Il mondo di Ketty-La prima guida e la figuraccia annunciata.

Non scese dall’auto: emerse. Come se la strada si fosse aperta per lasciarlo passare, e io fossi rimasta lì, ferma, con il cuore che inciampava nei suoi stessi battiti.
Bruno parlava di me, Pasquale mi guardava e la mia dignità scelse la fuga.
Fu allora che capiì che la prima guida non serebbe stata una lezione sulla strada ma di sopravvivenza emotiva.

Quarta puntata – Tra colonna sonora immaginaria, ansia da prestazione e un commento che non avrei voluto sentire.

Adesso ero pronta per l’incontro con il mio istruttore di guida.
Quante volte avevo fantasticato sul suo aspetto fisico.
A volte lo immaginavo magro, alto, biondo, occhi azzurri: una bellezza scontata, dettata dai canoni del periodo, ma che ai miei occhi risultava quasi dozzinale.
Più spesso, invece, era alto, bruno, occhi neri e sguardo profondo. Il colore degli occhi cambiava in azzurro o verde, come quando provi una blusa prima di uscire e ti osservi allo specchio cercando la tua palette cromatica, che negli anni ’90 era puro futurismo.
Avevo mille e una aspettativa su questo “evento”.
Non conoscevo l’istruttore, ma l’omino,che poi scoprii chiamarsi Bruno, mi aveva detto che era uno dei proprietari della scuola guida.

Due fratelli, due sedi in punti diversi della città. Uno, in particolare Pasquale, si occupava dell’autoscuola “Manzoni”.
Pasquale… non è che fosse proprio un nome da sogno.

Tipico del Sud, con quel nome puoi solo immaginare un uomo di mezz’età mezzo pelato e con le maniglie dell’amore diventate maniglioni antipanico e le calze a mezzagamba bianche in sandali da monaco tibetano, niente di più niente di meno.
Appuntamento davanti alla scuola guida alle 15:30, insieme ad altri ragazzi che avevano passato l’esame di teoria come me. Gruppi da tre o quattro, dieci o quindici minuti di guida ciascuno, e tanta pazienza.
L’auto era una Golf Volkswagen diesel grigio metallizzato, identica a quella di mio fratello, solo che questa aveva i pedali anche dal lato passeggero e, sopra la targa posteriore, la scritta SCUOLA GUIDA.
In piedi sul marciapiede, l’ansia mi stava divorando.
Ripassavo mentalmente i passaggi di accensione e partenza studiati con Bruno:

