GiùGiù Gramaglia: “Sul palco e davanti alla macchina da presa, porto sempre la mia Sicilia”

L’attore vigatese ripercorre la sua carriera tra aneddoti, incontri speciali e l’amore per il teatro.

Ci sono artisti che calcano il palcoscenico per mestiere e altri che lo fanno per passione. GiùGiù Gramaglia appartiene senza dubbio a entrambe le categorie: con oltre cinquant’anni di carriera, ha vissuto il teatro come un viaggio in continua evoluzione, partendo dalle recite parrocchiali fino ad approdare ai set di grandi produzioni televisive come Il Commissario Montalbano e Il Capo dei Capi.

Oltre alla sua esperienza davanti alla macchina da presa, GiùGiù continua a portare in scena il teatro con interpretazioni intense, come quelle nei testi di Pirandello, e a tenere viva la memoria culturale siciliana attraverso i Percorsi d’Inchiostro, un omaggio alla Vigata letteraria di Andrea Camilleri. In questa chiacchierata ci svela i momenti più emozionanti della sua carriera, i ruoli che più lo hanno segnato e i segreti del mestiere.

Come è nata la tua passione per il teatro e la recitazione?

Innanzitutto, è un piacere incontrare una persona così intraprendente! Questo mi aiuta anche a sciogliermi un po’, visto che di natura sono piuttosto schivo e riservato. La mia passione per il teatro e la recitazione è nata nel tempo, più di cinquant’anni fa. Ho iniziato con le classiche recite parrocchiali e gli spettacoli organizzati dalle suore dell’oratorio. All’epoca, lo ammetto, il teatro aveva per me anche altri fini—come stare in mezzo alle ragazzine—quindi lo vivevo in modo diverso. Ma dentro di me cresceva qualcosa di più profondo, un vero interesse per la scena. Col tempo ho capito che forse il palcoscenico era il mio posto, il luogo dove potevo davvero esprimermi.

Quali sono state le esperienze teatrali che più hanno influenzato la tua carriera?

Il teatro mi ha permesso di raggiungere traguardi ambiziosi e di vivere esperienze fondamentali per la mia carriera. Una delle più significative è stata la celebrazione del centocinquantesimo anniversario della nascita del Premio Nobel Luigi Pirandello, che mi ha dato l’opportunità di portare le sue opere in scena negli Istituti Italiani di Cultura di città come Malta, Stoccolma e Oslo.
Recitare Pirandello significa immergersi in un universo complesso, in cui l’identità e la verità si intrecciano continuamente. Ho avuto l’onore di interpretare La verità, una novella che confluisce ne Il berretto a sonagli, affrontando il tema della verità come concetto mai assoluto, ma sempre relativo, condizionato dallo sguardo degli altri.
Un’altra esperienza teatrale fondamentale è stata Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller, che ho portato in scena nel 1995-96 interpretando Eddie Carbone. La mia interpretazione fu molto apprezzata, tanto che il video dello spettacolo fu mostrato anche a Michele Placido, che all’epoca stava valutando di mettere in scena lo stesso testo. Negli anni ’90, però, non c’erano ancora le innovazioni tecniche di oggi e si temeva che un’opera così complessa potesse non ricevere la giusta risposta dal pubblico. Alla fine, la nostra versione fu accolta con entusiasmo e divenne uno dei cavalli di battaglia teatrali di Michele Placido.

“Essendo l’unico empedoclino ad aver lavorato su un testo del tuo concittadino Andrea Camilleri, come descriveresti questa esperienza?” 

L’incontro con il maestro Andrea Camilleri è stato una svolta epocale nella mia vita, sia personale che professionale. Ha rappresentato un’esperienza unica, che mi ha portato a essere—se non proprio l’unico, perché c’è un altro amico che ha lavorato su alcuni suoi testi—ma certamente l’unico empedoclino ad aver preso parte alle riprese de Il Commissario Montalbano.
Ho avuto l’onore di partecipare a due episodi: Il senso del tatto nel 2000 e Una faccenda delicata nel 2016. Questa esperienza ha cambiato profondamente sia la mia vita artistica che quella personale, aprendo scenari meravigliosi. Credo che chiunque faccia questo mestiere sogni di vivere almeno una volta un’opportunità del genere.
Oltre a Montalbano, ho avuto anche la possibilità di lavorare su altri adattamenti dei testi di Camilleri, come la serie C’era una volta Vigata, girata in costume a Scicli. È stata un’esperienza straordinaria, che mi ha permesso di conoscere persone meravigliose, tra cui il regista Alberto Sironi, con cui ho avuto il piacere di collaborare.

