Il benessere dei lavoratori al centro delle politiche di welfare aziendale

Dati e best practice presentati durante il convegno HRC Well@Work 2023.
I nuovi benefit previsti dal Decreto Aiuti Quater hanno stimolato il dibattito.

Tempo libero, ricreazione, assistenza sanitaria, educazione, fondi di previdenza. Gli ambiti di intervento previsti dai benefit inseriti nel Decreto Aiuti Quater approvato dal Governo sono molteplici e dimostrano quanto il Welfare Aziendale costituisca il futuro per il sistema imprenditoriale del Paese.

Stando ai dati Istat, contenuti nell’ultimo “Censimento permanente sulla sostenibilità nelle imprese italiane” rilasciato nel 2020 su dati raccolti tra il 2016 e il 2018, il 68,9% delle imprese aveva dichiarato di «realizzare azioni per migliorare il benessere lavorativo» e che tali azioni si concretizzavano «attraverso l’adozione di una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro o di buone prassi collegate allo sviluppo professionale» quali «crescita professionale (65,6%), progressione economica (68,6%), passaggi di ruolo (65,6)». Più contenute, invece, le prassi per collegare pari opportunità (61,9%) e coinvolgimento aziendale (59,4%). Poi è arrivata la pandemia da Covid-19 che ha radicalmente cambiato le aspettative e le esigenze dei lavoratori. Secondo un’indagine condotta nel settembre 2022 da Doxa per Mindwork, infatti, emerge chiaramente quanto siano, oggi, indispensabili interventi dedicati alla salute psico-fisica dei lavoratori più che interventi destinati alla professionalizzazione dei lavoratori collegati alla pura vita aziendale. Il 50% degli intervistati da Doxa ha dichiarato di soffrire di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro. Il 62% dei lavoratori e delle lavoratrici intervistate ha dichiarato di aver provato almeno uno dei principali segnali del bornout (sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale, cinismo rispetto al lavoro). Per il 59% degli intervistati le responsabilità e gli impegni di lavoro interferiscono con la sfera privata e familiare. Dati che, precisa l’indagine, sono tutti in aumento anno su anno.

Numeri che illustrano quanto non solo il futuro, ma soprattutto il presente delle organizzazioni siano esse pubbliche, private, profit o no profit passa dal benessere dell’individuo che, complice l’attuale momento storico, caratterizzato da incertezze, guerre, inflazione, emergenza climatica, si scopre sempre più vulnerabile. Proprio il benessere dei lavoratori, intesi come individui parte integrante della società e non già di una realtà imprenditoriale, è stato al centro del convegno organizzato da HRC Group dal titolo “Well@Work” che si è tenuto lunedì nella sede di BNL – BNP Paribas a Roma durante il quale è emerso che «il benessere fisico, quello psicologico e relazionale, sono le colonne portanti di programmi di benessere dei dipendenti con impatti positivi su engagement e motivazione». Tra gli spunti emersi, i giovani e le loro ambizioni sono stati protagonisti grazie ai dati di un recente sondaggio condotto Jointly su una platea di studenti alla soglia del diploma di maturità che hanno illustrato quanto per i ragazzi tra i 17 e i 18 anni sia importante «trovare un corretto rapporto tra tempo trascorso al lavoro e tempo per la vita privata e il benessere personale». Ma non solo: per il 50% degli intervistati risulta essenziale «sentirsi coinvolto nel costruire il futuro dell’azienda per la quale lavorerà». Benessere che, soprattutto nella popolazione lavorativa più giovane, è stimolato dalla possibilità di godere di benefit legati all’attività fisica. Una ricerca condotta dall’Università Carlo Bo di Urbino per conto di Technogym, ha evidenziato che il 92% dei dipendenti dell’azienda di fitness svolge quotidianamente delle attività fisiche anche durante il proprio tempo libero, contro una media del 70% dei lavoratori di aziende competitor grazie proprio alle politiche di wellness messe a disposizione dall’azienda in favore dei proprio dipendenti.