  1. Piede sul pedale a sinistra, la frizione, schiacciata fino in fondo.
  2. Cambio in prima marcia, quella per partire da fermi.
  3. Girare la chiave finché il motorino di avviamento non accende la macchina.
  4. Rilasciare lentamente la frizione e, contemporaneamente, premere l’acceleratore.
    E poi?
    Oddio… non lo sapevo. La lezione di Bruno finiva lì.
    Tutti questi pensieri giravano nella mia testa come un tornado che, a ogni secondo, acquistava potenza, pronto ad abbattersi sulla mia già fragile stabilità mentale.
    Intanto la macchina era arrivata.
    La portiera si aprì con un clic che mi attraversò come una scossa.
    Prima comparve una scarpa bianca immacolata, il monaco e i suoi sandali si erano volatilizzati, poi la gamba, e il resto del corpo che si sollevò dall’abitacolo con una naturalezza quasi insolente.
    Non scese dall’auto: emerse, come un protagonista che entra in scena sapendo di avere già conquistato il pubblico.
    Avete presente le scene dei film in cui il divo entra e la regia si mette a fare gli straordinari per renderlo irresistibile?
    Ecco, nella mia testa partì pure la colonna sonora, quella un po’ lenta, un po’ ammiccante, che ti fa capire subito che stai per cacciarti nei guai.
    Le ultime cellule grigie rimaste si misero sull’attenti, pronte a svenire una dopo l’altra, mentre lui avanzava verso di noi con quel passo sicuro che non lascia scampo.
    Tutto sembrava andare alla velocità 0.5x e questo alla mia mente permetteva di osservare dettagli che altrimenti sarebbero andati persi.
    Scarpe di ginnastica di un bianco immacolato, jeans aderenti neri punti giusti, senza maniglioni antipanico, e camicia azzurra sbottonata sul collo a mostrare un Tao in legno, che all’epoca faceva tanto figo, e poi il viso.
    Carnagione bruna od olivastra, come si dice, tipica mediterranea, barba leggermente incolta, che dava l’aspetto di uomo duro, che non deve chiedere mai, e poi gli occhi nerissimi dallo sguardo profondo, ipnotico a quegli occhi non puoi negare nulla.
    Rimasi così, imbambolata e impalata come un salame appeso in salumeria in attesa di essere scelto, comprato e gustato, persa nel turbinio dei miei sogni proibiti.
    Fu allora che mi accorsi, con un brivido di terrore tardivo, che Bruno stava parlando.
    E parlava di me.
    Che diamine gli stava dicendo di me???
    Mannaggia al mio fantasticare ad occhi aperti che inevitabilmente mi fa tappare le orecchie sul qui e ora.
    Annaspo per riprendere il controllo e…
    Sentii dire da Bruno, con la sua voce pacata e traditrice:
    «È lei quella che sbagliava sempre la stessa domanda del quiz, schiva lo scontro cambiando corsia.»
    Io.
    Io che schivo abbracci dagli sconosciuti sullo stesso mio marciapiede, cambiando direzione, quella risposta sbagliata era ancora nella memoria di tutti, e adesso lo sapeva anche Pasquale.
    Io che, in quel momento, avrei voluto sprofondare sotto il marciapiede.
    E fu proprio in quell’istante, quando ormai ero certa di aver perso ogni residuo di dignità, che Pasquale si fermò davanti a me.
    Non davanti al gruppo.
    Davanti a me.
    Si chinò leggermente, vista la differenza di altezze, mi studiò con quello sguardo che ti toglie l’uso delle gambe e, con un mezzo sorriso che sapeva di guai, disse:
    «Tranquilla… l’auto la controllo io. Tu intanto prova a controllare la faccia che stai facendo.»
    Il mio cervello si spense.
    Il cuore accelerò.
    E la mia dignità… be’, quella si diede alla fuga senza nemmeno salutare.
    Il resto… lo racconto nella prossima puntata.

Il Mondo di Ketty -La teoria della patente spiegata da un filosofo… claudicante

Dopo aver superato la giungla burocratica degli anni ’80, ero finalmente vicina al traguardo: il foglio rosa.

terza puntata – Quiz, ascelle e incroci.

Dopo aver superato la giungla burocratica degli anni ’80, ero finalmente vicina al traguardo: il foglio rosa.  

Prima quello provvisorio, un A4 anonimo e poco poetico, poi il vero foglio rosa, quello che precedeva il mitico “lenzuolo rosa” che tanto desideravo.  

Per chi non ha vissuto quell’epoca, vale la pena ricordarlo: all’iscrizione alla scuola guida, subito dopo la visita medica fatta lì sul posto, ti consegnavano il foglio rosa che ti permetteva di esercitarti alla guida con un adulto patentato da almeno dieci anni.  

Solo dopo aver superato l’esame di teoria avresti iniziato le guide con l’istruttore.

Chiarito il contesto, posso riprendere il mio viaggio nelle lezioni di teoria dell’omino claudicante, che dispensava spiegazioni con una ricchezza di particolari degna di un’enciclopedia… illustrata male.

Lezioni di teoria: entusiasmo, panico e saponette

Le lezioni si tenevano ogni primo pomeriggio, quando la digestione e la sonnolenza si alleavano contro la mia attenzione.  

All’inizio mi ripetevo: “E che ci vuole? Sono due concetti in croce.”  

Dopo qualche giorno, la frase diventò: “Ma come posso ricordarmi tutto ciò?”  