Puoi raccontarci delle tue esperienze sul set de “Il Commissario Montalbano” e “Il capo dei capi”?

Come dicevo, l’esperienza su Il Commissario Montalbano è stata eccezionale. Mi sono ritrovato, quasi dal nulla, catapultato sul set di una produzione di altissimo livello, lavorando fianco a fianco con professionisti di grande calibro come Luca Zingaretti e tutto il cast. Venivo dalla “polvere” di un palcoscenico di periferia e trovarmi improvvisamente immerso in una realtà così importante è stato incredibilmente gratificante.
Anche la mia esperienza ne Il capo dei capi è stata molto significativa. Ancora oggi, quando le persone mi incontrano, ricordano con grande impatto la scena che ho girato in quella serie. Interpretavo un tassista, il classico “tuttofare” all’interno di un contesto corrotto. A volte questa cosa mi lascia un po’ perplesso, perché la gente tende a identificare gli attori con i loro personaggi, specialmente quando si raccontano storie legate alla realtà siciliana. Ma fa parte del gioco: il pubblico si affeziona a certi ruoli e rivede in essi frammenti della propria esperienza.

Qual è il tuo metodo per prepararti a un nuovo ruolo, sia teatrale che cinematografico?

Quando si tratta di teatro, tutto parte dalla comprensione del personaggio. È fondamentale immergersi nella sua realtà caratteriale, cercando di coglierne la semplicità, le sfumature e la complessità. Il mio approccio consiste nel vivere il personaggio in prima persona, facendolo diventare parte di me per tutta la durata della preparazione.
Ad esempio, quando ho interpretato Carbone, per un certo periodo mi sono sentito proprio come lui: vile, arrogante, vigliacco. Era un personaggio con tratti negativi molto marcati, ma questo è il bello del mestiere dell’attore: saper entrare completamente in un ruolo e, allo stesso tempo, avere la capacità di spogliarsi da quello stesso ruolo in un attimo per passare a un’altra storia, a un’altra anima.

Quali consigli daresti ai giovani che desiderano intraprendere la carriera teatrale oggi?

“Il consiglio che mi sento di dare ai giovani che vogliono intraprendere la carriera teatrale è, prima di tutto, quello di essere sempre se stessi. È fondamentale mantenere i piedi per terra, senza montarsi la testa, e capire che in questo mestiere bisogna dimostrare qualcosa ogni giorno. La responsabilità, la serietà e la professionalità sono qualità indispensabili, perché affrontare il palcoscenico o la macchina da presa non è affatto semplice come potrebbe sembrare. Recitare non significa solo salire sul palco e dire battute, ma richiede dedizione, studio e sacrificio.
Ricordo bene gli inizi, negli anni ’70, quando partecipavamo alle famose “Feste dello Studente”. Preparavamo uno spettacolo per un intero anno, provando senza sosta per andare in scena il 5 o 6 gennaio. Ricordo le nottate passate a montare le scenografie nei cinema, subito dopo l’ultimo spettacolo di mezzanotte. Lavoravamo con pannelli enormi, che con il sole e la pioggia si gonfiavano e diventavano ancora più pesanti, ma nulla ci fermava. Eravamo giovani, pieni di entusiasmo, e la fatica passava in secondo piano: le luci del palcoscenico ci ripagavano di ogni sforzo, riempiendoci di adrenalina e soddisfazione.
Ecco perché ai giovani dico: bisogna essere disposti a fare sacrifici, perché senza sacrificio non si arriva da nessuna parte. Io stesso, tante volte, ho dovuto lasciare la mia famiglia per le prove o per gli spettacoli. Ma se si ama davvero questo mestiere, ogni rinuncia diventa parte di un percorso che, alla fine, regala emozioni uniche.”

