7minuti da casa.
Sette.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.Perché non ho solo attraversato la città.
L’ho attraversata tutta,quasi da un capo all’altro, e nel frattempo ho cambiato tre alloggi.
Tre case, tre ripartenze, tre modi diversi di chiamare “casa” qualcosa che ancora non lo era del tuttoe continua a non esserlo, perché la mia vera casa è dove tengo le emozioni più grandi più vere, è dove sono diventata mamma e dove ho coltivato quel germoglio chiamato famiglia.Ma qui c’è il lavoro e le mura che chiamo casa con dentro quel germoglio fiorito che mi dà la forza di continuare a costruire il nostro futuro insieme.
E ogni volta,fino a l’altro ieri prendevo tre mezzi per andare al lavoro, un’ora di viaggio, una collezione di attese che avrebbero meritato un album fotografico.E ora, all’improvviso, la vita mi regala una distanza minima.
Una vicinanza che quasi mi commuove.Entro nella scuola con la sensazione di essere arrivata in un luogo che non mi chiede fatica, ma solo presenza.
E, per non smentirmi mai, arrivo con un gesto che è più mio di qualsiasi documento: un vassoio di paste di mandorla fatte da me.
Perché cambiano le scuole, cambiano le distanze, cambiano gli alloggi… ma certe dolcezze restano identiche.Mi accolgono, mi consegnano lecarte della presa servizio mi fanno accomodare… e poi mi mandano alla visita del lavoro.
Un passaggio necessario, certo, dopo il mio ultimo “episodio” al Policlinico.
Un episodio che non è solo un ricordo: è qualcosa che porto ancora con me, come una nota scritta sul margine della mia storia.Esco dalla scuola e mi avvio verso la visita.
Cammino per300 metri.
E mentre cammino, mi accorgo di una leggerezza strana.
Non quella dell’anima, ma quella che ti fa dire:
“Qui manca qualcosa.”E infatti mancava.
N.
Le carte del Policlinico.sono rimaste dentro la borsa con le paste di mandorla
Quelle che parlano di me, del mio corpo, della mia salute.
Quelle che non puoi dimenticare perché non sono solo burocrazia: sono memoria, sono percorso, sono verità.Mi volto e torno indietro.
Non è una grande distanza, ma è sufficiente per farmi riflettere: anche quando la vita si semplifica, io riesco a complicarla con una naturalezza che sfiora l’arte.
E forse non è un difetto.
Forse è il mio modo di ricordarmi che nulla è mai solo logistico: tutto è emotivo.Rientro a scuola trafelata.
La segreteria mi guarda, preoccupata:
«Ketty, cos’è successo?»E io, con quella mia ironia che spesso protegge ciò che non dico:
«Sono andata a lignaa senza corda.»e aggiungoPoi glielo spiego.
Perché certe espressioni non sono solo dialetto: sono filosofia.
Vuol dire partire convinti, ma senza ciò che ti serve veramente per concludere l’obiettivo.
Vuol dire slancio senza struttura.
Vuol dire che a volte la fretta ci illude di essere pronti, quando in realtà ci manca ancora un pezzo — e quel pezzo, spesso, è importante.Riprendo le carte del Policlinico, rifaccio i miei 300 metri, faccio la visita, torno a casa.
Tutto in una manciata di minuti.E mentre rientro, mi rendo conto che questa nuova scuola non è solo vicina.
È un simbolo.
Un invito a vivere con meno corse e più consapevolezza.
A riconoscere che le distanze che contano davvero non sono quelle tra casa e lavoro, ma quelle tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.La vita, a volte, si accorcia.
E noi dobbiamo imparare a non allungarla inutilmente.
Magari portando con noi, sempre, qualcosa che ci somiglia:
una pasta di mandorla, un sorriso, un pezzo di casa.Benvenuti nella mia nuova quotidianità.
Vicina, sì.
Ma piena di significat e speranzei che camminano con me.
Il lavoro da1 a un massimo di7 minuti da casa eil percorso di una intera vita