Categoria: Attualità
La Danimarca alza l’età pensionabile a 70 anni
La legge lega l’età di pensionamento all’aspettativa di vita, crescendo di 1 anno ogni 5.
Proteste dei sindacati contro il governo.
Giovedì il parlamento unicamerale della Danimarca ha approvato una legge che alza a partire dal 2040 l’età di pensionamento a 70 anni, la più alta in Europa.
Il cambiamento, come riporta Giubbe Rosse, sarà applicato a tutte le persone nate dopo il 31 dicembre 1970.
Dal 2006 la Danimarca ha legato l’età in cui le persone vanno in pensione all’aspettativa di vita e da allora il parlamento ha rivisto la misura ogni cinque anni: al momento l’età di pensionamento è 67 anni (come in Italia e come in diversi altri paesi europei) ma secondo la nuova legge salirà a 68 nel 2030 e a 69 nel 2035.
Nelle ultime settimane i sindacati hanno organizzato delle manifestazioni per protestare contro la misura, e sono stati espressi dubbi sulla fattibilità di far lavorare le persone fino a 70 anni anche da alcuni sindaci del Partito Socialdemocratico, a cui appartiene la prima ministra Mette Frederiksen.
La stessa Frederiksen l’anno scorso aveva detto che secondo lei prima o poi la legge del 2006 avrebbe dovuto essere rivista, dato che era diventato ormai impossibile continuare ad alzare l’età pensionabile.
Ceto medio italiano: il 45% ha ridotto i consumi, il 51% spinge i figli ad andare all’estero
Più delle metà crede i propri figli staranno peggio.
Più dell’80% denuncia che il merito non viene riconosciuto.
Colpito dal fisco, escluso dal welfare, ignorato nei riconoscimenti. Eppure, è un ceto medio che resiste: investe nei figli, tiene in piedi famiglie e territori con una generosità silenziosa.
Ma quanto può sopportare ancora? Come riporta Il Sole 24 Ore, senza girarci troppo intorno il ceto medio vive un paradosso insostenibile: “È il punto di tenuta del Paese. È troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro“, ha aggiunto Cuzzilla, appena confermato alla guida della Cida.
Due italiani su tre si sentono ceto medio, ma più della metà teme che i propri figli staranno peggio. Più di otto su dieci non vedono riconosciuto il valore delle proprie competenze nel reddito. E oltre il 70% chiede meno tasse sui redditi lordi.
La contraddizione centrale che emerge dal rapporto è questa: il ceto medio italiano non si definisce attraverso il reddito, ma attraverso l’identità culturale.
Il 66% degli italiani si riconosce nel ceto medio, e per oltre il 90% ciò che conta davvero è il sapere, il livello di istruzione, le competenze acquisite. Ma questi valori non trovano più riscontro nella realtà economica. L’82% degli italiani che si autodefinisce di ceto medio denuncia che il merito non viene riconosciuto, che il capitale culturale non si traduce in una giusta retribuzione. È qui che si apre una frattura decisiva: tra capitale umano e capitale economico. E quando il riconoscimento non arriva, il motore si spegne: ciò che era spinta verso l’alto diventa semplice sopravvivenza.
Il 50% dei genitori appartenenti al cuore produttivo del Paese ritiene che i figli staranno economicamente peggio, e il 51% auspica che cerchino opportunità all’estero, segnando il sorpasso definitivo del “mito dell’altrove” sul sogno di mobilità sociale interna. Nonostante ciò, il ceto medio continua a investire: il 67% delle famiglie di ceto medio con figli conviventi sostiene spese straordinarie per garantire un futuro ai figli, mentre oltre il 41% aiuta economicamente figli e nipoti, confermandosi come primo ammortizzatore sociale del Paese.
Tra i pensionati della fascia di riferimento del rapporto, il 47% aiuta regolarmente figli o nipoti, e il 66% ha finanziato o finanzierà almeno una spesa straordinaria.
Questa “generosità silenziosa” è sempre più sotto pressione. Solo il 52% si sente protetto da reti di welfare; gli altri oscillano tra ansia, incertezza e vera e propria insicurezza. E il risparmio, da sempre uno dei tratti distintivi del ceto medio, si erode: il 46% ha ridotto la capacità di accantonare risorse, e il 44% prevede un peggioramento nei prossimi tre anni.
Quando la fiducia nel futuro si incrina, cresce il bisogno di protezione: ma è proprio qui che il sistema mostra le sue crepe più profonde.
Il desiderio è un mistero. Il sesso, forse, il suo funerale
Parthenope e la forza di chi sceglie di non consumarsi (subito).
Certe frasi arrivano leggere, ma restano incollate alla pelle.
L’altra mattina, scorrendo distrattamente TikTok, mi sono imbattuta in una recensione del film Parthenope, l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Una scena, una frase, una crepa:
“Il desiderio è un mistero e il sesso il suo funerale.”
Non so se fosse la luce dell’alba, la voce del tik toker o le immagini frame del film. So solo che queta frase mi si è piantata nella testa. Perché dentro c’è tutto: ironia, profondità, verità.
E anche una dichiarazione di indipendenza: quella del desiderio femminile, così spesso sottovalutato, troppo presto dato per scontato, o ancora peggio, consumato.
Il desiderio non è un pretesto. È il centro.
Viviamo in un’epoca in cui il sesso è scioritato in ogni dove, ma il desiderio sembra sbiadito. Eppure, per molte donne – me compresa – il desiderio è tutto tranne che una fase transitoria.
