Imprese, Univendita-Confcommercio: non riservare credito al consumo solo a banche e finanziarie

Questa la “denuncia” di Ciro Sinatra, presidente di Univendita.
L’audizione ha avuto luogo presso la commissione Politiche Ue del Senato.

Se la direttiva europea sul credito al consumo venisse recepita riservando esclusivamente alle banche e alle finanziarie la concessione delle dilazioni di pagamento, le aziende del nostro settore, che spesso ricorrono a forme di credito senza interessi, senza altri oneri e accollandosi l’intero rischio d’impresa, potrebbero subire un pesante contraccolpo con inevitabili ricadute occupazionali”.

Lo ha denunciato Ciro Sinatra, presidente di Univendita, la prima associazione della vendita diretta, aderente a Confcommercio, in sede di audizione presso la commissione Politiche Ue del Senato sulla legge di delegazione europea 2024 che dovrà recepire, all’articolo 3, la direttiva Ue sul credito al consumo 2023-2025.  

La dilazione di pagamento senza interessi e senza spese – ha aggiunto Sinatra – è un’importante forma di credito al consumo cui le aziende della vendita diretta in Italia ricorrono per venire incontro alle esigenze delle persone, soprattutto in un momento economico così difficile. Basti dire che ogni anno i nostri clienti sottoscrivono oltre 250mila ordini con pagamento dilazionato senza interessi”.

Il presidente Univendita ha poi spiegato:

D’altro canto la possibilità che abbiamo di fare credito senza interessi e costi è attualmente prevista dal Testo unico bancario e, dunque, adesso è cruciale per la vendita diretta che la definizione di ‘creditore’ inserita nella direttiva sia confermata nella sua attuale versione, così da consentire alle nostre imprese di operare in continuità per offrire forme di pagamento non onerose, differenziate e sostenibili, tenendo sempre in dovuta considerazione i rischi di sovraindebitamento dei consumatori. Se il recepimento dovesse invece riservare a istituti di credito ed enti finanziari questa prerogativa, il nostro comparto andrebbe in difficoltà e i cittadini si troverebbero di fronte a forme di finanziamento in media ben più onerose”.

La nostra ulteriore richiesta è che queste forme di dilazione di pagamento senza interessi e oneri, su cui il rischio di impresa è totalmente a carico dell’azienda, possano mantenere adempimenti formali e burocratici semplificati – ha concluso Sinatra – in modo da preservare la facilità di accesso a beni e servizi che spesso sono di fondamentale importanza per la qualità della vita delle persone”.

Sostegno all’occupazione: quale ruolo per i fondi interprofessionali?

Nella sola Regione Lazio mancano all’appello 500mila professionalità.
Dal 2010, FondItalia ha erogato oltre 107 milioni di euro nella formazione dei lavoratori.

«I Fondi paritari per la formazione dei lavoratori avrebbero bisogno di una legislazione speciale e specifica. Inoltre, la somma dello 0,3% a favore delle attività di formazione dovrebbe non solo essere restituita ai Fondi integralmente, ma altresì aumentata, portandola almeno allo 0,5% partendo dalla considerazione che in Francia, questa percentuale, è all’1%». Con queste parole di Francesco Franco, direttore di FondItalia (Fondo Formazione Italia) si è aperto il convegno sulle “politiche a sostegno dell’economia” ultimo atto del road show di presentazione del Rapporto FondItalia che, dopo le tappe di Bari, Milano, Torino, Palermo e Napoli, si è concluso oggi a Roma nelle sale del MAXXI, Museo delle Arti del XXI Secolo. L’evento ha rappresentato un momento di confronto e analisi tra imprese, parti sociali, società e istituzioni sulle trasformazioni in corso nel campo delle politiche per l’occupazione e la formazione professionale.

La formazione offerta da FondItalia ha visto, nel periodo 2010/2023, più di 7.500 progetti approvati e finanziati, per un importo totale di oltre 107 milioni di euro di contributi approvati, l’adesione di 830mila lavoratori e di quasi 150mila imprese provenienti da tutti i comparti, soprattutto microimprese (fino a 9 dipendenti) che rappresentano il 91% del totale, a cui si aggiunge l’8% di piccole imprese, con un numero di dipendenti compreso tra i 10 e 49.

