Salario minimo in sanità e assistenza per contenere i fenomeni distorsivi del dumping o valorizzazione dei contratti collettivi

“La direttiva Ue chiede retribuzioni adeguate, preferendo i Contratti Collettivi Nazionali”.
“Salario minimo per evitare effetti distorsivi e rafforzare la contrattazione”.

Il salario minimo continua ad animare il dibattito politico, coinvolgendo anche gli esperti dell’ambito giuslavoristico che declinano il tema sugli aspetti relativi al settore produttivo sanitario, sociosanitario e socioassistenziale. Una discussione avviata sul primo numero del magazine L’Arco dal capo delegazione dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (Aris), avvocato Giovanni Costantino, espressosi negativamente in un articolato editoriale sull’eventualità dell’introduzione della misura in Italia. Un intervento che ha stimolato la risposta della segretaria generale della Funzione Pubblica CGILSerena Sorrentino, che sarà ospitata nel secondo numero della rivista in uscita a fine luglio.

Durante la pandemia – si riporta da un estratto dell’articolo della sindacalista – abbiamo verificato che anche nei settori dei servizi, in particolare sanità e assistenza, a fronte di mercati del lavoro caratterizzati dall’incidenza dei professionisti, le dinamiche retributive modificano l’attrattività di aziende che operano in questi settori, obbligandole a competere e ad adoperarsi per armonizzare le retribuzioni per professionisti e lavoratori che operano nello stesso settore e che si muovono tra pubblico e privato e tra privati in base ad apprezzamento delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro”. Aspetti che si accompagnano a “decorrenze contrattuali che di solito non rispettano mai le scadenze effettive nei rinnovi contrattuali, fiscalità applicata al lavoro alta e soggetta a variazione normativa di legge di bilancio in legge di bilancio, normativa in materia di rapporti di lavoro continuamente manutenuta”. Elementi che, secondo Sorrentino, rendono “ancor più urgente una riflessione tra le parti sociali sulla necessità di razionalizzare i contratti e trovare sistemi di stabilizzazione interni alla contrattazione collettiva sia sui trattamenti economici fondamentali che sull’incidenza della distribuzione della produttività”.

In questo senso, proprio il salario minimo legale avrebbe, ribadisce la segretaria della Funzione Pubblica CGIL, un’importante funzione di contrasto del fenomeno del dumping contrattuale, cioè la proliferazione dei contratti collettivi nazionali che negli anni ha falsato il sistema delle retribuzioni. Inoltre, l’introduzione della misura “avrebbe leffetto positivo di evitare fenomeni distorsivi e di rafforzare la contrattazione collettiva, rappresentando uno strumento idoneo a evitare che i compensi per il lavoro autonomo e le forme flessibili, che non rientrano tra quelle eterodirette ricomprese nei CCNL, oltrepassino la soglia della tollerabilità, così da tutelare il lavoratore e limitare il dumping che queste forme di lavoro potrebbero determinare”.

Nel primo numero de L’Arco, l’avvocato Giovanni Costantino, fondatore dello studio Costantino&partners e capo delegazione dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (Aris), si era espresso favorevolmente alla scelta governativa in riferimento all’interpretazione della direttiva comunitaria 2022/2041 (approvata il 19 ottobre 2022) che chiede ai Paesi Ue di

assicurare a tutti i lavoratori retribuzioni adeguate: “La scelta italiana – si legge nell’articolo – di non adottare un salario minimo ma valorizzare la contrattazione è assolutamente in linea con i desiderata europei, ed infatti la mozione di indirizzo approvata a fine anno impegna il Governo a raggiungere l’obiettivo di tutelare i diritti dei lavoratori non per il tramite di un salario minimo, bensì attraverso la valorizzazione dei contratti collettivi firmati dai sindacati più rappresentativi, il contrasto dei contratti pirata, l’attivazione di un confronto con le parti sociali sul tema della riduzione del costo del lavoro e del cuneo fiscale”.

Poi un focus dedicato al settore produttivo sanitario, sociosanitario e socioassistenziale, un ambito nel quale “assume grande interesse l’impegno governativo all’attivazione di un confronto tra le parti coinvolte nella contrattazione, finalizzato all’individuazione delle ragioni che ostacolano l’applicazione e il puntuale rinnovo dei contratti collettivi”.

Distribuito gratuitamente ad addetti ai lavori e esperti del settore il magazine si può scaricare al link .

Quali sono i 10 lavori più pagati in Italia?

La specializzazione gioca un ruolo importante.
La laurea è spesso richiesta per poter esercitare le professioni più retribuite.

Conoscere i lavori più pagati in Italia è importante per coloro che sono alla ricerca di una carriera redditizia.

