Mia figlia, l’autismo e il futuro che vogliamo scrivere

Una riflessione personale sulla Giornata dell’Autismo, tra conquiste, difficoltà e la speranza di un futuro più inclusivo.

La Giornata dell’Autismo è sempre passata un po’ in sordina nella nostra famiglia. Non perché non fosse importante, ma perché, fino a qualche anno fa, non sapevamo di doverla vivere con piena consapevolezza. La diagnosi di autismo per mia figlia è arrivata a 22 anni, quando ormai avevamo già attraversato insieme molte tappe della sua vita senza mai darle un nome preciso. Ora che ha 26 anni, guardo indietro e mi chiedo: come sarebbe stato se lo avessimo saputo prima?

Mia figlia è una guerriera, come ho raccontato nel mio blog. Ha affrontato il mondo con determinazione, superando ostacoli che noi, inconsapevoli, vedevamo solo come piccole difficoltà caratteriali. Ha studiato, si è laureata, lavora e vive da sola. La sua indipendenza è il frutto di un impegno costante, ma anche della sua straordinaria capacità di adattarsi e affrontare le sfide con coraggio.

Penso a quando era piccola, alle elementari. Il suo cervello elaborava le informazioni in modo differente, e io ho dovuto imparare un metodo per farle capire le lezioni, le nozioni, le formule matematiche. È stato un processo logorante per me e terribile per lei. Ogni spiegazione diventava una battaglia contro l’incomprensione, ogni compito un ostacolo da superare con fatica. Non sapevo allora che fosse autistica, ma sapevo che aveva bisogno di un approccio diverso, e così, senza rendermene conto, ho costruito per lei un ponte verso la comprensione.

Eppure, la diagnosi ha cambiato qualcosa. Non per lei, che ha semplicemente dato un nome a ciò che già sapeva di sé, ma per noi genitori. Ha illuminato tante situazioni del passato, spiegato quelle che ci sembravano solo stranezze o difficoltà passeggere. Ha portato con sé un senso di comprensione, ma anche un po’ di rammarico per non aver potuto sostenerla in modo più consapevole durante la sua infanzia e adolescenza.

Oggi, la Giornata dell’Autismo ha un significato nuovo per me. Non è solo una ricorrenza, ma un’occasione per riflettere su quanto sia importante comprendere, informarsi, ascoltare. Non si tratta solo di consapevolezza, ma di connessione, di empatia, di accettazione.

Mi emoziona vedere realtà come PizzAut, dove ragazzi autistici trovano un’opportunità concreta di lavoro e inclusione. Sono iniziative come queste che mostrano il vero significato dell’accoglienza e della valorizzazione delle capacità di ogni individuo. Ogni persona nello spettro ha qualcosa da offrire, e società più attente e inclusive possono fare la differenza nella loro vita e nel loro futuro.

Ma non basta l’iniziativa di pochi, serve un impegno concreto dello Stato. È ingiusto che le famiglie debbano affrontare da sole il peso dell’inclusione, dell’assistenza, del futuro. Il vero dilemma di ogni genitore di un figlio autistico è: cosa accadrà dopo di noi? Chi si prenderà cura di loro? È un interrogativo che pesa come un macigno, e che merita risposte più solide, strutturate, durature.

E poi c’è un altro aspetto fondamentale: il diritto di ogni persona di essere semplicemente sé stessa, senza etichette imposte dalla società. Mia figlia, come tanti altri, non vuole sentirsi definita da una diagnosi. Non è “diversa”, non è “speciale”, è semplicemente Alessia. Una persona con sogni, ambizioni, desideri. La società tende a incasellare tutto, ma il vero rispetto passa dal riconoscere che ogni individuo ha diritto a vivere senza sentirsi etichettato o limitato da definizioni preconfezionate.

