L’Argentina esce dall’OMS

Sulle orme degli Stati Unit, il processo per abbandonare l’Organizzazione Mondiale della Sanità era iniziato un anno fa.

L’Argentina ha annunciato ufficialmente il proprio ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Come riporta MetropolitanMagazine, il processo per abbandonare l’ente era stato avviato un anno fa, seguendo le orme degli Stati Uniti, che hanno formalizzato la decisione a gennaio.

Pablo Quirno, Ministro degli Affari Esteri argentino, ha comunicato la notizia su X:

“Oggi, a un anno dalla notifica formale presentata dal nostro Paese, ha effetto il ritiro dell’Argentina dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).L’Argentina ha comunicato questa decisione con una nota indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, in qualità di depositario della Costituzione dell’OMS, il 17 marzo 2025. In conformità con la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il ritiro ha effetto un anno dopo la data di tale notifica. Il nostro Paese continuerà a promuovere la cooperazione internazionale in materia di salute attraverso accordi bilaterali e forum regionali, salvaguardando pienamente la propria sovranità e la propria capacità decisionale in merito alle politiche sanitarie”.

Argentina: già finito il tempo di Milei?

Un sondaggio vede il premier da poco eletto andare a picco.
Aveva dichiarato: “Se vinco non avrò relazioni con Russia, Cina e Brasile”.

Un sondaggio pubblicato oggi in Argentina mostra un forte calo dei consensi per il governo di Javier Milei, con il 32,2% che approva pienamente ciò che ha fatto il governo ultra-liberale argentino, contro il 52,9% che lo disapprova con la stessa intensità.

La rilevazione è stata pubblicata sul quotidiano online Clarín e ripresa dall’Ansa.

Alla domanda su quale direzione prenderà il Paese: il 42,3% ritiene che si stia andando nella “direzione giusta” e il 54,4% pensa il contrario.

Anche rispetto alle aspettative economiche del Paese c’è divisione: il 33,2% è ottimista ed il 44,3% pessimista.

Tuttavia, la crisi economica attuale viene attribuita più al precedente governo di Alberto Fernandez (peronismo, centrosinistra) che a quello insediatosi un mese e mezzo fa: 45,9% contro 39,1%. Il 14,8%, invece, li indica entrambi allo stesso modo.

L’istituto che ha condotto il sondaggio, sottolineando come anche i precedenti presidenti Mauricio Macri e Fernandez abbiano consumato rapidamente il loro appoggio iniziale tra gli elettori, aggiunge quanto di seguito:

“L’esistenza di un consenso precario, lo comprendiamo, è ormai la regola e non l’eccezione nel sistema di governo in Argentina. I governi assumono e consumano rapidamente il capitale politico iniziale. Dando luogo a fasi di autentica agonia politica, dove tutto è reso più difficile e in salita“.

Milei, durante la sua campagna elettorale, aveva dichiarato “Se vinco non avrò relazioni con Russia, Cina e Brasile” (approfondimento al link): forse la strategia non sta rendendo come sperato.

Argentina, Milei: se vinco, non avrò relazioni con Russia, Cina e Brasile

L’ultraliberale ritiene che i due Paesi non rispettino le libertà individuali. A rischio 2 milioni di posti di lavoro.
Si schiera con Usa e Israele.

Il candidato ultraliberale alla presidenza dell’Argentina, Javier Milei, ha ribadito che un suo eventuale governo non manterrà relazioni con Paesi che non rispettano le libertà individuali come Russia e Cina, ma ha smentito che questo implicherebbe la chiusura delle relazioni commerciali con tali Paesi.

Nell’ultimo dibattito televisivo in vista del ballottaggio del 19 novembre, come riporta Ansa, Milei ha detto quanto di seguito:

Ho affermato in ripetute occasioni il mio allineamento con gli Stati Uniti, con Israele e con il mondo libero e non sono disposto a intavolare relazioni con quelli che non rispettano la democrazia liberale, e che non rispettano le libertà, ma le relazioni commerciali le stabiliscono i privati“.

Il candidato del peronismo moderato (centro sinistra), Sergio Massa, ha sottolineato a sua volta che una rottura delle relazioni commerciali con il Brasile, il cui presidente è stato tacciato di “comunista” da Milei, signifcherebbe “la perdita di due milioni di posti di lavoro“.