Ci sono nuovi progetti teatrali o cinematografici a cui stai lavorando attualmente?

“Attualmente sto lavorando a un nuovo film, in uscita al cinema a fine marzo, insieme alla compagnia dei fratelli Sansoni. Il film si intitola E poi si vede dove interpreto un personaggio semplice ma dal carattere scorbutico, quello che in siciliano definiremmo un po’ “scostumato”. È un usciere di concorso, una figura simpatica che mi ha subito divertito e coinvolto in questa nuova avventura cinematografica.
Nel cast ci sono anche grandi nomi come Donatella Finocchiaro, Domenico Centamore ed Ester Pantano, con cui ho avuto già il piacere di lavorare in passato, ad esempio ne Il Commissario Montalbano. Ricordo con particolare affetto Domenico Centamore, con cui ho condiviso diverse esperienze sul set, tra cui I fantasmi di Portopalo.
Quest’ultimo è stato un progetto molto intenso ed emozionante, con Beppe Fiorello, che raccontava la tragica storia del naufragio avvenuto la vigilia di Natale al largo di Portopalo di Capo Passero, in cui persero la vita circa 300 migranti. Un’esperienza toccante, che mi ha lasciato un segno profondo.

C’è un episodio o un aneddoto particolare della tua carriera che ti piacerebbe condividere con noi?

Per quanto riguarda gli aneddoti legati alla preparazione di un film, ricordo con piacere l’incontro con Beppe Fiorello durante le riprese de I fantasmi di Portopalo. Sono stato convocato per interpretare un pescatore, un personaggio che faceva parte della comunità di marinai coinvolti in questa drammatica vicenda.
Prima di girare, ci hanno fatto fare delle prove per immergerci completamente nel ruolo. Abbiamo trascorso un’intera giornata in mare, vivendo l’esperienza della navigazione e della pesca come veri pescatori. Ricordo che il mare era un po’ mosso e qualcuno ha dovuto “lasciare il fegato”, ma è stata un’esperienza incredibile, che mi ha fatto comprendere davvero la durezza e la bellezza di quel mestiere.
Per quanto riguarda invece il teatro, la preparazione di un personaggio segue sempre lo stesso principio: bisogna prima di tutto capire ciò che si sta andando a recitare. Se non si comprende il testo, non si può interpretarlo nel modo giusto. Questo vale in particolare per Pirandello: se non si afferra la sua filosofia e la profondità dei suoi concetti, non solo diventa difficile recitare, ma persino memorizzare le battute. L’attore deve entrare nel mondo del personaggio, interiorizzarlo e farlo suo, solo così può restituirlo in modo autentico al pubblico.

Un altro aneddoto che ti voglio raccontare è il mio primo incontro con Andrea Camilleri legato al mio debutto in una sua opera, con l’episodio Il senso del tatto de Il Commissario Montalbano. Dopo aver terminato le riprese, il mio caro amico, il professore Biagio Milano, orgoglioso di me, volle presentarmi al maestro.
Un giorno mi disse: “Vieni, ti voglio far conoscere Camilleri”. Così ci avvicinammo a un bar dove lui era seduto con un’altra persona, intenti a conversare davanti a un caffè. Dopo un po’, il suo interlocutore si alzò e andò via, e poco dopo arrivò il cameriere con un bicchiere di latte di mandorla, servito in uno di quei bicchieri a forma di cono con la base stretta.
A quel punto, Biagio prese la parola: “Maestro, è un piacere presentarvi GiùGiù Gramaglia, ha appena partecipato a una fiction del Commissario Montalbano”. Camilleri sollevò lo sguardo e, istintivamente, allungammo entrambi la mano per salutarci. Involontariamente, mentre facevo un passo avanti, toccai la base del tavolo, facendo oscillare pericolosamente il bicchiere. Ci trovammo così, mano nella mano, a guardarci negli occhi, mentre con l’altro occhio controllavamo il bicchiere che, per fortuna, rimase in equilibrio.
Qualche tempo dopo, lo rividi nuovamente al bar e decisi di metterlo alla prova per vedere se si ricordava di me. “Buongiorno, maestro”, gli dissi. “Si ricorda chi sono?”. Lui mi guardò e rispose: “Mi ricordo, mi ricordo… ho visto l’anteprima del film”. Per un attimo pensai che si ricordasse di me per il rischio che avevo corso di versargli addosso il bicchiere, invece mi riconosceva per il mio lavoro. Fu un’emozione unica.