Forse non ho vissuto questa giornata con la giusta attenzione negli anni passati, ma ora so che ogni giorno può essere un’opportunità per imparare, per accogliere e per sostenere chi, come mia figlia, vive il mondo con una sensibilità speciale. E voglio credere che, con il tempo, con l’impegno di tutti, anche lo Stato possa fare la sua parte, perché il futuro di queste persone non può dipendere solo dalle loro famiglie. La vera consapevolezza deve tradursi in azione e in cambiamento.

Il Mondo di Ketty – La pasta ‘ncasciata di mamma Gina

La pasta ‘ncaciata: il sapore delle feste e dei ricordi di famiglia.


Aprile è arrivato, e con lui le feste pasquali. E come ogni anno, insieme alla primavera, riaffiorano i ricordi più dolci della mia infanzia.

Da bambina, Pasqua significava solo due cose: vacanze scolastiche e quelle lunghissime tavolate colorate, stracolme di ogni ben di Dio, che mia nonna materna preparava con maestria. Tavolate che, come per magia, sembravano allungarsi ogni anno di qualche centimetro in più, giusto per farci stare tutti: zii, zie, cugini e, ovviamente, noi piccoli monelli, sempre pronti a dare l’assalto alla cucina.

Il nostro compito, infatti, era uno solo: rubare. Un pezzo di formaggio, una fetta di prosciutto, un tocco di salame… eravamo ladri d’ingredienti, e con la scusa dell’innocenza infantile, tutto ci veniva perdonato. Anzi, se eravamo pure un po’ grassottelli, meglio ancora! Perché, si diceva: “Talia chè sciaqquatu, u ritrattu da saluti è” (“Guarda che bello, si vede che sta benissimo”).

Ma c’era qualcuno che non godeva della stessa indulgenza: zio Ninì. Lui era il vero professionista del furto culinario, un ladro seriale di provviste che agiva senza alcun pudore sotto il naso della nonna. E la nonna, puntualmente, lo ammoniva con la sua frase minacciosa: “Si manca puru sulu ‘na briciola, tu manci nenti!” (“Se manca anche solo una briciola, tu non mangi niente!”). Ovviamente, lo diceva ogni anno… e ogni anno lui mangiava lo stesso.

Tra il trambusto organizzato della cucina, ogni donna aveva il suo ruolo preciso. Le zie, mia madre, tutte indaffarate, sapevano esattamente dove mettersi e cosa fare. E tra loro, la regina della pasta ‘ncasciata era lei: la mia mamma, Gina, la più grande delle sorelle.

Un giorno le chiesi perché si chiamasse così. Lei, con la sua solita sapienza culinaria, mi spiegò che ‘ncasciata significa “mescolata, amalgamata”. Tutti gli ingredienti – ragù, uova sode, prosciutto, melanzane fritte, mozzarella, formaggio e pasta già insaporita dal ragù- vengono uniti in una teglia e passati in forno, creando un’armonia perfetta. “Proprio come la nostra famiglia”, mi disse. Ingredienti diversi, ognuno con il proprio sapore, ma insieme capaci di dar vita a qualcosa di unico, buono, speciale.

Perché la pasta ‘ncasciata, da noi siciliani, non si mangia mai da soli. Chiama a raccolta la famiglia, sempre. Anche adesso che vivo lontano dalla mia terra, quando la preparo, il mio tavolo sembra allungarsi ancora, proprio come quello della nonna.

Perché la cucina è il cuore della casa. E la pasta ‘ncasciata è il cuore della Sicilia.

E così, ogni volta che il profumo del ragù si diffonde nella mia cucina, sento le voci della mia infanzia, rivedo le mani di mia madre all’opera e quasi quasi mi aspetto di vedere mio zio Ninì spuntare per rubare un pezzetto di formaggio. Purtroppo non può più farlo, ma quanto mi piacerebbe vederlo apparire ancora una volta, con quel sorriso furbo e le mani in pasta.

Il Mondo di Ketty – La Caponata, una Diva in Cucina

Quando gli ingredienti litigano ed io da cuoca divento una regista disperata.

