Patuelli: “No a proroga blocco licenziamenti”

Il ministro dello Sviluppo economico, in trattative anche con i sindacati, intenzionato a togliere il divieto di licenziare nonostante la pandemi.

“Ritengo che il percorso fatto fino adesso, Cig e blocco dei licenziamenti, non possa essere prorogato ancora.”

Interviene così, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuelli, sul tema dei licenziamenti a pandemia in corso.

Lo steso ministro, come riporta “Tgcom24”, ha continuato sostenendo quanto di seguito:

“Non credo che rimandare significhi risolvere il problema dei disoccupati.“

Infine, per quanto concerne la richiesta dei sindacati di estendere il blocco ai licenziamenti fino alla fine dell’emergenza legata al cornavirus, ha risposto:

“Stiamo individuando gli strumenti per non far licenziare, ma non per obbligare a non licenziare.”

La crisi non risparmia Disney: previsti almeno 28.000 licenziamenti

Perdite per 4,5 miliardi di dollari in sei mesi ed azioni in calo.
I 43.000 licenziamenti di aprile potrebbero non essere solo temporanei.

Il Covid-19 non risparmia nessuno.

Dopo il recente fallimento di Rifle, storico marchio di jeans Made in italy (approfondimento al link), ora la Disney ad annunciare ingenti licenziamenti.

Stando a quanto riporta “Euronews”, infatti, ci sarebbero 28.000 licenziamenti previsti nella divisione dei parchi-gioco a Disneyland in California e DisneyWorld in Florida.

I primi 6.000 licenziamenti avverranno dai primi di dicembre e potrebbero aumentare man mano che la società negozierà i termini con i sindacati.

Ad aprile la Disney aveva annunciato il licenziamento temporaneo dei 43.000 dipendenti dei parchi dichiarando di voler procedere alla loro riassunzione una volta finita l’emergenza dovuta al coronavirus; questo aveva rassicurato, almeno in parte, i dipendenti, che contavano di mantenere l’anzianità di servizio e lo stipendio una volta si fosse tornati alla normalità.

Le perdite registrate dalla società, però, potrebbero complicare le cose per più della metà dei lavoratori: Disney ha infatti visto il proprio fatturato calare pari a 1 miliardo di dollari nel secondo trimestre ed a 3,5 miliardi di dollari nel terzo trimestre con le azioni in continuo calo.

Ad aver impattato non è solo la chiusura dei parchi-gioco ma anche tutto l’indotto che questi portavano, come ad esempio l’annullamento di tutte le prenotazioni negli hotel e nelle navi da crociera.

Mannaia Covid-19: chiude anche Rifle

Fallisce la Rifle, storico marchio di jeans Made in Itlay.
L’azienda, fondata nel 1958, ora sarà messa all’asta.

Gli affari non andavano bene da un po’ di tempo, poi il coronavirus ha fatto da mannaia.

Ha così chiuso i battenti la Rifle, storico marchio di jeans Made in Italy con sede a Barberino di Mugello, poco distante da Firenze, e che era stato fondato nel 1958 dai fratelli Giulio e Fiorenzo Fratini.

A dichiararne il fallimento è stato il Tribunale di Firenze, poi la notizia è stata resa nota dai sindacati di categoria Filctem Cgil e Femca Cisl, che sono intervenuti sul tema come di seguito:

“L’azienda non ce l’ha fatta a uscire dal tunnel, certamente reso ancora più buio dalla pandemia mondiale. Cercheremo di verificare tutte le possibilità di salvaguardia occupazionale qualora ci fossero manifestazioni di interesse per il marchio e quindi per l’attività aziendale.”

Nel 2017 Sandro Fratini, figlio del fondatore Giulio, aveva ceduto il 44% del capitale alla società svizzera di investimenti Kora, che era poi salita in maggioranza con il 55% l’anno successivo.

Alla guida dell’azienda arrivò Franco Marianelli, dopo le esperienze in Guess Italia e Gas Jeans, ma la sua competenza non è bastata ad evitare il tracollo: nel 2018 Rifle chiudeva il bilancio con 16 milioni di euro di fatturato ed una perdita di 3,3 milioni.

La domanda di concordato al Tribunale di Firenze era stata presentata a maggio di quest’anno, insieme alla richiesta di soccorso fatta alla regione Toscana.

