Ecco le lauree più richieste nel 2026

Per i prossimi 5 anni si prevede una richiesta di circa 3,5-4 milioni di lavoratori.
Il 35% di questi dovrà possedere una laurea: ecco quali sono le più richieste.

Scegliere il percorso universitario diventa sempre più una decisione strategica per il proprio futuro professionale e, in un contesto così complesso, l’analisi dei dati può diventare uno strumento molto importante per riuscire a orientarsi al meglio.

Secondo quanto riportato da Studenti.it, poi ripreso da Il Messaggero, che analizza le recenti proiezioni del Sistema informativo Excelsior (Unioncamere) e il rapporto Almalaurea 2025/2026, le stime per il quinquennio 2024-2028 indicano un fabbisogno monumentale: l’Italia necessiterà di circa 3,4-3,9 milioni di nuovi lavoratori. Di questi, oltre il 35% dovrà possedere una laurea.

In termini di volumi di assunzioni, le aree che guideranno il mercato sono:

  • Economico-Statistica: 47.000 unità annue richieste
  • Insegnamento e Formazione: 43.500 unità (complice il ricambio generazionale)
  • Medico-Sanitaria: 42.500 unità
  • Ingegneria: 38.500 unità
  • Informatica e ICT: 13.000 unità, con un deficit cronico di laureati

Lavoro: dati o istinto? Ecco come decidono le aziende

Nonostante i progressi tecnologici, il 53% delle aziende decide per istinto.
Ecco chi decide dai CFO a responsabili IT.

Come decidono le aziende? Ci si basa su dati o si va ad istinto?

Nonostante i progressi nella tecnologia e nella digitalizzazione, l’istinto continua a guidare le decisioni aziendali.

Più precisamente sono il 53% dei responsabili finanziari italiani a decidere guidati dall’istinto.

Le informazioni che arrivano sono infatti spesso isolate, non nel formato giusto e non prontamente disponibili.

È quanto emerge dalla ricerca The CFO-CIO Partnership condotta da Workday, società leader nelle applicazioni cloud aziendali per la finanza e le risorse umane, in collaborazione con Ft Longitude, intervistando 1.060 dirigenti senior della finanza (cfo) e dell’Information Technology (cio).

Come riporta anche “Milano Finanza”, l’Italia fa peggio della media europea (52%) in decisioni istintive, pur restano di oltre 10 punti sotto la Francia che è prima in classifica (con il 67%), nel Belpaese vengono ascoltati maggiormente i dirigenti It durante le riunioni dei dipartimenti finance.

Solo infatti per il 20% dei cfo i loro omonimi nel digital non hanno potere nelle discussioni, nemmeno quando la tecnologia risulta essenziale per risolvere una sfida.

Una percentuale che è meno della metà di quella registrata nei Benelux (42%) e del 30% inferiore alla Spagna.

La digitalizzazione della finanza può “migliorare il processo decisionale per la pianificazione e il reporting, tenendo in considerazione anche i requisiti più ampi in materia Esg rispondendo così alle esigenze del mondo di oggi in costante cambiamento“, sottolinea Frederic Portal, product marketing director Europa, Medio Oriente e Africa (Emea) financials di Workday.

Eppure, solo il 4% delle organizzazioni dell’area Emea ha una solida strategia di trasformazione digitale della finanza e ha implementato diverse iniziative di trasformazione digitale negli ultimi due anni.

Quali sono gli ostacoli? I dirigenti finanziari italiani danno la colpa alla mancanza di competenze finanziarie all’interno dell’It, mentre i responsabili digitali fanno menzione alla mancanza di competenze tecnologiche e di dati all’interno della finanza.

Un rimbalzarsi le colpe, insomma, che porta ad circolo vizioso dal quale sarebbe opportuno uscire per il benessere aziendale e gli impatti che esso ha.