Il Fondo, che in questi 15 anni di attività è cresciuto costantemente, si è confermato il punto di riferimento per le microimprese (da 1 a 9 dipendenti), che costituiscono il 91% delle imprese aderenti, in prevalenza localizzate nel Sud e nelle Isole (64%), il Rapporto 2024 conferma, rispetto al Rapporto 2022, questa crescita (due punti percentuali). Le microimprese si confermano il principale bacino di adesioni per il Fondo, confermando la bontà di alcune politiche adottate da FondItalia, come la possibilità per le imprese di tali dimensioni di aggregare le proprie risorse in Conti di Rete, facilitandone l’ingresso nel “sistema Fondi” e l’accesso alle risorse per la formazione continua.

Al centro del dibattito la questione degli aiuti di Stato a sostegno della formazione, con particolare riferimento alle iniziative già avviate attraverso le prime due edizioni del Fondo Nuove Competenze. Uno strumento, nato con l’obiettivo di supportare le imprese italiane nella riqualificazione e nell’aggiornamento delle competenze dei lavoratori, che ha erogato significativi finanziamenti nelle sue prime due edizioni. Nel 2021, il FNC ha investito circa 730 milioni di euro, finanziando oltre 200mila ore di formazione a beneficio di circa 300mila lavoratori in tutta Italia. La seconda edizione, conclusasi nel 2023, ha visto una partecipazione ancora più ampia, con un incremento del 25% delle aziende beneficiarie e un ulteriore aumento del monte ore formativo, raggiungendo nuovi settori e profili professionali.

Ad aprire i lavori, la vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna che, in un contributo video inviato agli organizzatori del Convegno, ha rimarcato l’importanza dei Fondi per la formazione nell’ottica delle «transizioni epocali che, come Europa, dobbiamo affrontare e che richiedono uno sforzo congiunto per garantire nuove competenze e un continuo aggiornamento dei lavoratori. Per questo la formazione continua rappresenta un pilastro fondamentale per rafforzare la competitività delle nostre imprese da un lato e garantire un’occupazione di qualità dall’altra. La sinergia tra le istituzioni europee, quelle nazionali e le organizzazioni è fondamentale perché, tutti insieme, possiamo costruire un futuro in cui ogni lavoratore, ogni lavoratrice abbia gli strumenti per crescere professionalmente e nel frattempo contribuire alla competitività del nostro Paese e dell’Europa intera».

Anche Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio e assessore allo Sviluppo economico, ha puntato l’attenzione sull’importanza della formazione in quanto, ha detto, «non si possono pensare le attività produttive, le imprese, l’artigianato, tutto il sistema economico senza un adeguato aggiornamento professionale. Mai come oggi, la formazione professionale è un’emergenza perché ci troviamo di fronte a un mondo in continua evoluzione. Pensiamo a tutto il tema della transizione energetica, dell’innovazione, della digitalizzazione, della ricerca che ormai non sono soltanto una questione che riguarda poche imprese, o aree territoriali specifiche, ma riguarda tutti, nessuno escluso. Pensiamo all’artigianato. Qualcuno può pensare che l’artigianato sia fuori dalla necessità delle competenze, dell’innovazione, perché magari è artigianato tradizionale, addirittura artistico. Assolutamente no. C’è il grandissimo tema del “passaggio delle competenze”. Nella nostra regione, se non si garantisce un passaggio di competenze per un settore che rappresenta il 16% delle attività produttive, il rischio di chiusura delle attività è molto alto. Parliamo di microimprese che stanno lavorando bene, che anche nel periodo Covid hanno resistito e che sono assolutamente performanti, ma senza un passaggio di competenze adeguato il rischio di chiusura è molto elevato. La formazione e l’aggiornamento delle competenze, è dunque evidente, sono la priorità, perché le imprese e i lavoratori hanno bisogno di una formazione continua, che sia super aggiornata e che si allinei a quelle che sono le esigenze del mercato. Faccio un esempio, nel Lazio ci sono quasi 600.000 imprese, ma mancano all’appello circa mezzo milione di figure professionali. Alcune di queste non sono proprio disponibili o sono carenti, altre invece necessitano di un aggiornamento che non è sempre disponibile. Quindi un sistema produttivo per essere e per rimanere competitivo ha bisogno tantissimo della ricerca, dell’innovazione, ma soprattutto della formazione, dell’aggiornamento delle competenze».

«I Fondi interprofessionali hanno un ruolo cruciale nel riuscire a trattenere e magari ad attrarre quelli che vengono definiti “i talenti”, che spesso e volentieri fuggono dal nostro Paese – ha detto Dario Montanari, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consulenti del Lavoro -. Bisogna riflettere sull’importanza della formazione dei lavoratori in un’ottica di gestione del capitale umano, perché il problema del mantenimento dell’occupazione, della reputazione aziendale, della condizione di utilizzo e tante volte di realizzo e sviluppo nell’attività imprenditoriale è possibile solamente grazie alle risorse umane. Oggi è il capitale umano, se vogliamo usare questa definizione, che permette di fare impresa sia essa produttiva o di servizi».

