Volvo e Geely vicine alla fusione

Prove di fusione tra Volvo e Geely.
I marchi rimarranno distinti e la nuova società quotata in borsa, prima ad Hong kong e poi a Stoccolma.

C’è fermento nel mondo delle case automobilistiche.

Dopo le varie vicissitudini di Renault Nissan Mitsubishi (approfondimento al link), i mancati accordi, le fusioni avvenute ed i contratti di collaborazione che hanno visto interessati FCA, Peugeot, Renault e Foxconn (approfondimento al link), arriva un’altra possibile fusione: quella tra Volvo e Geely.

La casa automobilistica svedese e quella cinese, che tra l’altro è già una controllata della Volvo stessa, avrebbero espresso l’intenzione di fondersi.

La notizia è stata data proprio sul sito ufficiale della Volvo. Più precisamente, si legge nella nota:

Volvo e Geely automobile stanno valutando la possibilità di unire le loro attività per creare un gruppo globale forte, che accelererebbe le sinergie finanziarie e tecnologiche tra le due società”.

Tuttavia, i due marchi rimarrebbero distinti; il piano per la nuova società, poi, sarebbe quello di quotarsi in borsa: prima ad Hong Kong e successivamente a Stoccolma.

Coronavirus: attacco mirato alla Cina?

Emerge la teoria secondo la quale il coronavirus sarebbe un attacco miriato alla Cina: da Soros a Bill Gates le persone coinvolte: al centro la trattativa commerciale Usa-Cina.

Ci sono un sacco di zone ombra dietro al coronavirus; da dove proviene, come si è diffuso, come si combatte, muta o no e con che velocità. Tutto molto incerto.

Da una parte i numeri ufficiali del governo cinese, forse dati in versione limitata per non far diffondere il panico, vengono contraddetti da video virali nei social provenienti dagli staff medici di Wuhan (approfondimento al link), epicentro dell’epidemia. Dall’altra, la quasi totale assenza di controlli medici che si possano considerare seri lascia un po’ stupiti (approfondimento al link).

Vero è, come dicevamo, che non sappiamo ancora come comportarci di fronte al virus e quindi come prevenirlo-identificarlo, ma misurare solamente la febbre non è certo una condizione sufficiente a dichiarare un paziente non infetto.

Tra le varie ipotesi, ci sono ovviamente anche quelle inerenti ad un attacco mirato: proprio a Wuhan si trova il centro-laboratorio per le ricerche virologhe e pare che l’Istituto sia sponsorizzato da Soros (diverse fonti reperibili sul web); non solo, stando al blog “La cruna dell’ago” del noto giornalista Cesare sacchetti, lo stesso Soros poco prima dello scoppio del virus avrebbe detto che “la Cina va punita“.

inoltre, sempre dalla stessa fonte, si percepisce che anche Bill Gates fosse a conoscenza del virus prima che ne venisse lanciato l’allarme.

La teoria è quella seconda la quale, a causa dei recenti problemi diplomatici tra Usa e Cina che potrebbero compromettere l’economia americana, si sia voluto dare un messaggio ai cinesi: le condizioni le detta l’America.

La Cina, per rispondere alla guerra dei dazi, aveva alzato quelli per i prodotti americani del 25%.

La risposta americana, stando a questa teoria, sarebbe stata il coronavirus.

A confermare questa tesi ci sarebbero due punti.

Il primo riguarda il fatto che la Cina abbia recentemente dimezzato le tariffe per i prodotti americani ed abbia accettato di impegnarsi nell’acquistare enormi quantità di energia, agricoltura e servizi dagli Usa (figura come un accordo commerciale di collaborazione, ma si legge come una resa).

Il secondo riguarda un report degli scienziati cinesi, secondo il quale il coronavirus si attacca ai recettori nei polmoni che sono 5 volte più comuni nei maschi asiatici, mentre i bianchi, come razza, sono praticamente immuni al medesimo virus perché hanno l’inibitore “acetilcolinase” (fonte al link).

Questo secondo punto spiegherebbe anche il perché dei bassi controlli in Europa e nel resto del mondo: un attacco mirato alla popolazione asiatica, studiato in laboratorio, che nel 99% dei casi non dà problemi alle altre popolazioni.

Cina: ulteriore sostegno all’economia con politiche anti-cicliche. Ue al contrario

Politiche anti-cicliche del governo cinese per supportare l’economia in un momento di crisi.
Esattamente al contrario l’Ue, che fa austerity da oltre 10 anni.

La Cina ha immesso 156 miliardi di euro a supporto dell’economia per tamponare il crollo dovuto al coronavirus (approfondimento al link).

Ma le operazioni non si fermano qui; il vice governatore della Banca centrale cinese, Pan Gongsheng, ha infatti dichiarato che l’Istituto sta monitorando attentamente l’impatto dell’epidemia nell’economia cinese (la seconda al mondo) e sta preparando strumenti di politica monetaria per allentare la pressione.