Ultima chicca che ti do in anteprima e ti lascio il l’indirizzo dove trovi tutti i lavori che ho fatto, 50 anni sono davvero tanti. https://www.giugiugramaglia.altervista.org

Quest’anno, in occasione del centenario della nascita di Andrea Camilleri, sono impegnato a Porto Empedocle in un progetto speciale che celebra il legame tra lo scrittore e la sua terra. Insieme a un gruppo di amici attori, conduco “i Percorsi di Inchiostro”, un’iniziativa che accompagna i visitatori alla scoperta della Vigata letteraria, quella reale che ha ispirato i suoi romanzi.
Durante il percorso, non ci limitiamo a mostrare i luoghi, ma li arricchiamo con momenti teatrali, portando in scena frammenti tratti dai libri e dalle fiction. A differenza della Vigata cinematografica, ci concentriamo sui luoghi autentici della vita di Camilleri: il bar dove faceva colazione, il caffè dove incontrava gli amici, la storica Trattoria da Enzo, tuttora esistente.
Tra le tappe più suggestive c’è anche il vecchio magazzino di legnami, che ha ispirato La concessione del telefono, insieme ad altri scorci di Porto Empedocle che hanno lasciato un segno nelle sue opere. È un viaggio emozionante, che permette ai visitatori di immergersi nel mondo di Camilleri attraverso i suoi luoghi, le sue parole e le atmosfere che hanno dato vita ai suoi racconti.

Il Mondo di Ketty – Il potere di un delicato e candido fiore: il fiore di Mandorlo

Ad Agrigento, capitale della cultura 2025, deall’8 al 16 marzo la “Sagra del Mandorlo in Fiore”.
Ecco le origini dell’evento.

Da secoli, poeti e scrittori celebrano questo piccolo miracolo della natura, fragile e splendente, come simbolo di rinascita.

Un’antica leggenda greca narra della compassione che mosse la dea Atena davanti all’amore struggente della principessa Fillide. Il cuore della giovane si spense nell’attesa dell’amato Acamante, che credeva perduto nella battaglia di Troia. La dea, mossa a pietà, la trasformò in un albero spoglio, ma quando Acamante fece ritorno e abbracciò quei rami nudi, accadde il prodigio: Fillide rispose con una fioritura improvvisa, e da quell’albero dai rami inermi, sbocciarono fiori candidi come neve, leggeri come un sospiro.

Ancora oggi, quel magico abbraccio rivive nella preziosa fioritura del mandorlo. Nel cuore dell’inverno, quando il gelo stringe la terra nel suo abbraccio muto, ecco che l’albero si veste di bianco, annunciando la speranza e il risveglio della natura. Si dice che la vista di quei petali delicati, il loro profumo dolce e sottile, abbiano il potere di sciogliere il gelo anche nell’anima più triste, di portare un sorriso anche sul viso più angosciato.

Sarà vero? Certo è che nella città di Agrigento, già capitale della cultura 2025, ogni anno, e quest’anno dal 8 al 16 marzo, quest’evento viene festeggiato in un tripudio di sorrisi, canti e balli popolari con la “Sagra del Mandorlo in Fiore“.

Da 77 anni questa sagra porta con sé allegria, vivacità, musica, tradizioni e culture provenienti da paesi di tutto il mondo. Nata nel 1934 come festa regionale per promuovere i prodotti siciliani, divenne in seguito un evento di portata internazionale grazie al festival del folklore, aprendosi a tutte le culture del mondo e ampliando il suo significato fino a rappresentare un messaggio di fratellanza e pace tra i popoli.

