, chi non riusciva a concentrarsi per più di qualche minuto veniva inserito nella categoria dei “soggetti con disturbo dell’attenzione”. Era una diagnosi, non uno stile di vita. Oggi invece, se riesci a guardare un video di 3 minuti senza saltare al prossimo, sei praticamente un monaco zen in un mondo che scorre in 15 secondi.

C’è stato un tempo in cui gli adulti guardavano i giovani su TikTok con l’aria di chi osserva un esperimento sociale da lontano, credendo di esserne escluso. “Io non ci casco”, dicevamo, mentre scaricavamo l’app “solo per curiosità”. Due giorni dopo eravamo lì, alle 2:47 del mattino, a guardare una signora del Nebraska che insegna a piegare le magliette con il metodo giapponese. E no, non ci serviva davvero e no, non ci siamo resi conto del tempo trascorso.

La verità è che oggi, mentre i nostri figli tentano di uscire dalla spirale dello scroll, noi ci siamo costruiti un loft con vista nella stessa spirale. I Reels di Instagram sono diventati le nostre pillole antistress, e quel “solo cinque minuti” si allunga fino a quando il telefono non ci avvisa che la batteria sta morendo. Un avviso che ormai ha lo stesso impatto emotivo di un “la tua serie preferita è finita”.

E così, tra un video di gatti che suonano il pianoforte e un tutorial per fare il pane in padella con tre ingredienti, passano le ore. Ci sentiamo multitasking, moderni, aggiornati. Ma sotto sotto stiamo solo scappando da quella fastidiosa sensazione chiamata “presenza nel momento”.

Anche il cervello si è adeguato. Un tempo era un organo complesso, capace di mantenere l’attenzione su un pensiero coerente. Oggi somiglia più a un feed di TikTok: frammentato, iperstimolato, sempre pronto a passare da una riflessione sulla crisi climatica a un video di un papà che scopre il sesso del nascituro con un razzo rosa o azzurro.

Forse ridere di tutto questo è il primo passo per renderci conto che la soglia di attenzione non è morta. È solo stata messa in pausa, travolta da un’overdose di stimoli. Ma possiamo ancora scegliere di fermarci, anche solo per il tempo di una pagina letta senza notifiche, di una conversazione senza occhi che fuggono allo schermo, di un silenzio che non fa paura. Il multitasking ci fa sentire produttivi, ma spesso ci lascia solo stanchi e confusi. E allora, forse, il vero gesto rivoluzionario oggi è proprio questo: concentrarsi. Davvero. Un minuto per volta.

A volte, lo ammetto, penso seriamente di abbandonare il telefono. Di lasciarlo lì, in un cassetto, magari tra le vecchie bollette pagate e schemi di diete improbabili, per riprendermi la vita. Quella vera, fatta di silenzi che non notificano nulla, di sguardi che non hanno bisogno di filtri, di attese che non devono essere riempite per forza. Magari non durerà. Magari dopo un’ora sarò di nuovo lì a scrollare, a cercare un video su come organizzare meglio il tempo mentre lo sto perdendo. Ma quel pensiero resta. E forse è già un segnale: sotto le risate, sotto i balletti improvvisati, sotto l’ironia, c’è ancora la voglia di tornare a concentrarsi davvero. Di tornare, semplicemente, a esserci.

E tu, ci sei?

Dipendenti pubblici di serie B: la realtà (amara) del personale ATA

Pendolari, senza buoni pasto e con lo stipendio da fame: l’altra faccia del pubblico impiego.

Pendolari, senza buoni pasto e con lo stipendio da fame: l’altra faccia del pubblico impiego.

Lavoro in una scuola pubblica, sono una collaboratrice scolastica. Sono una dipendente statale, un’entità mitologica che, a quanto pare, si nutre d’aria e si sposta per osmosi, senza diritto ad incentivi, con uno stipendio che non basta per vivere dove lavoro, costretta a fare la pendolare ogni giorno perché gli affitti sono troppo alti.

Mi chiedo spesso: siamo davvero tutti uguali nel pubblico impiego? Perché alcuni lavoratori ricevono riconoscimenti e tutele, mentre altri – come il personale ATA – vengono trattati come “dipendenti di serie B”?

Noi collaboratori scolastici siamo le prime persone ad arrivare a scuola e spesso le ultime ad andare via. Garantiamo sicurezza, igiene, sorveglianza, all’occorrenza diventiamo infermieri e psicologi, mamme e papà non smettiamo mai di esserlo. Ma nonostante questo, viviamo una condizione di invisibilità e precarietà. Senza buoni pasto, con stipendi che non tengono conto del caro vita, soprattutto al Nord, e nessun incentivo alla mobilità o al trasferimento, siamo dipendenti pubblici, eh, mica volontari.