E infine, il più sincero: “Non ce la farò mai.”

L’omino, che aveva un radar infallibile per le anime smarrite, decise di aiutarmi.  

Visto che ero timida, mi propose di sostenere l’esame orale con la nuova tecnica delle schede a risposta multipla.  

Mi sembrò un dono della provvidenza.  

Non sapevo ancora che sarebbe stato viscido come una saponetta bagnata.

I miei pomeriggi si divisero così: mezz’ora di teoria e mezz’ora di schede.  

La teoria iniziava sempre con il motore a scoppio a quattro tempi, poi quello a iniezione, pistoni, cilindri, carburatori, battistrada, livello dell’olio, acqua della batteria, cinghia di distribuzione, frizione che attacca e stacca l’albero di trasmissione…  

Nel mio cervello tutto questo diventava un’immagine surreale: un albero di Natale montato su pneumatici, con siringhe, bottiglie di benzina, acqua e olio che penzolavano come decorazioni.  

Un caos totale.  

Il metodo di associazione non mi aiutava: era ormai assodato.

“Assettati ccà”

Non so quante schede io abbia compilato, segnando sempre lo stesso errore.  

Finché, spazientito, l’omino fece spostare tutti i ragazzi, mi guardò negli occhi e disse:  

“Assettati ccà.”

Mi sedetti, rigida come un palo della luce.

Mi mostrò un quiz:  

“Mentre percorri la carreggiata, una vettura sopraggiunge dal verso opposto invadendo la tua corsia. Come ti comporti?”  

A – Passi nella carreggiata di sinistra.  

B – Frena subito e mantieni la destra.  

C – Suoni il clacson e ti sposti al centro.

Io rispondevo a volte A, altre C.  

Lui sospirò, poi sfoderò il suo metodo educativo preferito: la metafora teatrale.

“Tu stai camminando tranquilla sul marciapiede, pensi all’appuntamento col fidanzato.”  

Apro bocca per dire che non avevo il fidanzato, ma mi zittisce con un gesto.  

“A 150 metri da te c’è un ragazzo che ti viene incontro con le braccia aperte. Che fai?”

Rifletto.  

Lo guardo.  

E mi viene un lampo di comicità.

“Dipende.”  

Lui alza il sopracciglo: “Da cosa?”  

Io: “Se è giovane e bello oppure vecchio e brutto.”

Risate generali.  

Per la prima volta, i ragazzi si accorgono che esisto.

L’omino, fingendo esasperazione, insiste:  

“E tu che fai?”  

Io: “Scendo dal marciapiede e cambio strada.”

Lui si mette le mani nei pochi capelli rimasti e urla:  

“E no no no! Ti devi FERMARE e metterti alla tua destra!”

Io, con innocenza teatrale:  

“E io dovrei aspettare che questo mi abbracci? E se gli puzzano le ascelle?”  

Altre risate.  

Ero diventata l’attrazione della scuola guida.

Alla fine, mi indica il quiz sbattendo con vigore il dito indice sulla B quasi a volerlo infilare insieme alla risposta esatta nella mia testa:  

“Quindi è chiaro che la risposta giusta è la B?”  

Io: “Chiarissimo. Anche se è un bel ragazzo, io mi fermo, accosto a destra e aspetto che passi, ma almeno gli posso fare l’occhiolino?”  

Applausi e risate.

Così, tra incroci paralizzanti e finestrini aperti che, udite udite, consumano più carburante in velocità, passai l’esame di teoria.

Il foglio rosa era finalmente mio.  

La teoria superata.  

Ora restava la parte più temuta e più desiderata: le guide.  

E soprattutto… l’incontro con l’istruttore, quello che avrebbe trasformato tutta quella teoria in strada vera, rumori veri, errori veri e prime piccole conquiste.La prossima puntata inizia lì: seduta al volante, con il cuore che batte più forte del motore.

La prossima puntata inizia lì: seduta al volante, con il cuore che batte più forte del motore.

