Porsche cede MHP all’indiana Tata

Dopo aver licenziato il CFO e il Direttore Vendite, il gruppo cede la consulenza gestionale e informatica.
Tata acquista l’intero gruppo MHP con 4.500 dipendenti nel mondo.

Tra tutte le mosse industriali viste nel gruppo Porsche negli ultimi anni (ad esempio il licenziamento del CFO e del Direttore Vendite – approfondimento al link), la vendita di MHP è una di quelle che cambia di più la struttura dietro le quinte.

La casa di Zuffenhausen, come riporta motor1.com, ha firmato a Stoccarda un accordo per cedere al gruppo indiano Tata Consultancy Services (TCS) la società di consulenza gestionale e informatica che controllava dal 2007 e che ha seguito la trasformazione digitale del marchio.

Nel piano interno chiamato “Sportwagenschmiede 35” questa operazione è un tassello centrale: TCS rileverà l’intero gruppo MHP, che continuerà però a usare il proprio marchio e a lavorare come consulenza indipendente. Il passaggio di proprietà deve ancora ottenere le autorizzazioni regolatorie e antitrust e, in base alle comunicazioni ufficiali, dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi.

La scelta di separarsi da MHP arriva mentre Porsche sta rivedendo in profondità la propria organizzazione, anche con tagli ai costi legati all’andamento dell’utile nel 2026.

Uscire da una controllata che fa consulenza libera risorse per l’attività principale: progettare, costruire e vendere auto sportive, con maggiore attenzione ai modelli che generano più margini.

Porsche e MHP hanno chiarito che il cambio di proprietà non interrompe la collaborazione costruita in questi anni. La società di consulenza, con sede a Ludwigsburgoltre 4.500 dipendenti nel mondo, resterà un fornitore importante per la digitalizzazione di varie aree del costruttore, in particolare nei progetti che usano l’intelligenza artificiale dentro i processi industriali e commerciali.

Il colosso tedesco Varta dichiara fallimento

Apple cambia fornire per i suoi AirPods e va in Cina.
Si tratta di 4.200 posti di lavoro.

Un altro grande nome dell’industria tedesca finisce in bancarotta: Varta, storico produttore di batterie con sede a Ellwangen, nella parte orientale del Baden-Württemberg, ha presentato al Tribunale Distrettuale di Stoccarda l’istanza per accedere a uno degli strumenti previsti dalla legge fallimentare tedesca, la procedura di insolvenza in regime di autoamministrazione.

L’azienda, che già negli anni scorsi ha affrontato non pochi problemi finanziari, rischia ora di scomparire oppure di andare incontro a uno spezzatino delle attività operative.

Toccherà ora all’avvocato Tobias Wahl, nominato dal tribunale quale amministratore provvisorio, trovare una soluzione a una crisi più finanziaria che commerciale e operativa, garantire il futuro della società e salvaguardare quasi 4.200 posti di lavoro. Il suo compito non sarà facile perché Varta è il simbolo di cosa significhi la spietata concorrenza dei cinesi in alcuni ambiti tecnologici. 

La società tedesca ha negli anni concentrato le sue attività nel campo delle micro-batterie per dispositivi elettronici, ma negli ultimi mesi avrebbe perso un importante cliente. Varta cita, tra le cause della sua crisi, “condizioni di mercato significativamente deteriorate, domanda più debole, effetti negativi sulla valuta e, più recentemente, la decisione di un cliente di riferimento di porre fine alla cooperazione“. Si tratta del colosso Apple, che ha deciso di affidarsi proprio a un fornitore cinese per i suoi AirPods.