E se un giorno la mia cucina si trasformasse in un teatro?

Signore e signori, benvenuti a teatro! Oggi sul palco della mia cucina va in scena un dramma gastronomico senza precedenti: “La Caponata, una Diva in Cucina”.

La protagonista? Sua Maestà la Melanzana, ovviamente. Capricciosa, pretenziosa e assolutamente intollerante a chi osa cuocerla senza il dovuto rispetto. Se non la friggiamo con attenzione, potrebbe vendicarsi diventando una spugna d’olio o, peggio, un pezzo di cartone insipido. Un errore e la diva si ritira nel camerino con un cipiglio offeso, rovinando l’intero spettacolo.

Poi c’è la squadra di supporto: pomodoro, cipolla, capperi, sedano e olive. Ognuno con il proprio carattere ben definito. Il pomodoro, sanguigno e passionale, vuole dominare la scena, mentre il sedano si lamenta di non essere mai abbastanza considerato, ma se non ci fosse lui l’opera perderebbe in croccantezza. Le olive, snob per natura, si credono l’elemento sofisticato della compagnia, e i capperi, piccoli ma velenosi, hanno sempre qualche commento salato da fare.

Ma attenzione! La vera svolta narrativa arriva con l’aceto e lo zucchero: il colpo di scena perfetto! Il dolce e l’agro si incontrano in un duello all’ultimo sapore, una lotta senza esclusione di colpi che, se ben gestita, porta alla perfetta armonia. Ma basta sbagliare le dosi e il risultato potrebbe trasformarsi in una tragedia shakespeariana.

E il regista di questo melodramma? Io, che tento disperatamente di mantenere l’equilibrio tra gli ingredienti litigiosi, con la speranza che alla fine tutti trovino il proprio posto nel piatto senza inscenare una rivolta.

Infine, dopo ore di prove, discussioni e tensioni, la Caponata è pronta per il gran debutto. Viene servita e… applausi! Ma attenzione, perché la diva ha un’ultima richiesta: “Lasciatemi riposare!”. Solo dopo qualche ora (o meglio ancora, il giorno dopo), il capolavoro raggiunge la sua massima espressione.

Così si conclude il nostro spettacolo culinario, tra sudore, lacrime e un’esplosione di sapori. La Caponata è servita… inchinatevi alla Regina indiscussa della tavola siciliana!

Caro Chatbot, scrivi tu?

Quando la tecnologia tenta di sostituire la creatività.

Non ho più il controllo del mio tempo. Voglio essere più produttiva, più incisiva. Quando scrivo, voglio trascinare il lettore dentro le mie parole, tenerlo incollato alla pagina, costringerlo a restare fino alla fine, senza scampo. Voglio che arrivi all’ultima riga con il fiato corto e il cuore in gola.

Mi siedo alla scrivania. Ieri ho fatto pulizia: via il superfluo, spazio alle idee. Foglio bianco davanti a me, penna scorrevole tra le dita. Perfetto. Adesso scrivo.

Uno, due, tre minuti. O forse ore.

Niente.

La mia mente è un deserto. No, peggio. È piena di pensieri inutili e molesti. Devo fare la spesa. Dovrei mettermi a dieta. Ho pagato la bolletta?

Devo uscire da questo loop.

— E ti pare facile?

Lo dico al foglio bianco. Lui mi guarda, impassibile. Giudicante.

Poi, un lampo.

— Potrei chiedere un aiutino.

L’IA! Il miracolo tecnologico che salva gli scrittori in crisi. Il chatbot che tutto sa e tutto può.

— Io ci provo. Vediamo che ne esce.

Apro il laptop.

— Ciao, dammi un’idea brillante per un racconto!

L’IA non si fa attendere:

IA: Certo! Un matrimonio tra due giovani, ostacolato da un signorotto potente!

Rimango impietrita.

— Ma questi sono I Promessi Sposi!

L’IA non si scompone.

IA: Ok, allora… un gruppo di giovani rinchiusi in una casa per dieci giorni.

