Il Mondo di Ketty – Nel cuore della tempesta

Viaggio dentro una tristezza che chiede ascolto, non fuga.


Ci sono momenti in cui una tristezza profonda ti avvolge all’improvviso, quasi fosse un senso di perdita. Non la perdita di qualcosa di esterno, ma di te stessa: della voglia di continuare a lottare, di colmare lacune, di costruire ponti verso ciò che desideri essere.

In quei momenti ti assale una voglia irrefrenabile di mollare tutto, di abbandonare la nave. Una nave che continua a navigare nella tempesta della vita, mentre tu senti di essere al timone completamente da sola. Le onde si fanno sempre più alte, gli iceberg compaiono all’improvviso, il vento soffia forte. E tu ti senti stremata.

Ogni ostacolo superato non ti concede nemmeno il tempo di respirare, perché subito ne arriva un altro. E poi un altro ancora. È come essere la protagonista di un film che qualcuno ha scritto per te, senza che tu abbia il diritto di modificarne la trama.

A volte pensi che sarebbe bello rifugiarsi in una dolce amnesia. Non ricordare ciò che sei stata, né i traguardi raggiunti o mancati. Lasciare andare tutto ciò che ti ha condotta fino a quell’istante in cui senti che tutto è svanito. Il punto di non ritorno. O forse, il punto d’inizio di una nuova esistenza senza memoria: un hard disk vergine, ancora tutto da scrivere.

Pensa…

E allora penso. 
Penso che, forse, non serve davvero cancellare tutto per ricominciare. Forse basta concedersi il diritto di fermarsi, di respirare, di riconoscere che essere stanchi non significa essere finiti. 

Forse la nuova esistenza non nasce dall’amnesia, ma dal coraggio di guardare in faccia ciò che fa male senza lasciarsi definire da esso. Dal permettersi di chiedere aiuto quando il timone pesa troppo. Dal ricordarsi che nessuna tempesta dura per sempre, anche quando sembra infinita.

E così, mentre le onde continuano a infrangersi, capisco che non sono obbligata a essere invincibile. Posso essere fragile, posso essere umana. E in quella fragilità, paradossalmente, ritrovo un punto d’appoggio. 

Non un hard disk vergine, ma una pagina nuova. 
Non un oblio, ma un inizio.
Un nuovo inizio fatto di coraggio e speranza.

Il Mondo di Ketty – Colpo di coda del 2025

Cronache semiserie di un anno che scivola via.

Ore 6:30. Mi incammino verso la stazione con la lentezza di chi sa di avere tempo, e con l’anticipo di chi non si fida troppo del destino – o di Trenord, che a suo piacimento dovrebbe concedermi un treno alle 6:59. 
È il penultimo giorno di questo 2025, e i miei pensieri si rincorrono come fogli mossi dal vento: da un lato le preparazioni culinarie del Capodanno imminente, dall’altro i bilanci di un anno che si sta sfilando dalle mani. 
Due mondi che nulla hanno in comune, eppure convivono nella mia testa come coinquilini rumorosi. Il mio cervello, a volte, sembra davvero una macchina da flipper: luci, rimbalzi, traiettorie imprevedibili. 
Dicono che sia multitasking. Io dico che è sopravvivenza.

Ripasso mentalmente dispensa, frigorifero, padelle, stoviglie, e soprattutto le richieste – o pretese – dei commensali: 
chi senza formaggio ma con le cipolle sì, 
chi con formaggio ma le cipolle no, 
e poi io, che inevitabilmente farò confusione. 
Vi farò sapere che forma prenderanno le mignolate e come riuscirò a distinguerle, una dall’altra, prima che finiscano divorate. 
In ogni caso, saranno un successo. Succulento, se non altro.

Con questi pensieri ingombranti che mi fanno da corteo, il mio sguardo fissa a terra – non si sa mai, visto la mia carriera da scivolatrice- noto che il marciapiede brilla. 
Brilla davvero. 
Lo osservo, lo ammiro, mentre i miei passi – ormai milanesizzati, rapidi, decisi – entrano ed escono dal mio campo visivo: destra, sinistra, destra… 
E mi domando da dove arrivi quella luce. 
Che meraviglia, penso. 
Che incanto.

Non faccio in tempo a realizzare che è il ghiaccio, figlio dell’umidità e del gelo della notte, che il mio piede sinistro scivola su un tombino di scolo. 
E in un istante mi ritrovo a terra, con il naso a pochi millimetri dalla geometria delle piastrelle del marciapiede, che ora posso studiare con un’attenzione quasi archeologica. 
Vabbè. Che sia l’ultimo capitombolo dell’anno, almeno questo.

Il 2025 è stato un anno né buono né cattivo, come molti degli ultimi. 
Ho incontrato persone: alcune camminano ancora accanto a me, altre hanno preso strade diverse; alcune mi hanno ferita e me ne sono allontanata, altre mi hanno offerto serenità, sostegno, presenza. 
Tutte, in un modo o nell’altro, hanno lasciato un’impronta su ciò che sono oggi.

Ho riso, ho amato, ho sopportato. 
Ho pianto, ho abbracciato, ho baciato. 
Ho gioito, mi sono emozionata. 
Ho vissuto momenti di luce e momenti di angoscia. 
Sono caduta, e ogni volta mi sono rialzata, con quella piccola ostinata speranza che abita il cuore e l’anima: domani è un altro giorno. 
E un altro anno. Il 2026.

PS. Le mignolate? Un trionfo. Hanno conquistato tutti. Provare per credere