In apertura dei lavori, Geraldine Conti, head of people & culture BNL BNP Paribas, si è concentrata, nel suo intervento, sul concetto aziendale di “inclusione”: «Cosa significa concretamente inclusione per un’azienda? Significa mettere in pratica ogni giorno azioni che pongano al centro le persone e il loro universo di necessità ed interessi, trovando le migliori soluzioni per un efficace bilanciamento tra vita lavorativa e personale; significa attivarsi per utilizzare al meglio le norme che il contesto legislativo mette a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori in situazioni di difficoltà; significa attuare politiche di lavoro flessibile dove l’attività lo consenta. Significa fare dell’inclusione un valore agito: come Banca e come Gruppo, anche con un costante dialogo sociale,  siamo impegnati in questo, per rendere il nostro lavoro moderno ed agile, al passo con l’evoluzione e la trasformazione, variabili del nostro tempo». Stefano Colasanti, responsabile di Wellmakers BNP Paribas ha invece ricordato le imprese devono «costruire una cultura del welfare per intercettare i bisogni reali in un contesto caratterizzato da incertezze e complessità. WellMakers è un ecosistema nato proprio per inglobare le esperienze delle società di BNL e BNP Paribas nel campo dell’assistenza alle persone e per sviluppare, nella logica dell’open banking, le partnership con i maggiori player nei più diversi settori del wellbeing e del vivere quotidiano. Sono certo che un Gruppo internazionale come BNP Paribas, impegnato nella sostenibilità intesa soprattutto come centralità delle persone, possa essere un esempio di come le imprese oggi debbano e possano essere non solo soggetti economici ma anche attori sociali».