L’impatto dei Fondi paritari riconosciuti dal ministero del Lavoro è stato rilevante, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi: la formazione finanziata ha permesso ai lavoratori di acquisire competenze specialistiche nei campi della digitalizzazione, della sostenibilità ambientale e delle nuove tecnologie produttive, contribuendo a migliorare la competitività delle imprese e a prepararle ai cambiamenti del mercato. Con il recente decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 9 luglio 2024, sono state introdotte nuove linee guida che influenzeranno la struttura e i criteri di accesso alla terza edizione del Fondo Nuove Competenze.

Per Elvio Mauri, direttore di FondImpresa vi è la necessità di «migliorare il rapporto tra Regioni e Regioni e Regioni e Stato nella formazione. Ci sono aziende, anche grandi, che si trovano spesso spaesate perché gli iter burocratici e di accesso alla formazione dei dipendenti differiscono enormemente da una regione con l’altra. E, capite bene, che per un’azienda che ha sedi diversificate in tutto il territorio nazionale la formazione diventa più una complicanza che un valore aggiunto. I Fondi interprofessionali sono andati perché le regioni facevano fatica a finanziare il funzionamento delle professionalizzazioni. È chiaro che serve una certa unicità, una legislazione certa e univoca perché l’attività dei Fondi abbia davvero un ritorno sull’economia del Paese».

«Oggi, come oggi, i Fondi rappresentano oltre 9,5 milioni di lavoratori e 740 mila imprese. I flussi finanziari garantiti dai Fondi professionali, annualmente, sono dei 400 milioni contro i 140 milioni di tutto il Fondo Sociale Europeo delle regioni che si rivolgono, mediamente, a circa circa un milione di lavoratori ogni anno – ha sottolineato Egidio Sangue, direttore di FondItalia – Quindi abbiamo una struttura consolidata nel tempo che ha garantito risultati consentiti da una legislazione che non esiste. Di fatto, i Fondi professionali, oltre alla norma istitutiva, sono stati volta in volta regolamentati da circolari e da pareri; sostanzialmente, non esiste una normativa univoca e chiara. Quindi il tema è: il lavoro lo sappiamo fare, il sistema ha funzionato, e sta funzionando, molto bene; abbiamo una grande capacità di spesa. Quello di cui ha bisogno è di una serie di regole che lo inquadrino in un sistema più istituzionalizzato, rimuovendo alcuni orpelli inutili che ostacolano il pieno funzionamento dei Fondi».

«I Fondi paritari sono nati per sostenere delle carenze e, una volta tanto, in Italia abbiamo realizzato qualcosa di alternativo che ha trovato una sua funzionalità – ha detto Luca Malcotti, segretario organizzativo Confederale UGL -. Ci troviamo di fronte, come ci hanno raccontato le testimonianze e i dati presentati, a un’esperienza di successo. Quello che ci dobbiamo porre come obiettivo nei prossimi anni è di andare ancora di più in profondità in questa capacità di rilevare e certificare le competenze perché è questo che manca al sistema della formazione».

Per Nicola Patrizi, presidente di FederTerziario, «I fondi interprofessionali rappresentano l’unico ambiente che può fare incontrare domanda e offerta di lavoro, unendo le esigenze dell’impresa con lavoratori formati o in formazione. In tal senso occorre un riposizionamento strategico, anche cambiando la normativa, per pensare a un sistema unitario. È sufficiente pensare alle transizioni che stanno travolgendo alcuni settori industriali e produttivi con il massacro dell’automotive. Ci sono dei lavoratori con competenze che possono essere riutilizzate da altre aziende. Serve un sistema che identifichi le competenze dei lavoratori di un’azienda in crisi per rimetterli sul mercato del lavoro ed essere così impiegati da altre aziende che ne beneficeranno, anche pensando a ulteriori interventi formativi, così da agganciare al tessuto produttivo una forza lavoro che altrimenti è sostanzialmente destinata alla cassa integrazione».

