L’Ue riattiva l’operazione Sophia che Salvini aveva bloccato

Fatta passare come controllo sul’embargo delle armi, serve a gestire i migranti economici.
Bloccata dall’allora ministro Salvini, l’operazione Sophia viene riattivata dall’Ue.

L’operazione Sophia va rivista.

È quanto ha dichiarato l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Josep Borrell, durante la conferenza stampa al termine del consiglio Esteri dell’Ue a Bruxelles.

Più nel dettaglio, le sue parole sono state le seguenti:

Non si tratta di cambiare, ma di rifocalizzare il mandato dell’operazione Sophia, in modo che la sua priorità sia il monitoraggio del rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia e non si occupi di migranti.

L’embargo sulle armi non si controlla solo via mare, anzi, la maggior parte delle armi passa via terra, per il deserto. Possiamo controllare il mare, ma dobbiamo controllare anche la terra e i cieli. Servono satelliti e asset aerei che per ora non sono inclusi nella missione Sophia”.

L’operazione aeronavale dell’Ue era stata bloccata dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, che si opponeva all’obbligo di sbarcare in Italia i migranti salvati dalle navi partecipanti. Ora il consiglio europeo l’ha riattivata a livello politico.

Ora è necessaria la proposta formale discussa dagli ambasciatori nel Cops (Comitato politico e di sicurezza); lo stesso Borrell ha poi continuato:

Spero si possa avere una risposta al prossimo Consiglio Esteri dell’Ue. Alla conferenza di Berlino è stata decisa una tregua in Libia ma non ancora il cessate il fuoco, senza il quale è difficile immaginare un impegno dell’Ue sul terreno.

Ad ogni modo non penso che il cessate il fuoco sia una condizione necessaria per riattivare Sophia, che c’era già in precedenza e che si svolge in mare.

Per una parte dell’opinione pubblica italiana Sophia è un’operazione che riguarda solo la questione dei migranti; ma non è per questo che la riattiviamo. Originariamente l’operazione aveva entrambi i mandati, lotta al traffico di esseri umani e lotta al traffico d’armi, ed ha fatto molto contro il traffico d’armi, sequestrandone molte e impedendo che arrivassero in Libia. Ma certamente la missione navale avrà ancora l’obbligo di effettuare salvataggi in mare, in ossequio alle norme del diritto internazionale”.

Il sentore è quello che si voglia riattivare il business dei migranti economici, mascherato sotto il controllo del traffico d’armi.

Grom punta sui vasetti al supermercato: chiuse 7 gelaterie

La Grom cambia strategia: chiude 7 gelaterie (il 15% del totale) e punta sui vasetti per supermercati.

Grom, la catena di gelaterie nata a Torino creata da Federico Grom e Guido Martinetti, cambia strategia.

Dopo essere entrata anche a Palazzo Chigi grazie all’allora premier Matteo Renzi che, per rispondere ad una vignetta dell’Economist, decise di mangiarsi un gelato in mondovisione, si sposterà dalle gelaterie ai supermercati.

L’azienda ha infatti deciso di puntare sui vasetti per i supermercati e sulle vaschette per i bar.

La scelta è dovuta alla revisione del business che Unilever sta apportando a marchi come Algida e Magnum; più precisamente, i titolari hanno dichiarato quanto di seguito:

Quella in rampa di lancio è una strategia multicanale a supporto del piano di crescita del brand per assecondare l’evoluzione del modello di business degli ultimi anni e che tiene conto di nuove opportunità, di nuovi canali e di nuovi modelli di acquisto e consumo: alle gelaterie Grom affianca il canale “on the go” con smart format come chioschi o biciclette gelato, la GDO, i bar ed il canale direct to consumer”.

Ancora incerto, invece, il future dei fondatori che dopo la cessione avvenuta nell’autunno del 2015, col nuovo modello di business, devono già rinunciare al motto originale “gelato come una volta”.

La nuova strategie prevede la chiusura di sette punti vendita su un totale di 46 (ovvero il 15%): Udine, Modena, Mestre, Alessandria, Treviso, Varese ed addirittura Torino, dove vi era la location originale.

Cina, virus di Wuhan: isolata la città ed annullato il capodanno

La città di Wuhan è isolata e tutti i servizi di trasporto sono bloccati a causa dell’espandersi del virus.
Pechino annulla il capodanno e gli eventi pubblici.

Si sta espandendo sempre di più, in Cina, il virus di Wuhan.

Il numero dei morti è salito a 25 ed il numero dei casi confermati ha toccato quota 547, di cui un caso anche negli Usa.

Per questo motivo si è deciso di bloccare la città: autobus, metropolitane, traghetti, treni ed aeroporti; nulla si muove come in una città fantasma. Wuhan è di fatto isolata.

I casi di contagio da Coronavirus si sono raddoppiati in un solo giorno; per questo motivo, stando all’emittente nazionale cinese Beijing News, Pechino e Macao hanno anche deciso di annullare il capodanno ed i principali eventi pubblici.