Il ritorno negato: quando il talento trova le porte chiuse a casa propria

Mio figlio, laureato a Milano e oggi all’estero, è uno dei tanti giovani che l’Italia forma ma non trattiene. Alle istituzioni chiedo: non basta richiamare, bisogna costruire un sistema che accolga, valorizzi e renda possibile il ritorno.

-Ma tu, dove vivi?

-Residenza o domicilio? Rispondo guardando perplessa chi me lo chiede.
Sembra una domanda banale e semplice, invece per me apre un vaso di pandora.

Restare attaccata con le unghie e con i denti alla propria terra sicula è il mio scheletro nell’armadio.

Vorrei tornare ma non posso.

Ai giovani consiglio sempre di andare a formarsi fuori e fare esperienze all’estero.
Arricchire il proprio bagaglio culturale è fondamentale per l’evoluzione e l’affermazione del progetto chiamato “me stesso” che comprende il raggiungimento di obiettivi sempre più arditi e allettanti per una serena felicità nel vivere la vita, quella vita che sogniamo in un luogo ben preciso.

La terra che ci ha dato i natali e che ci ha visto muovere i primi passi, insieme ai nostri affetti più cari, la stessa terra che a volte ci fa arrabbiare e ci delude perché ingrata.

Ma poi, quando si torna, ci si accorge che qualcosa è cambiato. Non solo fuori, ma dentro. La terra che si era lasciata con un misto di rabbia e nostalgia diventa improvvisamente specchio di ciò che si è diventati. E allora quella terra, che sembrava stretta, lenta, a volte ostile e ottusa, si rivela custode di un’identità che non si può rinnegare.

🌿 Tornare non è un fallimento, è una scelta. 
Una scelta che richiede coraggio, perché significa confrontarsi con ciò da cui si era fuggito, con le aspettative altrui, con il senso di inadeguatezza che spesso accompagna chi decide di investire nel proprio luogo d’origine. Ma è anche un atto d’amore: verso se stessi, verso le proprie radici, verso una terra che ha bisogno di visioni nuove e di energie fresche.

💬 E allora sì, consiglio ai giovani di partire. 
Ma anche di tornare, se lo sentono. Di portare con sé il meglio di ciò che hanno imparato, e di trasformarlo in seme per un futuro diverso. Perché la vera rivoluzione non è solo altrove: è nel modo in cui si guarda ciò che si ha, e si sceglie di renderlo fertile.

E le istituzioni???

📣 Un appello alle istituzioni: non basta richiamare, bisogna accogliere.

Se davvero vogliamo che i talenti tornino, dobbiamo smettere di considerarli semplici numeri da reintegrare. I cervelli in fuga non sono solo risorse da recuperare: sono persone che hanno investito tempo, energie e sogni altrove, spesso perché qui non trovavano spazio. E allora, quando tornano, non possono essere accolti con la stessa inerzia che li ha spinti a partire.

🎯 Serve una visione, non solo incentivi. 
Serve un sistema che valorizzi il merito, che premi l’innovazione, che renda possibile costruire qui ciò che si è immaginato altrove. Serve una burocrazia snella, una rete di supporto concreta, un dialogo aperto con chi ha scelto di tornare. Perché il ritorno non sia una resa, ma un nuovo inizio.

🌱 Le istituzioni hanno il dovere di seminare fiducia. 
Di creare le condizioni affinché chi torna non si senta un estraneo, ma un protagonista. Perché solo così la fuga dei cervelli potrà trasformarsi in un ritorno di cuore, di idee, di futuro e di speranza.

Microimprese e formazione: criticità e risposte

Mentre il Rapporto INAPP conferma il basso coinvolgimento del segmento, FondItalia registra ancora un trend di crescita.