A pagarne le conseguenze sono così le divisioni operative Varta Microbattery GmbH, Varta Micro Production GmbH e Varta Storage GmbH, mentre è stata esclusa dalla procedura di insolvenza l’unità Consumer Batteries e le società collegate, che sono giuridicamente e operativamente separate, finanziariamente indipendenti e ancora redditizie. Ad ogni modo, Wahl dovrà individuare, in via prioritaria, delle fonti di finanziamento alternative a quelle che finora hanno sostenuto le attività. L’azienda, come riporta Quattroruote, è controllata dall’imprenditore austriaco Michael Tojner e dalla Porsche, ma i due azionisti si sono riufiutati di mettere a disposizione nuovi capitali. Varta è quindi sul punto di essere smembrata: i creditori più importanti, tra cui  Deutsche Bank e gli hedge fund RBC BlueBay, Blantyre e Whitebox, avrebbero messo nel mirino la divisione ancora in bonis per scorporarla dall’azienda, mentre Tojner ha espresso interesse per il solo settore delle microbatterie.

La Porsche ha investito nella Varta all’inizio del 2025 nel quadro di un’operazione finanziaria condotta insieme all’imprenditore austriaco per procedere con l’ennesimo salvataggio della società di Ellwangen. Grazie a 60 milioni di euro, la Casa di Zuffenhausen ha rilevato la metà del capitale, nonchè la maggioranza dell’attuale Varta V4Smart, produttore di batterie cilindriche agli ioni di litio ad alte prestazioni, anche queste attività non rientrano nella procedura concorsuale.

Porsche: licenziati il CFO e il Direttore Vendite

Terremoto ai vertici della casa automobilistica di lusso.
Pesano le negative performonce dell’elettrico.

Cambio ai vertici di Porsche: Lutz Meschke, vicepresidente e responsabile delle finanze e dell’IT, e Detlev von Platen, a capo delle Vendite e del Marketing, stanno per lasciare l’azienda grazie a un accordo di risoluzione anticipata dei loro contratti.

La notizia, che arriva come un fulmine a ciel sereno, è stata ufficializzata attraverso una comunicazione alla stampa e approvata dal consiglio di sorveglianza.

Sarà il presidente Wolfgang Porsche a gestire la transizione, un passaggio delicato che la casa di Stoccarda ha deciso di affrontare senza fornire motivazioni ufficiali ma, come riporta First Online, pesano le performance legate all’elettrico che hanno causato una flessione del mercato con difficoltà commerciali e finanziarie.

Proma Group acquista Recaro

L’azienda italiana salva quella tedesca dal fallimento.
Parte della produzione sarà trasferita in Italia.

A luglio, la storica azienda tedesca Recaro, leader nella produzione di sedili per automobili, ha dichiarato fallimento, ma un’importante svolta è arrivata dall’Italia: il gruppo Proma, con sede in provincia di Caserta, ha annunciato un accordo per rilevare le attività della Recaro, avviando un piano di rilancio operativo a partire da gennaio 2025.

Questo piano prevede la continuità operativa dei reparti Vendite e Tecnologia, che rimarranno nella regione di Stoccarda, mentre la produzione OEM sarà trasferita in Italia, dove inizieranno le prime linee produttive.

Nel frattempo, come riporta Mondo Motori, le attività della Recaro in Nord America e Giappone continueranno senza interruzioni, garantendo i tradizionali standard di qualità.

Il Proma Group, forte di un fatturato di 1,1 miliardi di euro e una presenza globale con 25 impianti in 3 continenti, si prepara a portare nuova linfa alla Recaro.

Questo investimento rappresenta una pietra miliare per Proma, che intende ampliare il suo portafoglio con prodotti di seduta premium e abbracciare soluzioni all’avanguardia per il settore automotive.

La reputazione della Recaro come simbolo della tecnologia tedesca si unisce ora alla capacità manifatturiera italiana, in un sodalizio che promette di creare un nuovo standard di eccellenza sul mercato globale.

Secondo il CEO di Proma, Luca Pino, questa unione rafforzerà ulteriormente l’impegno dell’azienda verso l’innovazione e la qualità.

L’investimento di Proma non rappresenta solo un’opportunità per rilanciare il marchio Recaro, ma anche un significativo passo avanti per l’industria italiana.

Il trasferimento della produzione nel nostro Paese evidenzia l’importanza della capacità manifatturiera italiana e il suo ruolo strategico nel mercato automotive europeo.