Il virus è letale, ha il 70% di somiglianza genetiche al virus della Sars (anche nota come influenza aviaria), un periodo di incubazione di 14 giorni e pare abbia avuto origine dai serpenti; trasmesso ai rettili dai pipistrelli, il virus si sarebbe ricombinato per poi passare all’uomo grazie ai mercati di animali vivi, molto presenti in Cina.

A confermare il blocco totale della città arriva la notizia di China State Railway Group, ovvero l’operatore ferroviario del Paese, che ha annunciato il rimborso totale dei biglietti a partire da domani.

Manovra 2020: 6 miliardi di tasse occulte

Altro “parlar bene e razzolar male” del governo giallorosso: nella manovra 2020 sbucano tasse nascoste per 6 miliardi.

Continua il giochetto del governo giallorosso, fatto di belle parole alle quali però seguono fatti contrari.

È successo con la politica dei flussi migratori (approfondimento al link), con la restituzione dei salari non avvenuta, senza considerare che l’attuale governo è l’alleanza tra due forze che si erano giurato nemiche a vita. Ora tocca alle tasse.

Nella manovra 2020, infatti, non solo il governo si è dato un’immagine eroica per aver evitato l’aumento dell’iva derivante dalle clausole di salvaguardi messe dal Pd stesso, ha pure inserito ben 6 miliardi di euro di tasse senza citarle.

A riprova che le tasse sono reali, arriva il fatto che lo Stato le abbia già registrate nel proprio bilancio per quest’anno.

La voce più importante, che da sola vale circa 5 miliardi di euro, riguarda la stretta sulle compensazioni, che impedisce alla maggior parte dei contribuenti di utilizzare in compensazione i propri crediti d’imposta per gran parte del 2020; ne consegue che imposte che altrimenti sarebbero state compensate dai crediti vantati nei confronti dell’erario, dovranno invece essere effettivamente versate.

Altri 400 milioni sono invece inerenti l’abrogazione del super e dell’iper ammortamento; questo, però, avrà un impatto anche sugli investimenti in beni strumentali, disincentivandoli e diminuendo, da un lato, il ciclo economico di un’economia già in crisi, dall’altro, il processo di modernizzazione (cosa che stavo tra l’altro andando molto bene e non v’era senso di cancellare).

Arriva poi lo stop del regime forfettario, il quale impatto è tuttavia difficile da quantificare.

Non viene rinnovata la flat tax sulle locazioni immobiliari, vengono tagliate le detrazioni fiscali per i redditi più elevati e vengono unificate Imu e Tasi. Il tutto porterà ad un aumento delle imposte pari a 15 miliardi di euro.

La categoria più colpita risulta essere, ancora una volta, quella dei lavoratori autonomi, che dovranno vedersela anche con i maggiori costi dei nuovi adempimenti burocratici.

Chi invece trae beneficio dalla manovra 2020 sono, come sempre, le banche. Quella che viene continuamente spacciata come lotta all’evasione e che sta facendo chiudere quotidianamente decine di imprese per i motivi visti sopra, andrà ad alimentare sempre più le commissioni bancarie per via della sempre più spinta imposizione dei pagamenti elettronici.

Sembra davvero che a scrivere le leggi sia qualcuno che vuole il male del Paese.

Libia: chiusura di due stabilimenti petroliferi

Chiudono due grandi stabilimenti petroliferi libici a causa del blocco militare.
Sale il prezzo del petrolio con i Paesi concorrenti pronti ad accaparrarsi le quote di mercato.

Sono iniziate le procedure di chiusura di due grandi stabilimenti petroliferi in Libia.

La causa sarebbe il blocco militare; le conseguenze la riduzione al minimo dei flussi di greggio provenienti dal Paese membro dell’Opec e l’aumento del prezzo del petrolio.

I due giacimenti sono localizzati nel sud-ovest della Libia e, stando a quanto riporta la “National Oil Corporation (Noc)”, il motivo si deve alla chiusura di oleodotto da parte delle forze fedeli a Khalifa Haftar.

I future sul Brent sono infatti andati al rialzo di 33 centesimi arrivando a toccare quota 65,18 dollari al barile (+0,51%), avvicinandosi quindi al massimo toccato di 66 dollari al barile in data 9 gennaio.

Sale anche il greggio americano, che fa registrare un aumento di 21 centesimi (+0,36%), toccando quota 58,75 dollari al barile e facendo registrare il prezzo più alto dal 10 gennaio.

L’aumento è stato limitato dalle dichiarazioni di alcuni analisti e trader, i quali sostengono che le mancanti quote di greggio proveniente dalla Libia saranno compensate da altri Paesi produttori; più nel dettaglio, il broker petrolifero Brennock ha dichiarato:

Il mercato petrolifero rimane ben impostato dal punto di vista dell’offerta con ampie scorte e un buon cuscinetto di capacità inutilizzata. In altre parole, l’impatto rialzista dei prezzi potrebbe rivelarsi fugace”.

La recente produzione libica di greggio si aggirava sugli 1,2 milioni di barili al giorno; un portavoce della Noc, ha aggiunto:

Se le esportazioni libiche verranno interrotte per un periodo prolungato, la produzione rallenterà a 72.000 barili al giorno”.