Sgrano gli occhi.

— Questo è Il Decamerone!

Silenzio. Guardo lo schermo. Lo schermo guarda me.

Forse un giorno l’IA scriverà romanzi migliori dei miei.

IA: Secondo le statistiche, il 72% dei lettori non noterà la differenza!

Sorrido, chiudo il laptop. Prendo la penna.

— Sì, ma io voglio scrivere per il restante 28%.

Sipario

Ma prima che si chiuda del tutto, voglio lasciarvi una mia riflessione.

Se persino uno scrittore navigato può cadere nella tentazione di farsi scrivere un’idea dall’IA, o addirittura un testo, cosa succede ai più giovani? A quelli che devono ancora scoprire il brivido della pagina bianca, il piacere di cercare la parola giusta, la soddisfazione di un’idea che nasce dal nulla e prende forma, il piacere di scervellarsi a trovare la soluzione ad una funzione matematica?

L’IA risponde veloce, è brillante, non sbaglia la grammatica (quasi mai). Ma può insegnare il pensiero critico? Può sostituire il percorso, gli errori, i fogli accartocciati e le notti insonni che trasformano un pensiero vago in una storia indimenticabile, registrare un pensiero mentre corri al lavoro, perché hai paura di scordarlo?

Forse il vero rischio non è che l’IA scriva al posto nostro. Ma che ci faccia dimenticare quanto sia bello farlo da soli.

E su questo, il chatbot non ha nulla da aggiungere.

GiùGiù Gramaglia: “Sul palco e davanti alla macchina da presa, porto sempre la mia Sicilia”

L’attore vigatese ripercorre la sua carriera tra aneddoti, incontri speciali e l’amore per il teatro.

Ci sono artisti che calcano il palcoscenico per mestiere e altri che lo fanno per passione. GiùGiù Gramaglia appartiene senza dubbio a entrambe le categorie: con oltre cinquant’anni di carriera, ha vissuto il teatro come un viaggio in continua evoluzione, partendo dalle recite parrocchiali fino ad approdare ai set di grandi produzioni televisive come Il Commissario Montalbano e Il Capo dei Capi.

Oltre alla sua esperienza davanti alla macchina da presa, GiùGiù continua a portare in scena il teatro con interpretazioni intense, come quelle nei testi di Pirandello, e a tenere viva la memoria culturale siciliana attraverso i Percorsi d’Inchiostro, un omaggio alla Vigata letteraria di Andrea Camilleri. In questa chiacchierata ci svela i momenti più emozionanti della sua carriera, i ruoli che più lo hanno segnato e i segreti del mestiere.

Come è nata la tua passione per il teatro e la recitazione?

Innanzitutto, è un piacere incontrare una persona così intraprendente! Questo mi aiuta anche a sciogliermi un po’, visto che di natura sono piuttosto schivo e riservato. La mia passione per il teatro e la recitazione è nata nel tempo, più di cinquant’anni fa. Ho iniziato con le classiche recite parrocchiali e gli spettacoli organizzati dalle suore dell’oratorio. All’epoca, lo ammetto, il teatro aveva per me anche altri fini—come stare in mezzo alle ragazzine—quindi lo vivevo in modo diverso. Ma dentro di me cresceva qualcosa di più profondo, un vero interesse per la scena. Col tempo ho capito che forse il palcoscenico era il mio posto, il luogo dove potevo davvero esprimermi.

Quali sono state le esperienze teatrali che più hanno influenzato la tua carriera?