I dipendenti in ballo sono 96. Attualmente è attiva la cassa integrazione Covid-19 e si cercherà di dar loro un ulteriore sostegno economico. Ora si procederà con 45 giorni di esercizio provvisorio per poi passare alla cessione all’asta dell’azienda.

Zloty in calo: opportunità per aziende, brokers e privati

Il tasso di cambio della moneta polacca è particolarmente appetibile.
Dalle commodities alle speculazioni, ecco a chi può interessare.

Lo zloty polacco (PLN), che da anni oscilla molto lievemente tanto da avere un tasso di cambio medio con l’euro tra i 4,25 ed 4,28 (1 euro = 4,25 zloty) fatta eccezione per qualche picco che lo ha visto posizionarsi sui 4,20 piuttosto che sui 4,30 o poco più in entrambi i sensi, negli ultimi mesi di quest’anno ha subìto una forte svalutazione.

Durante il periodo caratterizzato dal Covid-19, infatti, il governo polacco è intervenuto fortemente in aiuto dell’economia nazionale, tanto da far sì che la Polonia fosse il miglior Paese europeo per reazione al coronavirus (approfondimento al link).

Questo intervento di aiuti pubblici, sommato alla forte spinta nel welfare voluta dal governo di PiS (ad esempio 500 zloty al mese per ogni figlio fino ai 18 anni, la tredicesima mensilità per i pensionati, gli sgravi fiscali per i giovani assunti ed altre riforme) ed alla volontà di svalutare la moneta per favorire l’economia in un momento alquanto delicato come quello della pandemia, ha portato il tasso di cambio su livelli senza precedenti.

L’attuale tasso di cambio si aggira sui 4,55 zloty per ogni euro (il 30 settembre la Bce chiudeva esattamente il rapporto a 4,5462 zloty per ogni euro).

Il picco si è verificato proprio verso la metà di marzo, per poi registrare una flessione ad agosto (circa 4,40 zloty per ogni euro) e tornare a salire sopra i 4,50 zloty per ogni euro a settembre.

Per quanto duri questo tasso di cambio non è dato sapere, ma sicuramente è il momento buono per aziende, professionisti e speculatori.

Le possibilità sono tante: si va dalle commodities alla copertura valute (molte utile per esempio alle aziende straniere che devono pagare gli stipendi in zloty presso i propri stabilimenti polacchi), passando per i contratti “pronti contro termine” e/o le “opzioni su valuta”, fino alle speculazioni dei piccoli investitori privati che potrebbero vendere ora Euro allo scoperto per ricomprare una volta che il tasso di cambio sarà tornato sui livelli standard. I rischi sono i soliti: capire se e quando il tasso di cambio tornerà ai livelli “di sempre”.

Abruzzo: oltre 100 vertenze aziendali e rischio delocalizzazione

Honeywell, Intecs, Pilkington e molte altre aziende potrebbero lasciare l’Italia a causa della gestione Covid-19.
Migliaia i lavoratori a rischio.

Ci sonno oltre 100 vertenze aziendali, in Abruzzo.

A quelle di Pilkington, Honeywell e Intecs se ne sono aggiunte molte altre, tra cui quelle di Yokohama e Betafence.

La gestione italiana della crisi dovuta al coronavirus non è stata delle più esemplari, tanto che molte aziende stanno pensando di lasciare l’Italia per delocalizzare verso Paesi che meglio sappiano assistere le aziende che operano sul territorio nazionale.

I posti di lavoro in ballo sono addirittura migliaia e sul tema, all’”ANSA”, è intervenuto anche il segretario regionale Cgil Abruzzo Molise, Carmine Ranieri:

“La situazione è pesante; ci sono multinazionali che hanno annunciato la chiusura. È un segnale molto preoccupante: con la crisi Covid potremmo avere realtà che, per scelte puramente aziendali, decideranno di ridurre la filiera e delocalizzare. Alle vecchie vertenze che non hanno trovato soluzione se ne aggiungono di nuove. Migliaia gli interessati. Quando chiude una grande impresa c’è sempre un effetto moltiplicatore negativo per l’indotto.”

Continua, poi, lo stesso Ranieri:

“A settembre ci sarà da lavorare intensamente. Dovremo cercare di aiutare anche le Pmi, che hanno un ruolo fondamentale in Abruzzo. L’occupazione dovrebbe essere rilanciata anche con investimenti pubblici. Penso al Masterplan: quegli interventi dovrebbero partire subito e invece sono stati de-finanziati.”