Il “Rapporto sulla formazione continua in Italia”, curato da INAPP per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha confermato, a inizio maggio, una criticità strutturale del sistema nazionale, sottolineando quanto siano «ancora poco coinvolti i lavoratori con le basse qualifiche e le microimprese» nei programmi di formazione continua. Una diagnosi che evidenzia come il divario nella promozione dei programmi formativi tra grandi e piccole e medie imprese rimanga una delle sfide principali per la competitività del tessuto economico italiano.

In questo scenario, FondItalia, il Fondo Paritetico Interprofessionale Promosso da UGL e Federterziario, presenta risultati che vanno in direzione opposta. L’Avviso FEMI 2025.01, di durata annuale ed aggiornato al Terzo Sportello (approvazione il 22 maggio scorso), registra infatti, il coinvolgimento di 1.132 microimprese su un totale di 1.887 aziende beneficiarie, pari al 60% del totale, e la partecipazione di 3.414 lavoratori in organico in imprese con un numero di dipendenti che va da 1 a 9. «I risultati dell’Avviso FEMI 2025.01 dimostrano che adottando strumenti adeguati alle specificità delle microimprese, queste rispondono con grande interesse alle opportunità di formazione -ha dichiarato Egidio Sangue, direttore di FondItalia-. La nostra policy, che fa leva sulle reti, la semplificazione e la flessibilità nell’accogliere tutte le esigenze formative delle imprese e dei lavoratori, ha consentito di abbattere le tradizionali barriere che limitavano l’accesso di queste realtà alle risorse, favorendo la diffusione di una cultura della formazione anche all’interno di organizzazioni di queste dimensioni».

Il trend positivo si evince dalla crescita progressiva nell’ambito dei primi tre Sportelli approvati nel corso del 2025. Dal I Sportello approvato l’11 febbraio, che aveva registrato 330 microimprese beneficiarie con 958 lavoratori coinvolti, si è arrivati ai dati aggregati del III Sportello con un incremento di oltre il 240% per le aziende e del 256% per i lavoratori formati. L’andamento crescente ha visto l’approvazione di 120 Progetti nel primo Sportello, 141 nel secondo e 161 nel terzo, per un totale di 422 Progetti formativi che hanno complessivamente coinvolto 15.005 lavoratori di imprese di tutte le dimensioni.

Il Presidente dell’INAPP Natale Forlani aveva evidenziato nella presentazione del Rapporto come «il ruolo dei Fondi può essere importante per rimediare al divario che esiste nella promozione dei programmi formativi tra grandi e piccole e medie aziende», sottolineando che l’attuale domanda di competenze e l’utilizzo di tecnologie nell’ambito delle piccole imprese «risulta attualmente inadeguata».

«La sfida principale per le microimprese non è solo attivare l’interesse verso la formazione, compito già di per sé complesso, ma anche dare seguito a tale interesse con modalità e strumenti adeguati alle loro dimensioni e alle loro capacità organizzative -ha aggiunto Sangue-. Nel caso di FondItalia, dove vi è un’adesione di microimprese pari al 91%, la vera risorsa che ci ha consentito di raggiungerle e coinvolgerle, sempre con maggiore frequenza, in percorsi formativi  sono state le Reti; Reti territoriali, di filiera, federali che sono state in grado di dialogare con gli imprenditori e co-costruire con loro una visione della formazione intesa come strumento di crescita delle imprese e con esse del tessuto produttivo del Paese».

La performance di FondItalia si inserisce in un contesto nazionale che vede la formazione continua tornare a crescere dopo il rallentamento pandemico. I 19 Fondi interprofessionali hanno coinvolto nel 2023 quasi 2 milioni di lavoratori, poco meno del 20% dei dipendenti delle imprese private, mentre il Fondo Nuove Competenze ha permesso di formare oltre 550mila lavoratori attraverso investimenti pubblici specifici.

Multitasking e Distrazioni: Come Riconquistare la Tua Mente

Breve elogio funebre della nostra capacità di stare fermi su una cosa sola per più di 8 secondi.