Secondo i dati raccolti dall’Istat nel 2021, i lavori più pagati sono quelli del settore medico, bancario e amministrativo.

La specializzazione gioca un ruolo importante nel raggiungimento di un reddito elevato e molte delle professioni più pagate richiedono una laurea.

Ecco qual è la classifica stilata da Wall Street Italia:

  1. Notaio: 265.000 euro l’anno
  2. Medico: 75.000 euro l’anno
  3. Pilota d’aereo di linea: 74.400 euro l’anno
  4. Titolare di farmacia: 60.000 euro l’anno
  5. Web marketing manager: 57.000 euro l’anno
  6. Consulente finanziario: 55.000 euro l’anno
  7. Software engineer: 39.000 euro l’anno
  8. Ingegnere: 38.000 euro l’anno
  9. Commercialista: 36.000 euro l’anno
  10. Avvocato: 35.800 euro l’anno

Germania: riforma per immigrazione qualificata

Sistema a punti basato sulle competneza per poter accedere al mercato del lavoro per immigrati provenienti da Stati Extra Ue.

In Germania il Parlamento ha approvato una nuova legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati da Stati non Ue, da tempo discussa nel Paese.

Come riporta Tgcom24, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, della Spd, ha definito la riforma come la “legge sull’immigrazione più moderna del mondo“.

Il nuovo regolamento utilizzerà anche un sistema a punti, basato su qualifiche e conoscenze linguistiche, attraverso il quale i migranti potranno ottenere il permesso di cercare lavoro.

L’Italia ha la necessità (urgente)di lavoratori preparati e competenti

Un convegno alla Camera dei Deputati inquadra lo stato dell’arte della professionalizzazione dei lavoratori italiani in vista delle sfide, decisive, del 2024 dovute ai fondi del PNRR.

Sono oltre 230mila i posti di lavoro vacanti che le aziende non riescono a coprire per mancanza di disponibilità. La fotografia scattata da Unioncamere-Anpal, attraverso il sistema informativo Excelsior, ha, inoltre, evidenziato un aumento rispetto al 2022 di 7 punti percentuali passando dal 38,6% del 2022 al 45,6% di quest’anno. Per il 13,5% delle aziende interessate dall’indagine di Unioncamere la carenza di assunzioni è dovuta alla preparazione inadeguata dei candidati. Il lavoro, dunque, c’è ma non si trovano lavoratori preparati alle necessità aziendali. Con il rischio, nel 2024, di perdere ulteriore terreno perché, come ha evidenziato la Banca d’Italia, gli oltre 300mila posti di lavoro ad alto valore aggiunto che saranno creati grazie ai fondi del PNRR per accompagnare le transizioni digitali, ambientali ed energetiche non troveranno risposte professionali adeguate nella platea dei lavoratori del nostro Paese.

Per superare questa criticità, che pone l’Italia in una posizione arretrata rispetto alle economie europee, si è discusso oggi pomeriggio in un convegno organizzato da ExpoTraining in collaborazione con FondItalia (Fondo Formazione Italia), sul tema “Il superamento del mismatch per l’occupazione e la competitività attraverso l’apprendimento permanente” che si è svolto oggi nell’Aula dei Gruppi Parlamentari alla Camera dei Deputati. Valentina Aprea, esperta di politiche della formazione e del lavoro, nella sua introduzione al convegno, è stata lapidaria«Senza un capitale umano ben formato e ben formante, lo sviluppo industriale è praticamente impossibile. Dobbiamo pensare e favorire nuove forme di collaborazione: le scuole sono costrette a diventare fabbriche di competenze, e non solo di cittadinanza; le imprese, fabbriche di conoscenza e non solo di prodotto. È l’unico modo per gestire il cambiamento in atto»Se da un lato, come ha certificato l’Istat, l’occupazione è in crescita ed è salita ai massimi dal 2004 con una quota pari al 61%, dall’altro «il lavoro è cresciuto perché la domanda di lavoratori da parte delle imprese viene soddisfatta soltanto attraverso personale non qualificato» ha precisato la Aprea.