Tanti gli interventi che si sono susseguitiPer Maximo Ibarra, Ceo Engineering, «per investire nelle persone all’interno di una organizzazione è necessario creare un ambiente di lavoro aperto, sicuro, inclusivo e capace di assicurare un buon equilibrio tra vita lavorativa e privata. Engineering è un’azienda fortemente human capital, con oltre 15mila professionisti nel mondo che rappresentano il principale asset aziendale. Per questo sviluppiamo attente politiche di gestione delle risorse umane, programmi per la sicurezza e la salute sul lavoro, e incoraggiamo nei team politiche che favoriscano la creatività e l’iniziativa individuale, garantendo in modo naturale la crescita, l’integrazione e il benessere personale di tutti». Per Andrea Lugo, HR director di Aruba, la defiscalizzazione introdotta dal Governo rappresenta «un intervento emergenziale e il Governo dovrebbe farsene carico con azioni più strutturali e non confidando nella “discrezionalità” delle imprese, rischiando di creare aspettative che possono andare deluse perché il welfare aziendale è uno strumento utile ed efficace per andare incontro alle spese dei colleghi in ottica di fidelizzazione, tuttavia ancora insufficiente per colmare le esigenze di nuclei famigliari con figli a carico. Ci vuole una maggiore chiarezza dal punto di vista normativo e un innalzamento dei massimali di spesa». Anche Stefano Setti, head of human resources di Penske Automotive Italy, ha espresso  la propria soddisfazione per l’innalzamento dei contributi defiscalizzati promossa dal Governo che rappresenta «un importante segnale che spinge tutti a credere ancora di più nel welfare: aziende, sindacati e lavoratori. L’ulteriore passo in avanti dovrebbe essere quello di avere un approccio più completo alla retribuzione del lavoratore, cercando di salvaguardarne il potere d’acquisto e mettendo assieme tutti gli aspetti della retribuzione» mirando, come ha precisato, «al benessere psicologico dei lavoratori. La salute mentale deve essere un capitolo da aprire in modo serio e preparato e che non si limiti al mero approccio da “sportello psicologico” ma soprattutto alla giusta e bilanciata armonizzazione fra vita privata e lavorativa, primario strumento per permettere a tutti di dare il meglio e vivere bene». Ilaria Catalano, amministratore delegato di Poste Welfare Servizi e responsabile dei progetti innovativi in sanità del Gruppo Poste Italiane, ha sottolineato che i fringe benefit «possono essere un’opportunità per molte aziende che vogliono sperimentare il Welfare aziendale. Sono uno strumento semplice, adottabile anche dalle piccole realtà con meno possibilità organizzative richieste per lo sviluppo di piani strutturati. Sono misure di utilità funzionali per il dipendente e la famiglia, per rispondere ad esempio alla crisi energetica e al caro vita, quali quelle di esenzione dei buoni carburante e sul rimborso delle bollette per utenze di gas, acqua e energia, risposte coerenti con l’eccezionalità del momento e con la necessità di offrire un aiuto immediato alle famiglie» perché, come ha concluso nel suo intervento, «il welfare aziendale è  uno strumento prezioso per migliorare il clima lavorativo e il benessere, per aumentare l’engagement dei dipendenti e quindi la performance. È in grado di trattenere i talenti e attrarne di nuovi, facendo leva su benefici significativi, non solo dal punto di vista economico, in grado di conciliare il lavoro con la vita privata». Un’analisi attenta arriva poi da Stefano Angilella, HR director di Avanade che, sull’innalzamento dei fringe benefit a 3mila euro ha precisato quanto «a livello teorico, la misura si proponga di incentivare nuove dinamiche sociali nei confronti dei lavoratori, ma nella pratica si traduce in un’azione fiscale e di politica economica che ricade sulle imprese. Per Avanade, questa misura si somma a una serie di iniziative che stiamo già da tempo portando avanti in autonomia. È il caso del Flexible Benefits Program che consente ai dipendenti di utilizzare una parte del premio variabile per l’acquisto di beni e servizi legati al wellbeing. O ancora, la copertura di buona parte del costo di un piano medico definito ad hoc con la Cassa di Assistenza Sanitaria e il recente innalzamento a 30 giorni di permesso retribuito per congedo di paternità da aggiungere ai 10 previsti dall’obbligatorio». Angilella ha precisato inoltre che «nonostante l’obiettivo primario del welfare debba essere di natura sociale, la norma in oggetto si classifica come una misura emergenziale. La corsa che le aziende, ancora non ben strutturate, dovranno compiere per coprire questo incremento potrebbe portare a scelte non ponderate sulle reali necessità dei beneficiari. Dal punto di vista dell’attuabilità, poi, questo aumento è gestibile solo da aziende che hanno a budget risorse sufficienti. Le imprese che non hanno allocato nel corso dell’anno una spesa così elevata potrebbero avere reali difficoltà nel farlo adesso». Le iniziative di Avenade, ha concluso Angilella, agiscono su tematiche che«un sistema integrato di welfare dovrebbe tenere in conto per promuovere una maggiore sinergia tra pubblico e privato andando a coprire i servizi welfare di base, come l’assistenza sanitaria e all’infanzia. Sarebbe auspicabile che lo Stato offrisse maggiore sostegno a tutte le aziende impegnate nella creazione di programmi per la cura della famiglia e del benessere personale per creare così un sistema di protezione sociale più ampio e inclusivo».

Lavoro: sostituire i modelli attuali per dare voce ai talenti e alle competenze acquisite sul campo

Un convegno alla Camera dei Deputati apre il dibattito sul futuro delle certificazioni
dei lavoratori e sulle necessità che attendono i settori pubblico e privato.