C’era una volta la concentrazione. Ce la ricordiamo tutti: durava abbastanza da finire un libro, guardare un film senza sbirciare il telefono durante la pubblicità, o persino ascoltare una persona parlare senza pensare “quanto manca?” anche se quello che dice è estremamente interessante per noi. Poi sono arrivati loro: TikTok, i Reels, lo scroll che scorre più veloce della nostra voglia di vivere. E non stiamo parlando solo dei quindicenni con l’apparecchio ai denti e le AirPods. No, ormai anche noi adulti – quelli che una volta leggevano i giornali cartacei e facevano la spesa con la lista scritta a penna – ci siamo arresi al fascino tossico del “solo un altro video”.

Una volta, e parliamo di un tempo in cui il modem faceva triiiin triiin bzzzz, chi non riusciva a concentrarsi per più di qualche minuto veniva inserito nella categoria dei “soggetti con disturbo dell’attenzione”. Era una diagnosi, non uno stile di vita. Oggi invece, se riesci a guardare un video di 3 minuti senza saltare al prossimo, sei praticamente un monaco zen in un mondo che scorre in 15 secondi.

C’è stato un tempo in cui gli adulti guardavano i giovani su TikTok con l’aria di chi osserva un esperimento sociale da lontano, credendo di esserne escluso. “Io non ci casco”, dicevamo, mentre scaricavamo l’app “solo per curiosità”. Due giorni dopo eravamo lì, alle 2:47 del mattino, a guardare una signora del Nebraska che insegna a piegare le magliette con il metodo giapponese. E no, non ci serviva davvero e no, non ci siamo resi conto del tempo trascorso.

La verità è che oggi, mentre i nostri figli tentano di uscire dalla spirale dello scroll, noi ci siamo costruiti un loft con vista nella stessa spirale. I Reels di Instagram sono diventati le nostre pillole antistress, e quel “solo cinque minuti” si allunga fino a quando il telefono non ci avvisa che la batteria sta morendo. Un avviso che ormai ha lo stesso impatto emotivo di un “la tua serie preferita è finita”.

E così, tra un video di gatti che suonano il pianoforte e un tutorial per fare il pane in padella con tre ingredienti, passano le ore. Ci sentiamo multitasking, moderni, aggiornati. Ma sotto sotto stiamo solo scappando da quella fastidiosa sensazione chiamata “presenza nel momento”.

Anche il cervello si è adeguato. Un tempo era un organo complesso, capace di mantenere l’attenzione su un pensiero coerente. Oggi somiglia più a un feed di TikTok: frammentato, iperstimolato, sempre pronto a passare da una riflessione sulla crisi climatica a un video di un papà che scopre il sesso del nascituro con un razzo rosa o azzurro.

Forse ridere di tutto questo è il primo passo per renderci conto che la soglia di attenzione non è morta. È solo stata messa in pausa, travolta da un’overdose di stimoli. Ma possiamo ancora scegliere di fermarci, anche solo per il tempo di una pagina letta senza notifiche, di una conversazione senza occhi che fuggono allo schermo, di un silenzio che non fa paura. Il multitasking ci fa sentire produttivi, ma spesso ci lascia solo stanchi e confusi. E allora, forse, il vero gesto rivoluzionario oggi è proprio questo: concentrarsi. Davvero. Un minuto per volta.

A volte, lo ammetto, penso seriamente di abbandonare il telefono. Di lasciarlo lì, in un cassetto, magari tra le vecchie bollette pagate e schemi di diete improbabili, per riprendermi la vita. Quella vera, fatta di silenzi che non notificano nulla, di sguardi che non hanno bisogno di filtri, di attese che non devono essere riempite per forza. Magari non durerà. Magari dopo un’ora sarò di nuovo lì a scrollare, a cercare un video su come organizzare meglio il tempo mentre lo sto perdendo. Ma quel pensiero resta. E forse è già un segnale: sotto le risate, sotto i balletti improvvisati, sotto l’ironia, c’è ancora la voglia di tornare a concentrarsi davvero. Di tornare, semplicemente, a esserci.

E tu, ci sei?