Una settimana piena di eventi. Dall’accensione del Tripode dell’Amicizia, davanti al Tempio della Concordia. Il fuoco simboleggia la pace, fino alla Fiaccolata dell’Amicizia, in cui i gruppi folk, con la torcia accesa, percorrono le vie della città esibendosi in canti e danze popolari tra gli applausi della folla. La città, per una settimana, si veste di luce, colori e profumi, avvolta e coccolata dagli aromi intensi di zucchero filato, mandorle caramellate, cubaita e torrone dolce, lo street food domina ogni angolo pronto a soddisfare o stuzzicare la gola di turisti e residenti.

La sagra si conclude con l’esibizione di tutti i gruppi folk partecipanti davanti al Tempio della Concordia e con l’assegnazione del “Tempio d’Oro” al gruppo che si è distinto per originalità, costumi e balli rappresentativi del proprio paese.

“Diario di una Musa”: il nuovo libro di Ketty Zambuto

Vi portiamo in un viaggio dentro l’autrice, che si apre a 360° per i lettori.

Oggi abbiamo il piacere di conoscere più da vicino una scrittrice che ha fatto della sua passione per la scrittura un vero e proprio percorso di vita: Ketty Zambuto.

Nata ad Agrigento nel 1968, ha vissuto nella sua città d’origine fino al 2020, quando una nuova opportunità lavorativa l’ha portata a Milano. Qui, oltre a lavorare in una scuola come personale ATA, ha continuato a coltivare la sua passione per la scrittura, dando voce alle sue esperienze e ai suoi sentimenti attraverso le parole.

Dopo un percorso lavorativo variegato, che l’ha vista cimentarsi in diversi settori, dalla contabilità alla ristorazione, nel 2023 ha pubblicato “Puro Amore“, una storia di vita vera che ha emozionato molti lettori. Il suo ultimo libro, “Diario di una Musa“, uscito nel 2025, è un’intensa autobiografia che racconta la nascita di un amore con una profondità e una delicatezza uniche.

General Magazine ha raggiunto l’autrice per avere l’opportunità di scoprire di più sulla sua vita, sulla sua scrittura e sulle emozioni che la guidano nel raccontare le sue storie, con 10 domande da leggere tutte d’un fiato.

Ketty, hai vissuto ad Agrigento fino al 2020, poi il trasferimento a Milano. Come hai vissuto questo cambiamento? Quanto ha influenzato la tua scrittura?

Sono una persona ottimista e quando mi si presenta un cambiamento di percorso lo accetto di buon grado perché suscita in me la curiosità che è propria di ogni donna. Ovviamente questo ha influenzato anche il mio modo di scrivere perché io sono ciò che scrivo.”

Hai svolto tanti lavori diversi nella tua vita. C’è un’esperienza in particolare che ha lasciato un segno nel tuo modo di raccontare le storie?

Un’esperienza in particolare che ha cambiato il modo di trasmettere le mie emozioni, è stato quando ho lavorato nella cucina di un ristorante nella bella isola di Lampedusa. Apparentemente sembra non avere relazione con la scrittura, ma proporre un piatto piuttosto che un altro ad un turista puntando allo stupore dei sensi, è un po’ come ammaliare chi ti legge.”

Il tuo primo approccio alla pubblicazione è stato con un racconto per “Da un’avversità nasce un’opportunità”. Come è nata questa esperienza?

Un giorno, mentre stavo lavorando a scuola, mi chiama una mia amica scrittrice, Flaviana Fusi, e mi propone di partecipare a questo saggio con un racconto. Sono andata in crisi: possibile non avessi un’avversità nella mia vita, di cui poter scrivere? Mi sentii molto fortunata in quel momento, ma dovevo inventarmi un racconto e… scavando nella memoria e nella creatività riuscii a consegnare il racconto in tempo.

Nel 2023, invece, hai pubblicato “Puro Amore”, una storia di vita vera. Puoi raccontarci com’è nata questa storia e cosa rappresenta per te?

Puro Amore è stata quella che considero la mia prima fatica letteraria, in primis perché mi toccava da vicino essendo la biografia di una mia cara amica, poi per la storia in sé, una storia talmente forte da provarmi nel scriverla.”

Il tuo ultimo libro, “Diario di una Musa”, è un’autobiografia incentrata sull’amore. Cosa ti ha spinto a raccontare questa parte così intima della tua vita?