«Il tema della spendibilità delle competenze – ha detto ancora Egidio Sangue, direttore di FondItalia – non è solo importante, ma anche finalizzato a garantire all’impresa, attraverso un meccanismo di attestazione delle competenze già pregresse che l’individuo ha maturato nel corso della vita, una fotografia delle competenze presenti sia in impresa sia all’esterno. Questo elemento consente la programmazione nella formazione delle competenze carenti all’interno di un’organizzazione. Il tema che noi poniamo e che portiamo avanti da due anni, da quando abbiamo lanciato il servizio C+, è quello di innescare un meccanismo virtuoso in cui ovviamente lavoratori e imprese diventano soggetti attivi nella richiesta di formazione».

Numeri in crescita e obiettivo benessere: ecco il turismo sostenibile di Ecoluxury 2024

In Italia si stimano 215 milioni di presenze turistiche ed una spesa di 62 miliardi di euro. L’effetto cicloturismo è di 7,5 milioni di viaggiatori e 9,4 miliardi di euro.

Il turismo sostenibile e di alta gamma è, anche quest’anno, protagonista di Ecoluxury Fair, la fiera internazionale che per l’edizione 2024 è stata organizzata allo Spazio Field di Palazzo Brancaccio a Roma ed è giunta al suo settimo anno. In generale, i numeri del turismo in Italia continuano a crescere: dalle ultime rilevazioni Eurispes si stimano 215 milioni di presenze ed una spesa che, tra stranieri e italiani, si attesterebbe sui 62 miliardi di euro. I visitatori dall’estero, soltanto nel mese di agosto di quest’anno, sono stati circa 40 milioni e hanno mosso un giro d’affari corrispondente a più di sei miliardi e mezzo di euro. Il turismo di alta gamma costituisce ormai un comparto consolidato, che nel nostro Paese vale un quarto della spesa turistica totale (circa 25 miliardi) e che in Europa raggiunge quota 170 miliardi di euro, con un potenziale ancora inespresso che potrebbe arrivare a 520 miliardi di euro (dati Eccia – European Cultural and Creative Industries Alliance).

A fare gli onori di casa il CEO di Viaggi dell’Elefante e patron di Ecoluxury Enrico Ducrot, che nel suo messaggio di benvenuto ha sottolineato: “Oggi tutti i processi industriali e commerciali sono strettamente connessi alla sostenibilità. Anche il mondo del turismo si sta adeguando a questo tipo di obiettivi e può avere un ruolo centrale, soprattutto se consideriamo la sua funzione di raccordo tra territorio, trasporti e produzioni artigianali, agroalimentari o enogastronomiche. Siamo davanti a transizioni molto complesse e il turismo di lusso può esserne motore propulsivo, anche come laboratorio da cui trarre le risorse per portare avanti le transizioni stesse. Parliamo di viaggi legati all’autenticità e ad un posizionamento del settore dell’alta gamma che può supportare le amministrazioni territoriali a gestire i processi ed a governare i flussi, anche di fronte a fenomeni come l’overtourism. Se da una parte, infatti, il rischio è che si venga a creare una vera e propria emergenza identitaria, dall’altra è la sinergia tra turismo, esperienze di alta gamma e Istituzioni che può riuscire a proteggere, preservare e promuovere davvero i territori”.

La sostenibilità è stata un tema centrale del Forum della fiera, durante il quale l’AD di Enit Ivana Jelinic ha posto l’accento sul fatto che, anche nell’attività di promozione, “il tema è crescente, soprattutto in alcune aree del mondo particolarmente sensibili a questi argomenti, come Nord Europa e Nord America. È chiaro quindi che sta passando un messaggio culturale forte, che ci porta ad introdurre sempre più elementi in base ai quali veniamo percepiti in maniera sostenibile. Bisogna avere una visione, ma di carattere pragmatico e non ideologico”, ha aggiunto Jelinic.

Secondo l’assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma Alessandro Onorato, poi, “la nuova generazione di viaggiatori vuole abbinare la qualità alla sostenibilità. Il turismo luxury, unito a una visione responsabile dell’ambiente, rappresenta un segmento fondamentale per lo sviluppo della nostra città. È un settore in forte espansione e lo dimostrano i numeri in continua crescita della fiera Ecoluxury, che quest’anno ha il 30% in più di partecipanti stranieri. I grandi brand dell’hotellerie internazionale hanno puntato con decisione sulla nostra città, grazie a una costante interlocuzione con la nostra Giunta generando un clima di rinnovata fiducia sulle prospettive future della Capitale. Quando siamo arrivati Roma aveva un terzo dei posti letto cinque stelle di Milano, a fine mandato ne avremmo il doppio. Queste nuove aperture di lusso, oltre che attirare fasce alto spendenti di turisti e generare un’occupazione più remunerata, si traducono anche con una riqualificazione dei quartieri dove le strutture aprono per gli enormi investimenti che le grandi catene alberghiere garantiscono. Recupereremo così il fascino perso di via come via del Corso, via Veneto o piazza San Silvestro”.