Vincere le sfide del futuro richiede una rivoluzione copernicana che consenta al Paese di sostituire i sistemi verticali e autoreferenziali dell’istruzione, della formazione e del lavoro, ancorati alle logiche del ‘900, con sistemi circolari, capaci di contaminarsi, portando ogni cittadino ad accrescere i propri talenti e le proprie competenze non più in maniera standardizzata, ma piuttosto personalizzata. In sintesi, questo è quanto emerso dal convegno dal titolo «Accrescere la competitività attraverso le competenze e il talento» che si è tenuto oggi, mercoledì 10 maggio, nella sala Regina della Camera dei Deputati. L’iniziativa è stata promossa da FondItalia (Fondo Formazione Italia) ed Expotraining, e ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti delle istituzioni che hanno cercato di fare luce sulle trasformazioni necessarie e radicali che attendono l’Italia nei prossimi mesi. Valentina Aprea, esperta di politiche del lavoro, ha sottolineato come «ci sono almeno tre esigenze nella nostra società che attendono immediata risposta: quelle delle imprese, quelle dei giovani e quella dei formatori e degli educatori che, solamente se considerate come un’unica entità, possiedono le risposte alle tante domande che il nuovo mercato del lavoro richiede». Ad aprire gli interventi, Tiziana Nisini, vicepresidente della Commissione lavoro della Camera che ha concentrato l’attenzione sulla struttura portante del sistema imprenditoriale del nostro Paese: «Bisogna ricordare che al di là delle grandi aziende che hanno una struttura e riescono comunque a formare in maniera adeguata i propri dipendenti, il nostro tessuto produttivo è composto da piccole e medie imprese e molto spesso anche quella formazione che fanno nelle piccole realtà, che viene vista come un costo, non rimane come patrimonio al lavoratore, anche nell’ottica di un futuro cambiamento di posizione. Al centro ci sono le competenze ma non bisogna disperderle e quindi sarebbe opportuno creare una sorta di fascicolo personale che il lavoratore acquiesce e può mantenere nel suo percorso lavorativo».