Le linee guida introdotte del PNRR hanno sostanzialmente ammesso che non ci potrà essere nessuna modernizzazione del Paese se non si provvederà, in tempi brevi, a creare una nuova generazione di “tecnologi” che abbiano le competenze per trasformare con le tecnologie più avanzate (dall’intelligenza artificiale alla robotica) i settori della vita pubblica e privata. Allo scopo, sono stati stanziati oltre 1,5 miliardi di euro per rafforzare il sistema degli ITS Academy, le scuole di eccellenza e alta formazione post diploma della durata di due anni, riconosciute dal ministero dell’Istruzione ed equivalenti a un titolo di studio di 5° livello EQF (European Qualifications Framework). Nel mese di maggio di quest’anno, Anpal, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, ha reso disponibile anche agli operatori privati il sistema SGA (Skill Gap Analysis), lo strumento con cui si valutano le distanze tra competenze dell’utenza e quelle effettivamente richieste per svolgere un determinato lavoro, così da avere una maggiore percezione nella comprensione delle “mancanze” che i lavoratori e le lavoratrici italiane hanno nei confronti delle posizioni professionali disponibili. Ilaria Cavo, vicepresidente della Commissione Attività Produttive della Camera, ha illustrato i risultati di un’indagine sul Made in Italy da poco condotta dalla Commissione che ha portato alla luce una «elevatissima necessità di professionalizzazioni da parte di tutte le realtà imprenditoriali del Paese. L’indagine -ha continuato- ci mette di fronte alla necessità di mettere in atto tutte le azioni necessarie ad anticipare il problema della professionalizzazione e non a inseguirlo. Molto è stato fatto inserendo i tutor d’orientamento nelle scuole, ma dobbiamo insistere maggiormente affinché i nostri ragazzi e le loro famiglie scoprano e sappiano cosa sono gli ITS ad elevata specializzazione perché le necessità delle imprese passano dalla filiera della formazione tecnico-professionale». Cristina Grieco, presidente di Indire, l’istituto per l’innovazione della scuola italiana, ha puntato l’attenzione sul problema dei neet, ossia di quei giovani che non sono inseriti in nessun percorso di formazione o di lavoro: «In Europa sono preoccupati per gli 8 milioni di Neet presenti a livello comunitario, noi ne abbiamo il 30% e sono giovani che non stanno nei percorsi formativi né in quelli di istruzione o in attività lavorative. Non ce lo possiamo permettere proprio per le esigenze del nostro contesto produttivo. Il problema è complesso e occorre fare sistema: dal 2012 esiste una legge sull’apprendimento permanente che istituisce il diritto di tutti ad avere un apprendimento per tutto l’arco della vita nonché il diritto di vedersi riconoscere le competenze acquisite, tuttavia a distanza di dieci anni questa rete per l’apprendimento permanente ancora stenta a partire, a realizzarsi concretamente».Il tema della formazione, con un particolare focus sulla scuola, è stato affrontato da Roberto Ricci, presidente di Invalsi, l’istituto per la valutazione del sistema scolastico, che ha esordito dicendosi «stupito dello stupore che il disallineamento tra la ricerca e la mancanza di professionalizzazioni suscita e continua a suscitare. Dobbiamo intervenire fin dalla scuola dell’infanzia per riuscire a colmare il deficit di competenze che i nostri giovani stanno accumulando di anno in anno. Il 45% dei maturandi che, in questi giorni stanno affrontando le prove di maturità hanno difficoltà a lavorare con le percentuali. Solo il 70% di coloro che, cinque anni fa hanno lasciato le scuole medie, oggi stanno affrontando l’esame di maturità. Più del 54% dei cittadini italiani, non solo degli studenti, non ha competenze digitali di base. Guardando a questi dati risulta evidente che dobbiamo aiutare la scuola a trovare quelle vele costruttive perché progredisca e la aiuti a “sporcarsi” le mani con il rigore e la costanza».

Tra  gli interventi, anche quelli del segretario confederale della Cisl, Giorgio Graziani e del segretario generale della UGL, Francesco Paolo Capone che hanno dato un’interpretazione più vicina al mondo del lavoro e delle imprese: «La partita è complicata e non è esclusivamente legata alla formazione e al grado di istruzione -ha detto Graziani-, ma a un contesto sociale complicato: mi riferisco in particolare a un assetto demografico che non ci rende tranquilli in prospettiva anche rispetto alle esigenze numeriche delle imprese. Del resto, è pur vero che tra innovazione e digitalizzazione si stanno riducendo alcuni spazi di occupazione, tuttavia le imprese avranno sempre bisogno di personale qualificato, ma prima di tutto di personale. E sono proprio le persone che si mettono al servizio delle imprese, del lavoro e quindi del Paese che poi contribuiscono a renderlo competitivo a un livello qualitativo importante»Per Capone è indispensabile investire «nell’orientamento scolastico che sia spinto non solo dalle tendenze, ma anche dalle esigenze del mercato del lavoro. Viviamo, d’altronde, in un’epoca di paradossi. Un’indagine che abbiamo condotto assieme al Censis ci racconta che mai come oggi ci sono pochi giovani nel nostro Paese. Mai come oggi, abbiamo un capitale di investimenti, quelli del PNRR, che è paragonabile solo al Piano Marshall. Mai come oggi, nonostante le tante problematiche che abbiamo sentito, ci sono tanti giovani che sono inseriti nei percorsi scolastici. E mai come oggi, c’è una domanda di lavoro che non è mai stata così alta nella storia del nostro Paese. Eppure, fatichiamo a trovare le professionalità necessarie. Dobbiamo aiutare i giovani a scegliere i propri percorsi formativi non solo in base ai desiderata dei genitori, ma sulla base delle vere e proprie possibilità che il mercato del lavoro offre».