Durante la discussione spazio anche alle ultime novità nel mondo del turismo del benessere, come il fenomeno “JOMO”, illustrato dall’autore e docente Alessio Carciofi: “la Joy of Missing Out è un contesto nel quale il distacco dalla frenesia digitale e il focus sul presente permettono di rigenerare corpo e mente. Queste tendenze stanno trasformando il turismo e il grande mercato del benessere. Il desiderio è quello di staccare e di riconnettersi a livello sociale, perché di fronte al grande allarme sull’isolamento, specialmente per fasce come la Generazione Z, diventa importante vivere esperienze di viaggio in cui ci si allontana dalla quotidianità e si ristabiliscono le relazioni”.

Intanto anche dal mondo del cicloturismo arrivano dati che mostrano la rapida diffusione della pratica. Se, infatti, nel 2022 sono stati 6,3 milioni i turisti che hanno utilizzato la bicicletta durante le vacanze in Italia, producendo una spesa di 7,4 miliardi di euro, il cicloturismo ha fatto un ulteriore balzo in avanti nel 2023, con 7,5 milioni di viaggiatori-ciclisti e una spesa totale di 9,4 miliardi di euro. A rimarcarlo è anche il presidente dell’osservatorio Bikeconomy, Gianluca Santilli: “Il comparto cresce del 30-35% l’anno e lo fa in modo totalmente spontaneo. Il cicloturista, poi, ha un profilo alto spendente ed è un genere di viaggiatore che ama scoprire i territori. Per rendere l’idea, gli stranieri in Italia arrivano a spendere anche 10mila dollari a settimana. È senza dubbio un comparto sano e sostenibile”.

La rivoluzione del benessere è rappresentata anche dal “Mindtrek”, ossia la combinazione tra il trekking e la meditazione. Secondo Guido Freddi, ideatore della disciplina, oltre che antropologo culturale specializzato in neuroscienze e buddhismo tibetano, “il Mindtrek è un modo di camminare nella natura a un ritmo tranquillo ma consapevole, che ci riporta nel presente attraverso l’attenzione all’ambiente, al corpo e alla mente, con il fine di risvegliare un senso di autentico benessere e integrazione tra sé e il mondo”.

Numeri dai quali emerge chiaramente quanto il turismo del benessere goda di ottima salute e sia in costante espansione. Il Global Wellness Institute stima una crescita del settore a un ritmo medio annuo del 16,6% fino al 2027, con un valore che per questo segmento di mercato è di un trilione di dollari su scala mondiale, 285 miliardi di dollari a livello europeo e, secondo il Global Wellness Economy Monitor, circa 16 miliardi di dollari in Italia, dove si è passati dai 7,5 miliardi di dollari del 2020 ai 15,7 miliardi del 2022, con un tasso annuale di crescita pari al 45%.

Energia: Italia sul podio per il prezzo più alto

Polonia terzo Paese nell’Ue per prezzo dell’energia.
Più cari solo Irlanda ed Italia.

L’Italia è, purtroppo, sul podio dei Paesi con il costo dell’energia all’ingrosso più alto.

A riportare la notizia è Polonia Oggi che, facendo un focus sulla Polonia, riporta come solo in Irlanda ed in Italia l’energia costi di più.

Secondo i calcoli della Commissione Europea, infatti, i prezzi dell’elettricità in Polonia sono tra i maggiori sul mercato all’ingrosso d’Europa e più costosi sono solo in Irlanda ed Italia.

L’elettricità all’ingrosso in Polonia costa 91 euro per MWh, il 20% in meno rispetto a un anno fa.

Nel caso delle famiglie, i prezzi sono inferiori a 200 euro per MWh e quest’anno termina il congelamento dei prezzi dell’energia per le famiglie.

Se l’importo attuale (500 PLN per MWh – quasi 115 di euro per MWh) non verrà mantenuto, verrà aumentato a 623 PLN (oltre 140 di euro) e si applicherà fino alla metà del 2025.

Tuttavia, il Ministero del clima e dell’ambiente prevede di estendere il congelamento dei prezzi per il prossimo anno anche se potrebbe essere difficile trovare fondi nel bilancio per questo scopo, perché saranno necessari circa 5-6 miliardi di PLN (oltre un miliardo di euro) e sono stati riservati solo 2 miliardi di PLN (poco più di 450 milioni di euro).