Sul tema del lavoro e della produttività nazionale, ha puntato l’attenzione nel suo intervento Nicola Patrizi, presidente di FederTerziario: «La transizione energetica e lo sviluppo tecnologico stanno creando delle grandi polarizzazioni, cioè degli enormi aggregati produttivi che si stanno spostando su due continenti: gli Stati Uniti e la Cina. Anche per queste ragioni, le imprese italiane, nel nostro contesto, faticano a gestire la sfida. L’elemento di competizione resta la nostra produzione di eccellenze che vanno difese e potenziate, a partire dalla ricostruzione del sistema scuola che non può più permettersi di perdere studenti e deve, invece, diventare un luogo in cui poter stare bene e formarsi in maniera adeguata. Dobbiamo gettare le basi affinché nel prossimo decennio si creino le condizioni per avere più laureati pronti a promuovere e sostenere le nostre eccellenze e dobbiamo trovare delle soluzioni per sostenere economicamente in maniera adeguata queste professionalità». I dati presentati durante il convegno hanno dimostrato che bisogna intervenire soprattutto sui giovani che, stando ai dati dell’OCSE relativi al 2018, sono, per il nostro Paese, abbastanza imbarazzanti: la percentuale dell’Italia nella dispersione scolastica è stata del 14,7%, collocando il nostro Paese nelle ultime posizioni europee con 543mila giovani che hanno abbandonato gli studi. Non solo: stando ai dati INVALSI, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna, un giovane su tre, in età compresa tra i 18 e i 24 anni, non possiede le competenze di base nelle capacità di lettura, nell’effettuare semplici calcoli, senza considerare la comprensione della lingua inglese, praticamente assente, che è ormai considerata necessaria per i diritti di cittadinanza europea, così come vengono considerati al giorno d’oggi. Proprio per andare incontro a queste mancanze di base e strutturali, la Fondazione CDP (Cassa depositi e prestiti) ha stanziato un fondo da 1,5 milioni di euro a disposizione di enti del Terzo Settore per contrastare la dispersione scolastica e attivare politiche di integrazione, grazie alla collaborazione di enti che, come si dice, vivono sui territori. Sul tema della formazione dei giovani si è concentrato Luca Malcotti, vicesegretario Ugl: «La grande necessità che abbiamo come sistema Paese è quella di introdurre una grande innovazione nelle politiche attive che abbiano una salda guida pubblica, ma che coinvolga il settore privato nell’intermediazione tra la domanda e l’offerta di lavoro. Solo così possiamo evitare il rischio di cadere nuovamente negli stessi errori compiuti nel passato: ossia di formare figure professionali che, nel momento del loro reale inserimento nel mondo del lavoro, non saranno più attuali. Penso ai lavori che oggi vengono considerati giovani e freschi, come quelli di social media manager; ecco, il rischio che stiamo correndo è quello di formare molti social media manager che, tra dieci, vent’anni, non avranno le competenze richieste da un mercato in continua evoluzione».«Il mondo del lavoro reclama con forza la necessità di utilizzare un modello standardizzato ed un linguaggio comune, che consenta alle imprese di reperire facilmente lavoratori in possesso di competenze chiave per la loro mission e che garantisca ai lavoratori la valorizzazione delle proprie competenze –ha dichiarato Francesco Franco, presidente di FondItalia-. Per noi che ci occupiamo di promuovere la formazione continua e l’accrescimento delle competenze, preme anche che si giunga presto alla possibilità di garantire la spendibilità degli apprendimenti acquisiti, con la possibilità di valutarne l’entità e la messa in trasparenza».Tra gli strumenti, durante il convegno, si è infatti discusso di Europass che, da quasi 20 anni, è lo strumento ideato dall’Unione europea per facilitare l’attività lavorativa nei Paesi membri, ma che, come è emerso durante il dibattito, «in Italia si è fermato alla stesura di un curriculum vitae». Di fatto, nel nostro Paese i passaggi legati a Europass (introdotto nel 2005) non sono stati elaborati appieno soprattutto quelli legati alle competenze digitali e alle esperienze personali dei giovani italiani. Oggi, oltre a Europass, è a disposizione dei sistemi di valutazione anche l’EQF, il Quadro delle qualificazioni europee delle competenze che, come è stato detto, «rende comprensibile ad ogni formatore e datore di lavoro il livello di istruzione e le capacità professionali di ogni giovane studente o lavoratore». Su questa scia si è mosso il Fondo paritetico per la formazione continua FondItalia che, come ha spiegato Egidio Sangue, direttore e vicepresidente del Fondo, «ha ideato uno strumento, denominato C+, che sarà presto a diposizione delle imprese. Lo strumento, che  utilizza i descrittori e le relazioni presenti nell’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, ha come finalità quella di offrire ai lavoratori un percorso assistito per mettere in trasparenza, attestare e validare le competenze acquisite lungo l’arco della vita, quindi non solo il proprio percorso di studi e professionale, ma anche le proprie qualità, le skills acquisite nel corso della propria vita lavorativa, le proprie capacità in determinati settori operativi ed i propri talento, consentendo alle imprese ricerche mirate per incrementare la proprio squadra di collaboratori». Il convegno si è chiuso con l’intervento di Carlo Barberis, presidente di ExpoTraining: «Oggi le scuole si stanno attrezzando per la formazione dei docenti e stanno lavorando per indirizzare gli studenti in un percorso che poi condurrà al mercato del lavoro e così contribuire a superare il gap tra domanda e offerta. Per la prima volta la scuola parla di orientamento, di tutor e crediamo che sia la via giusta che vogliamo intraprendere proprio nell’anno europeo delle competenze. Di questo e altri temi parleremo ad ExpoTraining a Milano a novembre».

Amazon riduce altri 9.000 posti

Dopo i 18.000 posti annunciati ad inizio anno, un ulteriore 50%.
Lo comunica direttamente l’Ad Jassy.

Un ulteriore 50% di tagli. I 18.000 licenzianti annunciati a inizio anno evidentemente non bastano.

Così Amazon, come riporta Il Sole 24 Ore, rimette testa e mani sui numeri della sua forza lavoro, decidendo di tagliare ulteriori 9.000 posti.

La notizia è emersa da una lettera, firmata dall’amministratore delegato Andy Jassy, inviata nelle scorse ore ai dipendenti:

Vi scrivo per condividere che intendiamo eliminare altre 9.000 posizioni nelle prossime settimane. Questa è una decisione difficile ma che riteniamo sia per il bene della società nel lungo termine”.

Giova ricordare che quella annunciata a gennaio era divenuta, di fatto, la più grande riduzione della forza lavoro nella storia del colosso di Seattle.

A conferma della profonda crisi che sta attraversando il settore tecnologico, eCommerce in testa.