Nel mio mondo interiore. È ritmo, lentezza, tensione che non chiede di essere sciolta. A volte è architettura, altre è istinto .
E chi l’ha detto che il piacere debba stare solo nell’arrivo?
C’è chi gode nel restare in viaggio. L’attesa è essa stessa piacere.
Il rischio del consumo precoce
Non è che il sesso sia il nemico, intendiamoci, anzi può aprirti mondi inesplorati e regalartiemozioni che nemmeno immaginavi.
Ma diciamoci la verità: quante volte l’atto spegne ciò che l’attesa aveva acceso?
Il mistero, l’intesa, la possibilità… tutte cose che, una volta entrate nel territorio del reale, perdono qualcosa.
Forse è per questo che certe donne – come Parthenope – non si negano: si custodiscono.
Il potere (e il piacere) di non andare
Parthenope, in quella frase tagliente e sensuale, dice che non tutto ciò che bramiamo deve per forza essere consumato.
Che desiderare è una forma di potere, e non c’è nulla di più femminile del sapere restare nel fuoco, senza bruciarsi.
Che a volte il desiderio è un romanzo, e il sesso… una nota a piè di pagina.
E tra una grande storia e una postilla qualunque, sappiamo bene dove vogliamo stare.
Un nome antico, della mitologia greca
Non è un caso che Sorrentino abbia chiamato così la sua protagonista.
Parthenope, nella mitologia, era una sirena. Non una donna qualunque: una creatura che incantava i marinai con il suono della sua voce. Non li toccava, non li seduceva col corpo, ma li attirava in una dimensione, in cui il desiderio era senza carne.
E quando Ulisse resistette al suo canto, lei – ferita, forse umiliata – non si vendicò: si lasciò cadere, divenne parte del paesaggio.
Ma il suo mito è rimasto.
Ed è ancora qui, a ricordarci che non tutto ciò che ci fa vibrare ha bisogno di compiersi per essere reale.
E tu, dove ti collochi?
Io, lo dico senza vergogna, sono un’innamorata dell’amore e del desiderio. Di quelli che si costruiscono piano, che ti tolgono il respiro che non si consumano con facilità.
Quella che si nutre di dettagli, di tensioni sottili, di sospensioni.
Quella che, anche quando arriva il momento di andare oltre, non sa mai se vuole davvero farlo.
Perché il desiderio è una città vista di notte, da lontano, emozionante e bellissima.
Il sesso? A volte solo un parcheggio.
E allora sì, se dobbiamo proprio arrivarci, che almeno il tragitto sia la parte più bella.
Tecnologia, silenzi e il paradosso dell’intimità moderna.
Nelle relazioni di oggi, il vero blackout non è solo tecnologico. È emotivo.
Forse non ci siamo mai capiti, davvero.
Viviamo nel tempo dell’iperconnessione: tutto è immediato, costantemente aggiornato, pronto. Tranne noi. Tranne i legami profondi, che sembrano farsi più fragili proprio nel mondo che dovrebbe facilitarli.
Nelle coppie, nei rapporti quotidiani, cresce un silenzio nuovo — un silenzio digitale ma carico di tensione, di incomunicabilità, che si nasconde dietro uno schermo illuminato.
Una frase, più di tutte, sembra cristallizzare questa distanza invisibile:
“Forse non ci siamo mai capiti, davvero.”
Ci sono frasi che non accusano. Semplicemente emergono, come l’unica verità possibile dopo tanti tentativi.
“Forse non ci siamo mai capiti, davvero.”
Non è rabbia. È resa. È la consapevolezza che, a un certo punto, qualcosa si è perso.
O non è mai stato trovato.
Viviamo immersi nella connessione, ma spesso naufraghiamo nel fraintendimento. Ci nascondiamo dietro un touch, con lo sguardo fisso su un display.
La presenza diventa apparente.
La voce si affievolisce.
Il tatto svanisce.
Le coppie di oggi non si lasciano più sbattendo le porte.
Si lasciano restando insieme.
Dividendo il letto, ma non i sogni.
La cena, ma non le parole.
Ogni “va tutto bene” è una barriera. Ogni “non è niente” è un silenzio pieno di crepe.
E dietro, cresce il risentimento.
Un rancore tiepido, che non esplode ma corrode. Come l’umidità nei muri: invisibile, ma presente.
Poi un giorno viene giù tutto, con una frase che pesa più di un addio.
La tecnologia, in sé, non è il nemico.
È lo specchio dei nostri vuoti, il rifugio dalla fatica di esserci davvero.
Perché amare, oggi, significa scegliere di restare presenti in un mondo che ci distrae di continuo.
Significa ascoltare senza interrompere. Parlare senza filtri.
Guardarsi negli occhi, anche quando fa male.
Per molte donne, questa distanza emotiva ha un peso doppio.
Da una parte, il desiderio di comprensione. Dall’altra, la stanchezza di doverla sempre costruire da sole.
Siamo cresciute con l’idea che capire l’altro sia un nostro compito, quasi una missione.
Ma forse è ora di disobbedire a questa narrativa.
Di smettere di decifrare silenzi, intuire bisogni, reggere il carico invisibile della comunicazione emotiva.
La frase “forse non ci siamo mai capiti” può diventare un punto di svolta, non di sconfitta.
Può essere l’inizio di un nuovo modo di stare insieme: più autentico, più paritario, più umano.
Perché l’intimità non è solo vicinanza fisica.
È la scelta, ogni giorno, di mettersi davvero in gioco.
Di ascoltare, di esporsi, di restare.
E soprattutto: di non farlo da soli.