Dapprima l’idea era quella di pubblicare solo le poesie con la loro traduzione, poi mentre le trascrivevo ho sentito che mi prendeva la voglia di spiegarle, di raccontarle e di riviverle, quelle emozioni indefinibili che mi avevano fatto innamorare.”

Quali emozioni speri di trasmettere ai lettori attraverso i tuoi libri?

Spero di portarli con me, non solo dentro quelle emozioni provate ma anche nei luoghi e nelle tradizioni della città più bella fra i mortali: Agrigento.

Come nasce una tua storia? Parti da un’idea, da un’esperienza personale o da un’emozione?

Ciò che scrivo parte sempre da un’emozione, che può anche essere solo un tramonto magnifico.

Qual è, per te, la parte più difficile del processo di scrittura? E quale, invece, quella più gratificante?

La parte più difficile è quella quando il mio cuore dice: sì, dai, scriviamo di questo. E la mia mentre risponde: ma sei pazza? Sai già che stress ti aspetta, sei masochista allora (ride l’autrice)!

Quella gratificante, sicuramente, sono i commenti di chi mi legge.”

Stai già lavorando ad un nuovo progetto? Puoi darci qualche anticipazione?

Ho iniziato una collaborazione con un giornale, una rubrica tutta mia dove stuzzicare la curiosità del lettore: possa essa essere una meta turistica, un piatto tipico o qualsiasi altra cosa. E altro si muove dentro il mio cuore: appena avrà la meglio sulla mente, inizierò a scrivere. Mi piacciono le biografie, sarà probabilmente un’altra storia difficile.”

Quali sono i tuoi sogni e obiettivi per il futuro, sia come scrittrice che nella vita?

I sogni a volte bisogna avere il coraggio di realizzarli, altrimenti si chiamano rimpianti. Come scrittrice, forse, scrivere un bestseller, trovare quella caparbietà di rincorrere l’ambizione che, di conseguenza, diventerebbe uno stile di vita.

Per chi fosse interessato, è possibile comprare il libro “Pure Amore” a questo link ed il libro “Diario di una Musa” a questo link.

La lirica incontra il digitale: nasce la piattaforma web per far scoprire l’Opera alle nuove generazioni

Arie di Roma utilizza le nuove tecnologie e il linguaggio della Generazione Z per raccontare il bel canto intrecciato ad alcuni luoghi iconici della Città Eterna.

Un progetto digitale per avvicinare l’Opera lirica al grande pubblico e soprattutto ai giovani.

È Arie di Roma, piattaforma web che sarà lanciata martedì 23 aprile 2024 (ore 18), nel corso di un concerto di musica lirica nella cornice del Teatro Torlonia di Roma. Al suo interno trovano spazio le rappresentazioni di alcune delle arie più straordinarie della storia, tratte da opere leggendarie come NormaToscaUn ballo in mascheraLa clemenza di TitoDon Pasquale e Semiramide.

Al percorso musicale si affianca il racconto di alcuni luoghi iconici di Roma, le cui vicende sono in qualche modo collegate alle opere presenti nella piattaforma. Il tutto impreziosito dallo storytelling video del Direttore artistico del progetto Enrico Stinchelli, volto noto della lirica in Italia e storico conduttore di Rai Radio 3: commenti e retroscena, come quello dei fischi nei confronti di Maria Callas al Teatro dell’Opera nel 1958, che aiutano a comprendere l’opera e a inquadrarne il contesto.

«Troppo spesso l’Opera viene erroneamente etichettata come elitaria o eccessivamente complessa per essere compresa dal grande pubblico» spiega il M° Enrico Stinchelli. «Arie di Roma vuole sfatare questa diceria e dimostrare come la lirica possa emozionare ed essere accessibile a tutti, attraverso un’esperienza coinvolgente che va oltre il palcoscenico tradizionale e regala la magia dell’Opera a nuove generazioni di spettatori. Seguendo un ideale percorso, come una passeggiata attraverso le strade e le piazze di Roma – prosegue il Direttore artistico del progetto – gli utenti hanno l’opportunità di ascoltare alcune delle arie più belle scritte da autori come Mozart, Rossini, Bellini, Verdi, Donizetti e Puccini, che hanno come tema centrale la Città Eterna».