Inizialmente i tagli, avviati in parte già nei mesi finale del 2022, avrebbero dovuto interessare circa 10mila dipendenti, concentrandosi principalmente nella divisione retail di Amazon e nelle funzioni delle risorse umane come il reclutamento.

Col passare dei mesi, e con l’aggravarsi di un contesto macro alle prese con poche certezze, l’azienda di Bezos ha deciso di ripensare i tagli. E con l’annuncio odierno, il totale dei licenziamenti sforza quota 27mila dipendenti.

Questo licenziamento complessivo costituisce il taglio di forza lavoro più consistente mai portato avanti da un’azienda bigh tech nel corso dell’attuale congiuntura economica negativa, ma Amazon ha anche una forza lavoro molto più grande rispetto alle altre aziende della Silicon Valley.

A fine settembre 2022 poteva contare su più di 1,5 milioni di dipendenti.

Dal 2022, i conteggi dei licenziamenti nelle aziende tecnologiche hanno raggiunto circa 300.000 lavoratori, secondo Layoffs.fyi, un sito che tiene traccia dei tagli di posti di lavoro nel settore.

Formazione professionale: l’Italia sotto la media europea

Egidio Sangue (FondItalia): «Situazione migliorata. Gli strumenti ci sono, bisogna sfruttarli»

«Favorire gli investimenti destinati a una formazione più efficace e inclusiva per migliorare il potenziale della forza lavoro europea, facilitando la mobilità tra un posto di lavoro e l’altro». È questo lo spirito con cui è stato proclamato il 2023 “Anno europeo delle competenze” perché, come ha fatto presente la presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen nella sua relazione di proposta dello scorso ottobre, «oltre tre quarti delle imprese dell’Unione Europea incontra difficoltà nel trovare lavoratori qualificati e i dati Eurostat più recenti indicano che solo il 37% degli adulti segue con regolarità corsi di formazione».

   La pandemia da Covid 19, il conflitto in Ucraina, la crisi climatica e quella energetica legate a nuovi paradigmi del lavoro che stanno sempre più dematerializzando le attività occupazionali sono alla base dei molteplici interventi che l’Unione Europea ha messo in campo per facilitare la riqualificazione della forza lavoro continentale. Il Paese che più si adopera alla (ri)qualificazione dei propri lavoratori è la Svezia, seguita dalla Finlandia e dall’Olanda (dati Inapp -Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche- 2022). L’Italia, nonostante un graduale miglioramento degli ultimi tre anni, rimane sotto la soglia della media europea, posizionandosi al 15esimo posto con una percentuale del 9,9% della popolazione tra i 25 e i 64 anni che partecipa costantemente a corsi di formazione e di qualificazione professionale.

   «Dal 2019 a oggi tanto è stato fatto e i risultati sono apprezzabili –commenta Egidio Sangue, direttore e vicepresidente di FondItalia, uno dei fondi paritetici per la formazione continua riconosciuti dal ministero del Lavoro-; i Fondi paritetici stanno contribuendo in maniera significativa allo sviluppo non solo delle possibilità e dell’offerta formativa, ma soprattutto della consapevolezza che una formazione costante dei lavoratori è indispensabile sia per la competitività delle singole aziende sia della tenuta del Sistema Paese». Se, da un lato, come si evince dalla “relazione sullo stato del mercato del lavoro” redatta da Anpal (Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro) in collaborazione con il ministero del Lavoro e la Banca d’Italia, «il bilancio del 2022 è ampiamente positivo» grazie all’attivazione di circa 380mila posizioni lavorative che superano quelle registrate nel 2019, prima dell’emergenza sanitaria, dall’altro il CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro), nella sua “relazione sul mercato del lavoro 2022” parla di oltre 4 milioni di lavoratori necessari al Paese nel quinquennio 2022/2026 considerate sia le nuove assunzioni (circa 1,4 milioni nel periodo) sia il turn-over con il rimpiazzo dei pensionamenti che peseranno sulla forza lavoro necessaria per il 70%. «Risulta evidente quanto sia indispensabile attivare processi virtuosi sia per gli occupati sia per gli inoccupati –continua Sangue-. Gli strumenti, nel nostro Paese, ci sono e hanno un altissimo valore qualitativo. Pensiamo al progetto GOL e al Fondo Nuove Competenze che, anche per il 2023, è stato prolungato grazie ai fondi del PNRR. Quest’anno, grazie anche all’intervento europeo, avremo a disposizione ulteriori iniziative quali il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo di adeguamento alla globalizzazione, il programma InvestEU e altri ancora che devono essere accesi e utilizzati, ma soprattutto devono essere visti come potenzialità soprattutto da tutti gli attori in gioco, sia pubblici sia privati».