Il teatro mi ha permesso di raggiungere traguardi ambiziosi e di vivere esperienze fondamentali per la mia carriera. Una delle più significative è stata la celebrazione del centocinquantesimo anniversario della nascita del Premio Nobel Luigi Pirandello, che mi ha dato l’opportunità di portare le sue opere in scena negli Istituti Italiani di Cultura di città come Malta, Stoccolma e Oslo.
Recitare Pirandello significa immergersi in un universo complesso, in cui l’identità e la verità si intrecciano continuamente. Ho avuto l’onore di interpretare La verità, una novella che confluisce ne Il berretto a sonagli, affrontando il tema della verità come concetto mai assoluto, ma sempre relativo, condizionato dallo sguardo degli altri.
Un’altra esperienza teatrale fondamentale è stata Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller, che ho portato in scena nel 1995-96 interpretando Eddie Carbone. La mia interpretazione fu molto apprezzata, tanto che il video dello spettacolo fu mostrato anche a Michele Placido, che all’epoca stava valutando di mettere in scena lo stesso testo. Negli anni ’90, però, non c’erano ancora le innovazioni tecniche di oggi e si temeva che un’opera così complessa potesse non ricevere la giusta risposta dal pubblico. Alla fine, la nostra versione fu accolta con entusiasmo e divenne uno dei cavalli di battaglia teatrali di Michele Placido.

“Essendo l’unico empedoclino ad aver lavorato su un testo del tuo concittadino Andrea Camilleri, come descriveresti questa esperienza?” 

L’incontro con il maestro Andrea Camilleri è stato una svolta epocale nella mia vita, sia personale che professionale. Ha rappresentato un’esperienza unica, che mi ha portato a essere—se non proprio l’unico, perché c’è un altro amico che ha lavorato su alcuni suoi testi—ma certamente l’unico empedoclino ad aver preso parte alle riprese de Il Commissario Montalbano.
Ho avuto l’onore di partecipare a due episodi: Il senso del tatto nel 2000 e Una faccenda delicata nel 2016. Questa esperienza ha cambiato profondamente sia la mia vita artistica che quella personale, aprendo scenari meravigliosi. Credo che chiunque faccia questo mestiere sogni di vivere almeno una volta un’opportunità del genere.
Oltre a Montalbano, ho avuto anche la possibilità di lavorare su altri adattamenti dei testi di Camilleri, come la serie C’era una volta Vigata, girata in costume a Scicli. È stata un’esperienza straordinaria, che mi ha permesso di conoscere persone meravigliose, tra cui il regista Alberto Sironi, con cui ho avuto il piacere di collaborare.

Puoi raccontarci delle tue esperienze sul set de “Il Commissario Montalbano” e “Il capo dei capi”?

Come dicevo, l’esperienza su Il Commissario Montalbano è stata eccezionale. Mi sono ritrovato, quasi dal nulla, catapultato sul set di una produzione di altissimo livello, lavorando fianco a fianco con professionisti di grande calibro come Luca Zingaretti e tutto il cast. Venivo dalla “polvere” di un palcoscenico di periferia e trovarmi improvvisamente immerso in una realtà così importante è stato incredibilmente gratificante.
Anche la mia esperienza ne Il capo dei capi è stata molto significativa. Ancora oggi, quando le persone mi incontrano, ricordano con grande impatto la scena che ho girato in quella serie. Interpretavo un tassista, il classico “tuttofare” all’interno di un contesto corrotto. A volte questa cosa mi lascia un po’ perplesso, perché la gente tende a identificare gli attori con i loro personaggi, specialmente quando si raccontano storie legate alla realtà siciliana. Ma fa parte del gioco: il pubblico si affeziona a certi ruoli e rivede in essi frammenti della propria esperienza.

Qual è il tuo metodo per prepararti a un nuovo ruolo, sia teatrale che cinematografico?

Quando si tratta di teatro, tutto parte dalla comprensione del personaggio. È fondamentale immergersi nella sua realtà caratteriale, cercando di coglierne la semplicità, le sfumature e la complessità. Il mio approccio consiste nel vivere il personaggio in prima persona, facendolo diventare parte di me per tutta la durata della preparazione.
Ad esempio, quando ho interpretato Carbone, per un certo periodo mi sono sentito proprio come lui: vile, arrogante, vigliacco. Era un personaggio con tratti negativi molto marcati, ma questo è il bello del mestiere dell’attore: saper entrare completamente in un ruolo e, allo stesso tempo, avere la capacità di spogliarsi da quello stesso ruolo in un attimo per passare a un’altra storia, a un’altra anima.