Questa transizione punta a garantire continuità operativa e innovazione tecnologica, ponendo le basi per un successo sostenibile nel lungo termine.

L’unione di Proma e Recaro segna così l’inizio di una nuova era per entrambe le aziende.

Bosch punta Whirlpool. Ecco i ruoli di Electrolux, Beko e Whirlpool USA

Settore del bianco in convulsione.
Aziende top players, geopolitica, Isis, pirati e Boko Aram: ecco come sta succedendo.

Lo scenario mondiale delle M&A (ovvero delle fusioni ed acquisizioni) nel settore strategico della tecnologia domestica (elettrodomestici, Smart Home, elettronica di consumo, clima, componenti, eccetera) che pareva concluso con l’acquisizione da parte del gruppo Beko (della conglomerata turca Koç, una potenza finanziaria mondiale) della Whirlpool (Europa, Africa, Russia e MO), è in convulsione.

Non solo. È inoltre ancora sospesa la conclusione della vicenda Electrolux (in lizza Midea, Hisense, Samsung o LG) e la Whirlpool Us (quel che resta della multinazionale) starebbe per essere comprata dalla Bosch.

Come riporta First Online, mesi fa un alto dirigente della società di Stoccarda (Gerlingen) aveva confermato che il gruppo aveva intenzioni di fare shopping ma solo per accrescere realmente e consistentemente i perimetri attuali.

Handelsblatt e Reuters hanno recentemente reso noto che l’offerta che il gruppo tedesco aveva fatto a Marc Bitzer, Ceo e presidente Whirlpool (tra tedeschi ci si intende sempre) è ben diversa da come è stata diffusa.

A comprare sarebbe non la Corporation ma la Fondazione Robert Bosch, il che è decisamente diverso poiché essendo una istituzione senza scopo di lucro, non dovrebbe per esempio distribuire dividendi agli azionisti. Oltre ad avere compiti e opportunità ben diverse dalla Corporation.

Posto che Bosch deve assolutamente diversificare attività ed investimenti (il settore auto in forte crisi), il problema è che il prossimo governo americano calerà la mannaia di dazi ingenti su tutto ciò che non è made in Usa e che la competizione con i cinesi ed i coreani è impari e sempre più insostenibile.

L’accordo tra le due company prevederebbe, sempre secondo quanto riporta First Online, eventualmente l’aggiunta a prezzi molto buoni anche di Electrolux per una nuova società interamente made in Usa (esente da dazi) subito da mettere in quotazione allo Stock Echange, dove capitali finanziari in cerca di opportunità e in gran parte legati alla fiorentissima e abilissima finanza ebraica (presente tra l’altro nei fondi pensione pare di Whirlpool e legata anche a Bosch) sono disponibili.

Voci molto insistenti riferiscono anche di un accordo tra Beko e Whirlpool per acquisire Electrolux e procedere alla messa in Borsa.

Dietro questi presunti movimenti si cela la ricerca di soluzioni che escludano capitali e aziende cinesi (il governo americano era già intervenuto per impedire la cessione di Whirlpool ai cinesi).

Dal Forecast Research di Allianz Trade arriva la news che a causa dell’aggravamento dei disastri sui nove stretti mondiali, le aziende prevedono un ulteriore calo del fatturato del 15% (addirittura quasi solo per il blocco dello Stretto delle Lacrime cioè Bab Al Mandeb).

In mano ormai non ai pirati ma a tutto il pulviscolo ex Isis e Boko Aram che dall’Africa si sono spostati da molti mesi sugli stretti e che concedono ai pirati la “licenza” di lavorare previo pagamento di una mazzetta del 20-30%.

Anche l’Italia segue attentamente le vicende: le aziende italiane che fabbricano da sempre componenti strategici per la filiera degli elettrodomestici e che sono sopravvissute allo tsunami dei prodotti cheap cinesi sono riconosciute come aziende che lavorano bene, ma quando qualcuno compra poi può spostare equilibri e quote di mercato.