Una dinamica comune, raccontata attraverso una storia che potrebbe appartenere a molte.
Questa puntata nasce da discorsi e racconti tra ragazze e da fatti di cronaca che hanno riportato alla mia memoria dinamiche comuni a molte ragazze. Quindi ho scelto di trasformare questi frammenti di ricordi in storia, non necessariamente la mia, ma una storia possibile, per comodità userò la prima persona singolare quindi la farò mia.
Questa serie sulla patente è iniziata con ironia, nostalgia, goffaggine, caratteristiche che mi contraddistinguono.
Le mie avventure da guidatrice provetta, sono continuate per un bel po’.
Infilarsi contromano in una via per cercare un parcheggio, parcheggio che non c’era, e poi ritrovarsi ad essere incapace di fare retromarcia senza combinare danni, oppure uscire di casa con la macchina e parcheggiare così lontano che avrei fatto prima ad uscire a piedi, o ancora, parcheggiare in divieto di sosta con rimozione, tornare e pensare che l’auto sia stata rubata. Poi ho imparato a parcheggiare. Ma dietro le risate e le lezioni di guida, esistono storie che non fanno ridere affatto.
Alla rotonda non mi fermai allo stop. Rallentai, guardai alla mia sinistra e pensai “ce la faccio”, passai. L’istruttore sospirò come se stessi pilotando un Boeing, non una Golf. Se chi guida cerca di sembrare adulto mentre la frizione e tutto il sistema del cambio trema meno delle mani, c’è chi adulto lo è già, e ha il controllo della situazione. Succede, ad esempio, che con la scusa di “correggere la mano sul cambio”, la sua scivola sulla coscia. Storie che molte ragazze hanno raccontato sottovoce confidandosi tra di esse, convinte anche per anni che la colpa fosse loro.
E non c’è reazione: solo silenzio.
Un silenzio che gli adulti interpretano come un sì.
Quindi a caso, succede una volta, poi un’altra e un’altra ancora.
E lì si capisce che non è un equivoco.
È un abuso di ruolo, di fiducia, di inesperienza.
Eppure, in qualche modo a suo modo, la forza di fissare un limite qualcuna la trova.
Non una scena da film, niente di eroico. Solo un piede a terra quando la bici traballa.
E lui si ferma, oppure no.
Si ferma non perché abbia paura o rispetto. Ma perché, per alcuni, è solo un gioco.
Sei solo un gioco. La bambola del momento, l’ebbrezza di sentirsi desiderati da una ragazzina e dominarla. Altre volte invece perdono la testa e fanno proprio il diritto di oltrepassare quel limite dato, forse non con particolare fermezza.
E sì, può capitare che una parte di lei si senta perfino lusingata, come succedein certi film: lo guardi, ti senti scelta, ma non interagisci davvero. Solo che quella non è una scena romantica. È un fraintendimento costruito da chi ha più potere, e chi è giovane non ha ancora gli strumenti per capirlo. È facile credere che la colpa sia propria. C’è chi arriva persino a chiedere perdono per qualcosa che non ha fatto. Perché l’educazione insegna alle ragazze a scusarsi anche quando subiscono.
Queste righe sono per chi, allora come oggi, ha creduto di essere sbagliata.
Non lo è.
Non lo è mai stata.
Il silenzio non è consenso.
La confusione non è colpa.
La paura non è complicità.
A volte ci vogliono anni, anche decenni, per trovare le parole. E quando arrivano, non servono per accusare: servono per capire. Oggi non si cercano più scuse né colpe: solo la verità che finalmente appartiene a chi la riconosce.
Scrivere questa storia è stato un modo per dare voce a ciò che spesso resta ai margini dei racconti ufficiali: le sfumature, i silenzi, le zone grigie. Le storie che ascoltiamo, quelle che ci attraversano, quelle che non sappiamo dove collocare. La narrativa serve anche a questo: a trasformare ciò che è condiviso da molte in un luogo sicuro dove poterlo guardare senza paura e dire a se stesse “adesso sò che non era mia la colpa e posso finalmente assolvermi”.