   «Le politiche attive del lavoro affiancate da una formazione professionale non solo costante, ma di qualità –conclude Francesco Franco, presidente di FondItalia– sono le fondamenta per una crescita e una professionalizzazione dell’intero sistema Paese e della competitività dell’Unione Europea. Per il 2023, anno europeo delle competenze, noi di FondItalia abbiamo aumentato il budget per la formazione di un milione di euro rispetto al 2022 proprio perché siamo consapevoli che investire nella preparazione professionale è indispensabile per dare risposte sia ai giovani sia ai meno giovani e al mercato del lavoro italiano per non perdere in competitività».

Lavori più retribuiti: ecco i primi 10 in Italia

La classifica arriva dai dati Istat.
Ecco cosa influenza il reddito ma anche cosa “costa” avere un certo salario.

Conoscere i lavori più pagati in Italia è importante per coloro che sono alla ricerca di una carriera redditizia.

Secondo i dati raccolti dall’Istat nel 2021 e riportati da Wall Street Italia, i lavori più pagati sono quelli del settore medico, bancario ed amministrativo.

La specializzazione gioca un ruolo importante nel raggiungimento di un reddito elevato e molte delle professioni più pagate richiedono una laurea.

Di seguito una lista delle 10 professioni meglio remunerate in Italia:

  1. Notaio: 265.000 euro l’anno
  2. Medico: 75.000 euro l’anno
  3. Pilota d’aereo di linea: 74.400 euro l’anno
  4. Titolare di farmacia: 60.000 euro l’anno
  5. Web marketing manager: 57.000 euro l’anno
  6. Consulente finanziario: 55.000 euro l’anno
  7. Software engineer: 39.000 euro l’anno
  8. Ingegnere: 38.000 euro l’anno
  9. Commercialista: 36.000 euro l’anno
  10. Avvocato: 35.800 euro l’anno

I notai si trovano in cima alla classifica, con un guadagno annuo di 265.000 euro lordi.

I medici seguono al secondo posto con un guadagno annuo di 75.000 euro lordi, mentre i piloti d’aereo di linea si trovano al terzo posto con un guadagno annuo di 74.400 euro lordi.

Si tratta di cifre lorde che rappresentano la media delle retribuzioni per queste professioni.

È importante notare che queste cifre possono variare in base alla posizione geografica ed alle competenze specifiche del lavoratore.

Le regioni del nord e le grandi città come Milano sono spesso associate a retribuzioni più elevate.

Non solo. C’è da dire infatti che, oltre alla specializzazione ed alla collocazione geografica, ci sono altri fattori che possono influire sulla retribuzione di un lavoratore.

Ad esempio l’esperienza (seniority) nel settore giocano un ruolo molto importante nell’ottenere stipendi più alti; ma anche la formazione continua e la costante acquisizione di nuove competenze possono far crescere il proprio stipendio.

Inoltre, è importante sottolineare che la maggior parte dei lavori più pagati richiedono un impegno costante ed un impegno per la formazione continua. Ad esempio, un medico deve continuare a studiare e ad acquisire nuove competenze per essere sempre all’avanguardia (o quantomeno aggiornato) nel proprio settore.

Si può concludere, dunque, dicendo che è sicuramente piacevole godere di un buon salario ma va ricordato che arrivare all’ottenimento dello stesso non è facile: vengono infatti richieste un forte senso di responsabilità nello svolgere la propria mansione, presenza e reperibilità oltre la media ed un forte impegno formativo, sia prima che durante l’esercizio della professione.