Sulle tematiche della formazione permanente per sopperire alla mancanza di competenze è intervenuto Egidio Sangue, direttore e vicepresidente di FondItalia«Dobbiamo essere molto onesti e parlarci con tutta franchezza: l’Italia ha un bisogno urgente di professionalizzazioni ad alto valore aggiunto e, fintanto che le nuove generazioni non saranno pronte per affrontare le sfide che li attendono, dobbiamo investire fortemente e con decisione sulla platea di potenziali lavoratori che offre il mercato. Per farlo, le risorse ci sono, le imprese sono attente e presenti. Dobbiamo utilizzare gli strumenti che abbiamo in maniera profittevole perché, faccio una provocazione, siamo certi che le competenze richieste non ci siano o non riusciamo a individuarle con gli strumenti che abbiamo a disposizione?». Anche Nicola Patrizi, presidente di FederTerziario, ha incentrato il suo intervento sulla necessità di investire fortemente nella formazione continua«Come organismo datoriale sosteniamo il ruolo delle politiche attive del lavoro indirizzate all’investimento su un forte partenariato pubblico privato, contemplando, inoltre, la necessità di mettere in campo risorse per la qualificazione e riqualificazione orientata. A questo proposito bisogna premiare le progettualità che leghino la formazione e impresa, col coinvolgimento attivo e partecipato di tutti i soggetti interessati, a partire dagli imprenditori. In tale contesto, FederTerziario ormai da tempo promuove il potenziamento del ruolo dei Fondi interprofessionali che lavorano in stretta sinergia con le imprese, puntando non solo alla platea degli occupati da formare, ma anche verso le persone non ancora assunte»Carlo Barberis, presidente di ExpoTraining, ha concluso il convegno ricordando che il mismatch è «un annoso problema che costa all’Italia milioni di euro perché le aziende non riescono a trovare le competenze che necessitano e che ricercano. L’obiettivo del convegno che si è svolto oggi -ha chiosato- è quello di riuscire a far percepire la necessità di ragionare diversamente e con approcci nuovi di modo che gli ecosistemi scolastico e imprenditoriale abbiano modo di fertilizzare il rapporto reciproco e di sviluppare quelle correlazioni che servono al Paese formando quelle competenze funzionali all’economia nazionale».

Confagricoltura contro Ue: disparità di trattamento

Dall’Ue più soldi agli agricoltori polacchi che aiuti economici per le alluvioni in Italia.

Confagricoltura contesta la decisione della Commissione europea di prorogare fino al 15 settembre il blocco delle importazioni di grano, mais, colza e semi di girasole dall’Ucraina sul mercato di cinque Stati membri limitrofi: Bulgaria, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria, dove è consentito esclusivamente il transito dei prodotti verso destinazioni finali nell’Unione o fuori dalla Ue.

Stando a quanto riferisce Il Mattino, Confagricoltura sostiene quanto di seguito:

Avrebbero dovute essere misure eccezionali e temporanee, ma hanno messo in crisi il regolare funzionamento del mercato unico: per i redditi degli agricoltori nei cinque Stati per l’aumento delle importazioni dall’Ucraina è stato previsto uno stanziamento di oltre 150 milioni di euro. In aggiunta, nel giro di poche settimane, la Commissione ha autorizzato aiuti di Stato per gli agricoltori polacchi per un ammontare di circa 2,7 miliardi di euro. Più di quanto il governo italiano abbia destinato ai primi interventi di soccorso alle popolazioni e al sistema economico per le alluvioni in Emilia-Romagna. Non è assolutamente in discussione il massimo e fermo impegno a sostegno delle esportazioni agroalimentari dell’Ucraina. La critica è all’Esecutivo Ue per la mancata salvaguardia del mercato unico e per la disparità di trattamento tra gli Stati membri. In Italia stiamo registrando un consistente aumento degli arrivi di cereali dal Nord Est europeo, in un contesto di mercato segnato da una contrazione dei prezzi che nel giro di un anno è stata del 40%”.