terza puntata – Tra colonna sonora immaginaria, ansia da prestazione e un commento che non avrei voluto sentire.
Adesso ero pronta per l’incontro con il mio istruttore di guida.
Quante volte avevo fantasticato sul suo aspetto fisico.
A volte lo immaginavo magro, alto, biondo, occhi azzurri: una bellezza scontata, dettata dai canoni del periodo, ma che ai miei occhi risultava quasi dozzinale.
Più spesso, invece, era alto, bruno, occhi neri e sguardo profondo. Il colore degli occhi cambiava in azzurro o verde, come quando provi una blusa prima di uscire e ti osservi allo specchio cercando la tua palette cromatica, che negli anni ’90 era puro futurismo.
Avevo mille e una aspettativa su questo “evento”.
Non conoscevo l’istruttore, ma l’omino,che poi scoprii chiamarsi Bruno, mi aveva detto che era uno dei proprietari della scuola guida.
Due fratelli, due sedi in punti diversi della città. Uno, in particolare Pasquale, si occupava dell’autoscuola “Manzoni”.
Pasquale… non è che fosse proprio un nome da sogno.
Tipico del Sud, con quel nome puoi solo immaginare un uomo di mezz’età mezzo pelato e con le maniglie dell’amore diventate maniglioni antipanico e le calze a mezzagamba bianche in sandali da monaco tibetano, niente di più niente di meno.
Appuntamento davanti alla scuola guida alle 15:30, insieme ad altri ragazzi che avevano passato l’esame di teoria come me. Gruppi da tre o quattro, dieci o quindici minuti di guida ciascuno, e tanta pazienza.
L’auto era una Golf Volkswagen diesel grigio metallizzato, identica a quella di mio fratello, solo che questa aveva i pedali anche dal lato passeggero e, sopra la targa posteriore, la scritta SCUOLA GUIDA.
In piedi sul marciapiede, l’ansia mi stava divorando.
Ripassavo mentalmente i passaggi di accensione e partenza studiati con Bruno:
- Piede sul pedale a sinistra, la frizione, schiacciata fino in fondo.
- Cambio in prima marcia, quella per partire da fermi.
- Girare la chiave finché il motorino di avviamento non accende la macchina.
- Rilasciare lentamente la frizione e, contemporaneamente, premere l’acceleratore.
E poi?
Oddio… non lo sapevo. La lezione di Bruno finiva lì.
Tutti questi pensieri giravano nella mia testa come un tornado che, a ogni secondo, acquistava potenza, pronto ad abbattersi sulla mia già fragile stabilità mentale.
Intanto la macchina era arrivata.
La portiera si aprì con un clic che mi attraversò come una scossa.
Prima comparve una scarpa bianca immacolata, il monaco e i suoi sandali si erano volatilizzati, poi la gamba, e il resto del corpo che si sollevò dall’abitacolo con una naturalezza quasi insolente.
Non scese dall’auto: emerse, come un protagonista che entra in scena sapendo di avere già conquistato il pubblico.
Avete presente le scene dei film in cui il divo entra e la regia si mette a fare gli straordinari per renderlo irresistibile?
Ecco, nella mia testa partì pure la colonna sonora, quella un po’ lenta, un po’ ammiccante, che ti fa capire subito che stai per cacciarti nei guai.
Le ultime cellule grigie rimaste si misero sull’attenti, pronte a svenire una dopo l’altra, mentre lui avanzava verso di noi con quel passo sicuro che non lascia scampo.
Tutto sembrava andare alla velocità 0.5x e questo alla mia mente permetteva di osservare dettagli che altrimenti sarebbero andati persi.
Scarpe di ginnastica di un bianco immacolato, jeans aderenti neri punti giusti, senza maniglioni antipanico, e camicia azzurra sbottonata sul collo a mostrare un Tao in legno, che all’epoca faceva tanto figo, e poi il viso.
Carnagione bruna od olivastra, come si dice, tipica mediterranea, barba leggermente incolta, che dava l’aspetto di uomo duro, che non deve chiedere mai, e poi gli occhi nerissimi dallo sguardo profondo, ipnotico a quegli occhi non puoi negare nulla.
Rimasi così, imbambolata e impalata come un salame appeso in salumeria in attesa di essere scelto, comprato e gustato, persa nel turbinio dei miei sogni proibiti.
Fu allora che mi accorsi, con un brivido di terrore tardivo, che Bruno stava parlando.
E parlava di me.
Che diamine gli stava dicendo di me???
Mannaggia al mio fantasticare ad occhi aperti che inevitabilmente mi fa tappare le orecchie sul qui e ora.
Annaspo per riprendere il controllo e…
Sentii dire da Bruno, con la sua voce pacata e traditrice:
«È lei quella che sbagliava sempre la stessa domanda del quiz, schiva lo scontro cambiando corsia.»
Io.
Io che schivo abbracci dagli sconosciuti sullo stesso mio marciapiede, cambiando direzione, quella risposta sbagliata era ancora nella memoria di tutti, e adesso lo sapeva anche Pasquale.
Io che, in quel momento, avrei voluto sprofondare sotto il marciapiede.
E fu proprio in quell’istante, quando ormai ero certa di aver perso ogni residuo di dignità, che Pasquale si fermò davanti a me.
Non davanti al gruppo.
Davanti a me.
Si chinò leggermente, vista la differenza di altezze, mi studiò con quello sguardo che ti toglie l’uso delle gambe e, con un mezzo sorriso che sapeva di guai, disse:
«Tranquilla… l’auto la controllo io. Tu intanto prova a controllare la faccia che stai facendo.»
Il mio cervello si spense.
Il cuore accelerò.
E la mia dignità… be’, quella si diede alla fuga senza nemmeno salutare.
Il resto… lo racconto nella prossima puntata.