Arie di Roma (ariediroma.it) offre infatti l’occasione per riscoprire luoghi e monumenti della Roma di ieri e di oggi, la cui storia s’intreccia con le Opere presenti all’interno della piattaforma, raccontati in una serie di video realizzati nello stile dei Reel di Instagram amati dalla Generazione Z. Fra i luoghi narrati dalla piattaforma Arie di Roma c’è il Teatro dell’Opera, ad esempio, inaugurato con il nome del suo fondatore “Costanzi” il 27 novembre 1880 con la messa in scena della “Semiramide” di Gioachino Rossini. Oppure l’ormai scomparso Teatro Apollo, che il 17 febbraio 1859 ospitò il debutto di “Un ballo in maschera”. E ancora Palazzo FarneseCastel Sant’Angelo e la chiesa di Sant’Andrea della Valle, tre scenografiche location in cui si muovono alcuni dei personaggi di Tosca.

Prodotto dall’azienda di comunicazione ed eventi Il Marketing Much More, il progetto Arie di Roma è vincitore dell’Avviso Pubblico “Raccolta di Proposte progettuali per la realizzazione di eventi, manifestazioni, iniziative e progetti di interesse per l’Amministrazione capitolina di rilevanza cittadina” promosso da Roma Capitale in collaborazione Zètema Progetto Cultura.

«Con Arie di Roma vogliamo avvicinare quante più persone possibile all’Opera» spiega Veronica Marica, General Manager de Il Marketing Much More. «Per farlo utilizziamo le nuove tecnologie, il linguaggio social e un design visivo contemporaneo, eliminando le barriere che spesso rendono la lirica percepita come ostica o riservata a una cerchia ristretta. Il nostro obiettivo – conclude Marica – è dimostrare che l’Opera può essere apprezzata e amata da tutti».

Le arie presenti nella piattaforma sono state interpretate da Giorgia Costantino (soprano), Alessandro Fiocchetti (tenore), Emmanuelle D’Alterio (soprano), Maria Lucia Bazza (mezzosoprano), accompagnati al pianoforte dal M° Kozeta Prifti.

«Una bella iniziativa che farà bene alla città» commenta Federico Rocca, Consigliere comunale di Roma Capitale. «Oltre a promuovere una forma d’arte così legata all’italianità come l’Opera lirica – sottolinea Rocca – questo progetto valorizza anche alcuni dei tesori nascosti di Roma, offrendo ai cittadini e ai turisti un modo unico per esplorare la nostra città attraverso la lente dell’arte e della musica. Si tratta di un’iniziativa che credo possa avere un impatto positivo sulla città – conclude Rocca – arricchendone la vita culturale e contribuendo a promuoverne il turismo culturale».

Codacons: esposto per far luce sul “nullatenente” Fedez

L’accusa: “uso continuo e ripetuto di operazioni poco trasparenti”.
Il rapper: “nulla è intestato a nome mio; sono tecnicamente nullatenente”

Il Codacons ha presentato un esposto per far luce sulle società di Fedez.

Lo riporta Il Sole 24 Ore, aggiungendo che il rapper è una sorta di Re Mida, in quanto trasforma in oro i fatturati che tocca: la sua holding Zedef (ovvvero il nome in arte del cantante al contrario), infatti, ha registrato 9,3 milioni di euro di utili in 10 anni, quindi circa un milione di euro netti all’anno dal 2013 al 2022. Con i ricavi che sono però schizzati a 3,9 milioni proprio nel 2022.

Il Codacons ha ricostruito storia e passaggi societari della galassia di Fedez e, nella denuncia, si parla di “un uso continuo e ripetuto di operazioni poco trasparenti negli ultimi anni, talvolta senza un’apparente ragione economica”.

La replica del rapper non si è fatta attendere con l’artista che ha dichiarato quanto di seguito:

Durante un processo (2020) mi è stata posta una domanda circa quali beni mobili e immobili siano a me intestati. Ho risposto la verità, che non ho intestato nulla a nome mio e dunque sono tecnicamente nullatenente. Le mie società sono a disposizione disposizione per ogni eventuale controllo delle autorità competenti. Non abbiamo nulla da temere o da nascondere”.