Più precisamente:

In termini di politica monetaria, il prossimo passo è di rafforzare gli aggiustamenti anti-ciclici, mantenere una liquidità ampia e ragionevole ed offrire un solido contesto monetario e finanziario per l’economia reale.
Nel contesto dell’epidemia e della pressione al ribasso sull’economia, è più importante mantenere la crescita economica”.

I dati ufficiali, aggiornati alla sera del 6 febbraio, parlano di 636 morti e 31.161 casi confermati di contagio.

Le province isolate (circa 400 milioni di abitanti, dopo l’aggiunta di Guangzhou alle città in quarantena), il blocco totale dei trasporti ed il rischio inerente appunto alla sanità stanno limitando fortemente il turismo (dai viaggi ai ristoranti, passando per le attività economiche) e tutto l’indotto dei servizi.

Non solo, anche molte fabbriche hanno chiuso temporaneamente le loro attività a causa del forte rischio contagio, con il rischio di perdere clienti e ridurre quindi in maniera non solo momentanea il ciclo economico.

La Cina, dunque, nel pieno della filosofia Keynesiana, adotterà politiche monetarie anti-cicliche. Ciò significa, molto semplicemente, che se c’è un periodo di recessione (ed è quello che attualmente sta accadendo in Cina a causa del coronavirus), lo Stato adotterà politiche monetarie espansive al fine di immettere liquidità nell’economia.

Esattamente al contrario, invece, si comporta da anni l’Ue, che a fronte di un periodo di recessione (che dura ormai da oltre un decennio) continua ad adottare politiche di austerity: un po’ come togliere aria ad un pallone già sgonfio.

Ne consegue che siamo gli unici a non essere ancora usciti dalla crisi e che sia sempre più elevato il rischio di cadere in quella che Keynes chiamava “trappola della liquidità”.

La “trappola della liquidità”, contrariamente a quanto si pensa immediatamente pensare, non significa che vi è un problema di troppa liquidità ma una situazione in cui la politica monetaria non riesce più ad esercitare alcuna influenza sulla domanda e, dunque, sull’economia.

La trappola della liquidità indica le aspettative da parte degli operatori economici di eventi negativi (come deflazione, guerra civile o conflitti internazionali, caduta della domanda aggregata) che li inducono ad una maggiore preferenza per la liquidità. Il segno distintivo della trappola è la caduta dei tassi di interesse a breve vicino a zero e il verificarsi della circostanza che variazioni della base monetaria non si riflettono in corrispondenti variazioni nell’indice generale dei prezzi.

In questa situazione, con i tassi d’interesse nominali ormai zero o vicini a zero, le banche centrali non possono farli scendere ulteriormente e gli strumenti a disposizione della politica monetaria si esauriscono.

Il vero motore dei consumi, infatti, come aveva intuito Keynes risiede nella fiducia prima ancora che nei tassi. Se la fiducia viene meno, nemmeno tassi di interesse nulli o un aumento della base monetaria possono far ripartire i consumi.

Quando le aspettative negative si diffondono all’intera economia, esse tendono ad autoalimentarsi in un circolo vizioso.

Accumulando liquidità anziché spendere, gli operatori economici inconsapevolmente realizzano le loro peggiori aspettative: senza domanda di beni si innesca la recessione che conduce ad un aumento della disoccupazione, a minori redditi e, quindi, a minori consumi ed investimenti, e così via, in una spirale che si autoalimenta.

Svolta green: Intesa Sanpaolo finanzia la polacca Tauron

Svolta green: Intesa Sanpaolo finanzia Tauron, colosso polacco dell’energia.
Dall’Ue, invece, bilancio limitato per eventuali fondi all’Ilva.

Intesa Sanpaolo finanzierà Tauron, il più grande distributore polacco di energia, per 175 milioni di euro nell’ottica della svolta green.

Il finanziamento prevede un piano di 5 anni e servirà a sostenere gli investimenti della società nello sviluppo delle energie rinnovabili e della distribuzione elettrica, tra cui l’ammodernamento della propria rete e il collegamento dei nuovi clienti utilizzando le ultime tecnologie ecocompatibili.

L’operazione è curata dalla Divisione Corporate and Investment Banking dell’Istituto bancario sotto la guida di Mauro Micillo ed è strutturata da Banca IMI Londra e dalla filiale di Varsavia della Divisione CIB.

La mossa va a confermare le parole di Carlo Messina in merito alle volontà di Intesa Sanpaolo di spingere sui principi della sostenibilità ambientale; dal lato di Tauron, si tratta del primo grande progetto green, confermando il proprio impegno nel raggiungimento degli obiettivi di transizione energetica 2025-2030 previsti nel piano d’impresa e contribuendo nello stesso tempo a sostenere la trasformazione energetica del Paese.

Per la svolta green in Italia, invece, Paolo Gentiloni ha detto che il bilancio è limitato (approfondimento al link); il nostro Paese, infatti, per il piano verde versa più del doppio di quanto di riceve (approfondimento al link).