Quali consigli daresti ai giovani che desiderano intraprendere la carriera teatrale oggi?

“Il consiglio che mi sento di dare ai giovani che vogliono intraprendere la carriera teatrale è, prima di tutto, quello di essere sempre se stessi. È fondamentale mantenere i piedi per terra, senza montarsi la testa, e capire che in questo mestiere bisogna dimostrare qualcosa ogni giorno. La responsabilità, la serietà e la professionalità sono qualità indispensabili, perché affrontare il palcoscenico o la macchina da presa non è affatto semplice come potrebbe sembrare. Recitare non significa solo salire sul palco e dire battute, ma richiede dedizione, studio e sacrificio.
Ricordo bene gli inizi, negli anni ’70, quando partecipavamo alle famose “Feste dello Studente”. Preparavamo uno spettacolo per un intero anno, provando senza sosta per andare in scena il 5 o 6 gennaio. Ricordo le nottate passate a montare le scenografie nei cinema, subito dopo l’ultimo spettacolo di mezzanotte. Lavoravamo con pannelli enormi, che con il sole e la pioggia si gonfiavano e diventavano ancora più pesanti, ma nulla ci fermava. Eravamo giovani, pieni di entusiasmo, e la fatica passava in secondo piano: le luci del palcoscenico ci ripagavano di ogni sforzo, riempiendoci di adrenalina e soddisfazione.
Ecco perché ai giovani dico: bisogna essere disposti a fare sacrifici, perché senza sacrificio non si arriva da nessuna parte. Io stesso, tante volte, ho dovuto lasciare la mia famiglia per le prove o per gli spettacoli. Ma se si ama davvero questo mestiere, ogni rinuncia diventa parte di un percorso che, alla fine, regala emozioni uniche.”

Ci sono nuovi progetti teatrali o cinematografici a cui stai lavorando attualmente?

“Attualmente sto lavorando a un nuovo film, in uscita al cinema a fine marzo, insieme alla compagnia dei fratelli Sansoni. Il film si intitola E poi si vede dove interpreto un personaggio semplice ma dal carattere scorbutico, quello che in siciliano definiremmo un po’ “scostumato”. È un usciere di concorso, una figura simpatica che mi ha subito divertito e coinvolto in questa nuova avventura cinematografica.
Nel cast ci sono anche grandi nomi come Donatella Finocchiaro, Domenico Centamore ed Ester Pantano, con cui ho avuto già il piacere di lavorare in passato, ad esempio ne Il Commissario Montalbano. Ricordo con particolare affetto Domenico Centamore, con cui ho condiviso diverse esperienze sul set, tra cui I fantasmi di Portopalo.
Quest’ultimo è stato un progetto molto intenso ed emozionante, con Beppe Fiorello, che raccontava la tragica storia del naufragio avvenuto la vigilia di Natale al largo di Portopalo di Capo Passero, in cui persero la vita circa 300 migranti. Un’esperienza toccante, che mi ha lasciato un segno profondo.

C’è un episodio o un aneddoto particolare della tua carriera che ti piacerebbe condividere con noi?