E non solo: mentre altri dipendenti pubblici hanno sconti per musei, teatri, eventi culturali, noi no. Nemmeno quello. Come se il nostro ruolo non fosse abbastanza “culturale” da meritarselo.

E allora diciamolo chiaramente: lavorare nella scuola non dovrebbe significare vivere in condizioni di sacrificio permanente. Meritiamo rispetto, riconoscimento e diritti. Perché senza di noi, la scuola non funziona. E senza dignità, il lavoro pubblico perde il suo senso più profondo.

Questo articolo è nato anche da uno sfogo personale, dopo aver ricevuto due emolumenti mensili consecutivi con oltre circa 150 euro in meno. Senza spiegazioni chiare – sono convinta che ci sono-, quasi senza preavvisi, senza alcuna considerazione per chi, ogni giorno, garantisce il funzionamento delle scuole.

I sindacati? Sì, qualcosa si muove, almeno sulla carta. L’Anief, ad esempio, ha chiesto al governo di introdurre buoni pasto da 13 euro al giorno anche per noi collaboratori scolastici, come già avviene per altri dipendenti pubblici in smart working (fonte: anief.org).

Anche la FLC CGIL si è fatta sentire, chiedendo il riconoscimento dei buoni pasto per tutto il personale della scuola, soprattutto per chi – come noi ATA – resta a scuola fino al pomeriggio senza alcun servizio mensa o indennità (fonte: flcgil.it).

Persino i DSGA, i Direttori dei Servizi Generali e Amministrativi, hanno lanciato una petizione per chiedere stipendi più equi e l’introduzione dei buoni pasto per tutto il personale ATA (fonte: orizzontescuola.it).

Ma cosa si è ottenuto finora? Poco, pochissimo. Il Ministero dell’Istruzione, infatti, non sembra intenzionato a concedere questi diritti. Le trattative vanno avanti, ma i risultati si fanno attendere (fonte: pmi.it).

Intanto, le nostre buste paga si alleggeriscono e il riconoscimento rimane un miraggio.

E allora parliamone. Raccontiamolo. Perché il cambiamento inizia anche da chi ha il coraggio di dire: basta invisibilità.

Abitare è un diritto, non un privilegio

Riflessioni su Milano, gli affitti e la libertà di scegliere dove vivere.

Quando ho fatto domanda per entrare in graduatoria su Milano, avevo in mente un progetto semplice e bello: lavorare e, allo stesso tempo, vivere un po’ di quotidianità con mio figlio, che studiava all’università in città.

Ma quando è arrivata la chiamata, lui era già laureato e appena partito per l’estero con una proposta lavorativa importante che gli avrebbe permesso di crescere professionalmente. E così, sono arrivata da sola nella metropoli più cara d’Italia, armata solo di entusiasmo, determinazione… e un conto corrente che avrebbe presto conosciuto la parola “agonia”.

Il mio primo approdo fu il divano di mio cugino a Varese. Con lui ho cominciato la mia personale caccia al tesoro (perso): quella alla casa in affitto a Milano. In pochi giorni ho visto di tutto: sottotetti con lucernari claustrofobici persino per una nana come me, annunci truffaldini con richieste di 1.500 euro anticipati da parte di proprietari all’estero, e agenzie che – appena entravi – ti chiedevano 3.000 euro solo per respirare l’aria condizionata.

Alcuni affitti erano “transitori”, ma non si capiva per chi: forse per la tua dignità, visto che ti chiedevano una provvigione ogni mese, come fosse una tassa di soggiorno permanente.

La verità è che, a Milano, chi possiede un immobile ha imparato benissimo a lucrare sul bisogno: chi arriva qui per lavoro o studio spesso non ha scelta. E allora si approfitta. Si monetizza la necessità. Si trasforma l’urgenza in rendita, senza contare quando la metropoli è sede di eventi, l’occasione per i proprietari diventa ghiottissima.

Il diritto all’abitare diventa un privilegio concesso solo a chi ha garanzie impeccabili o santi in banca.

Io, nel mio piccolo, ho scelto Milano per inseguire l’indipendenza economica. Ho fatto un passo coraggioso, non costretto. Ma anche quando scegli, non è detto che sia tutto semplice. Milano ti accoglie, sì, ma col tassametro già acceso.

Ora che anche mio marito mi ha raggiunta, abbiamo cercato un compromesso più umano e sostenibile. Milano ci ha gentilmente spinto un po’ più in là. Ci siamo trasferiti fuori città, in una zona dove il portafoglio respira un po’ e il cuore può battere con più calma.

Cerchiamo ogni giorno un equilibrio possibile – tra pendolarismo e silenzio, tra la frenesia di una metropoli sempre accesa e il ricordo di quella vista, la nostra vista, sulla Valle dei Templi.

Perché sì, Milano offre molto. Ma il vero lusso, oggi, è trovare un luogo che ti somigli. E che ti permetta di vivere. Non solo di resistere.