Per quanto riguarda gli aneddoti legati alla preparazione di un film, ricordo con piacere l’incontro con Beppe Fiorello durante le riprese de I fantasmi di Portopalo. Sono stato convocato per interpretare un pescatore, un personaggio che faceva parte della comunità di marinai coinvolti in questa drammatica vicenda.
Prima di girare, ci hanno fatto fare delle prove per immergerci completamente nel ruolo. Abbiamo trascorso un’intera giornata in mare, vivendo l’esperienza della navigazione e della pesca come veri pescatori. Ricordo che il mare era un po’ mosso e qualcuno ha dovuto “lasciare il fegato”, ma è stata un’esperienza incredibile, che mi ha fatto comprendere davvero la durezza e la bellezza di quel mestiere.
Per quanto riguarda invece il teatro, la preparazione di un personaggio segue sempre lo stesso principio: bisogna prima di tutto capire ciò che si sta andando a recitare. Se non si comprende il testo, non si può interpretarlo nel modo giusto. Questo vale in particolare per Pirandello: se non si afferra la sua filosofia e la profondità dei suoi concetti, non solo diventa difficile recitare, ma persino memorizzare le battute. L’attore deve entrare nel mondo del personaggio, interiorizzarlo e farlo suo, solo così può restituirlo in modo autentico al pubblico.

Un altro aneddoto che ti voglio raccontare è il mio primo incontro con Andrea Camilleri legato al mio debutto in una sua opera, con l’episodio Il senso del tatto de Il Commissario Montalbano. Dopo aver terminato le riprese, il mio caro amico, il professore Biagio Milano, orgoglioso di me, volle presentarmi al maestro.
Un giorno mi disse: “Vieni, ti voglio far conoscere Camilleri”. Così ci avvicinammo a un bar dove lui era seduto con un’altra persona, intenti a conversare davanti a un caffè. Dopo un po’, il suo interlocutore si alzò e andò via, e poco dopo arrivò il cameriere con un bicchiere di latte di mandorla, servito in uno di quei bicchieri a forma di cono con la base stretta.
A quel punto, Biagio prese la parola: “Maestro, è un piacere presentarvi GiùGiù Gramaglia, ha appena partecipato a una fiction del Commissario Montalbano”. Camilleri sollevò lo sguardo e, istintivamente, allungammo entrambi la mano per salutarci. Involontariamente, mentre facevo un passo avanti, toccai la base del tavolo, facendo oscillare pericolosamente il bicchiere. Ci trovammo così, mano nella mano, a guardarci negli occhi, mentre con l’altro occhio controllavamo il bicchiere che, per fortuna, rimase in equilibrio.
Qualche tempo dopo, lo rividi nuovamente al bar e decisi di metterlo alla prova per vedere se si ricordava di me. “Buongiorno, maestro”, gli dissi. “Si ricorda chi sono?”. Lui mi guardò e rispose: “Mi ricordo, mi ricordo… ho visto l’anteprima del film”. Per un attimo pensai che si ricordasse di me per il rischio che avevo corso di versargli addosso il bicchiere, invece mi riconosceva per il mio lavoro. Fu un’emozione unica.

Ultima chicca che ti do in anteprima e ti lascio il l’indirizzo dove trovi tutti i lavori che ho fatto, 50 anni sono davvero tanti. https://www.giugiugramaglia.altervista.org

Quest’anno, in occasione del centenario della nascita di Andrea Camilleri, sono impegnato a Porto Empedocle in un progetto speciale che celebra il legame tra lo scrittore e la sua terra. Insieme a un gruppo di amici attori, conduco “i Percorsi di Inchiostro”, un’iniziativa che accompagna i visitatori alla scoperta della Vigata letteraria, quella reale che ha ispirato i suoi romanzi.
Durante il percorso, non ci limitiamo a mostrare i luoghi, ma li arricchiamo con momenti teatrali, portando in scena frammenti tratti dai libri e dalle fiction. A differenza della Vigata cinematografica, ci concentriamo sui luoghi autentici della vita di Camilleri: il bar dove faceva colazione, il caffè dove incontrava gli amici, la storica Trattoria da Enzo, tuttora esistente.
Tra le tappe più suggestive c’è anche il vecchio magazzino di legnami, che ha ispirato La concessione del telefono, insieme ad altri scorci di Porto Empedocle che hanno lasciato un segno nelle sue opere. È un viaggio emozionante, che permette ai visitatori di immergersi nel mondo di Camilleri attraverso i suoi luoghi, le sue parole e le atmosfere che hanno dato vita ai suoi racconti.