Il Mondo di Ketty – La Caponata, una Diva in Cucina

Quando gli ingredienti litigano ed io da cuoca divento una regista disperata.

E se un giorno la mia cucina si trasformasse in un teatro?

Signore e signori, benvenuti a teatro! Oggi sul palco della mia cucina va in scena un dramma gastronomico senza precedenti: “La Caponata, una Diva in Cucina”.

La protagonista? Sua Maestà la Melanzana, ovviamente. Capricciosa, pretenziosa e assolutamente intollerante a chi osa cuocerla senza il dovuto rispetto. Se non la friggiamo con attenzione, potrebbe vendicarsi diventando una spugna d’olio o, peggio, un pezzo di cartone insipido. Un errore e la diva si ritira nel camerino con un cipiglio offeso, rovinando l’intero spettacolo.

Poi c’è la squadra di supporto: pomodoro, cipolla, capperi, sedano e olive. Ognuno con il proprio carattere ben definito. Il pomodoro, sanguigno e passionale, vuole dominare la scena, mentre il sedano si lamenta di non essere mai abbastanza considerato, ma se non ci fosse lui l’opera perderebbe in croccantezza. Le olive, snob per natura, si credono l’elemento sofisticato della compagnia, e i capperi, piccoli ma velenosi, hanno sempre qualche commento salato da fare.

Ma attenzione! La vera svolta narrativa arriva con l’aceto e lo zucchero: il colpo di scena perfetto! Il dolce e l’agro si incontrano in un duello all’ultimo sapore, una lotta senza esclusione di colpi che, se ben gestita, porta alla perfetta armonia. Ma basta sbagliare le dosi e il risultato potrebbe trasformarsi in una tragedia shakespeariana.

E il regista di questo melodramma? Io, che tento disperatamente di mantenere l’equilibrio tra gli ingredienti litigiosi, con la speranza che alla fine tutti trovino il proprio posto nel piatto senza inscenare una rivolta.

Infine, dopo ore di prove, discussioni e tensioni, la Caponata è pronta per il gran debutto. Viene servita e… applausi! Ma attenzione, perché la diva ha un’ultima richiesta: “Lasciatemi riposare!”. Solo dopo qualche ora (o meglio ancora, il giorno dopo), il capolavoro raggiunge la sua massima espressione.

Così si conclude il nostro spettacolo culinario, tra sudore, lacrime e un’esplosione di sapori. La Caponata è servita… inchinatevi alla Regina indiscussa della tavola siciliana!

Arancina o arancino? Il mistero più croccante della Sicilia

Tra storia, leggende e sapori, la disputa più deliziosa della Trinacria.

Ci sono battaglie che segnano la storia dell’umanità: Atene contro Sparta, Coppi contro Bartali, cane contro gatto… e poi c’è la madre di tutte le dispute siciliane: arancina o arancino? Un duello epico tra Palermo e Catania che va avanti da secoli, senza vincitori né vinti, ma con un’unica certezza: alla fine, l’importante è mangiarla. Perché che sia rotonda o a punta, “accarne o abburro”, al nero di seppia, al pistacchio, al cioccolato o come tu la desideri e sogni, l’arancina è un capolavoro di ingegneria culinaria: croccante fuori, morbida dentro, un esplosione  di sapore… e potenzialmente letale per le camicie bianche, perché dovrà essere mangiata rigorosamente con le mani.

La diatriba tra arancina e arancino ha radici storiche e linguistiche profonde, legate alle tradizioni culinarie di Palermo e Catania.

Un viaggio tra storia e leggenda

L’arancina/arancino affonda le sue radici nell’epoca araba (IX-XI secolo), quando in Sicilia il riso era già diffuso grazie agli Arabi, che lo cucinavano con zafferano e spezie. Tuttavia, la versione impanata e fritta sembra essere un’invenzione successiva, probabilmente nata per rendere il riso più trasportabile e conservarlo meglio, soprattutto per i viaggi lunghi o le giornate di lavoro nei campi.

Palermo: l’arancina e il frutto dell’ispirazione

A Palermo, patria della versione tonda, il nome arancina è femminile perché si rifà al frutto da cui prende ispirazione: l’arancia. Il suo aspetto rotondo e dorato ricorda proprio il frutto degli agrumi siciliani, e la grammatica italiana segue questa logica: arancia → arancina.

Catania: l’arancino e la forma della tradizione

A Catania, invece, la versione più diffusa è quella con la punta, che secondo alcuni sarebbe un omaggio all’Etna. Qui il nome è arancino, maschile, perché si rifà alla parola arancio, l’albero. La regola linguistica vuole che il frutto sia femminile (arancia), ma l’albero maschile (arancio), e da questo deriverebbe il nome catanese.

Chi ha ragione?

Se chiedi a un palermitano, ti dirà che la Crusca ha stabilito che il termine corretto è arancina. Se chiedi a un catanese, ti risponderà che arancino suona meglio.

L’accademia della crusca, “Super partes” ha decretato esatte entrambe le versioni e pace in terra tra gli uomini siciliani .

Che alla fine, è il sapore che conta.

La verità?

Entrambe le versioni sono deliziose, e chiunque provi a risolvere la disputa finisce per dimenticarsene dopo il primo morso!

La ricetta dell’arancina/arancino, che tu la preferisca tonda o a punta, ecco come prepararla a casa!

Ingredienti (per circa 10 pezzi):

  • 500 g di riso (tipo Arborio o Carnaroli)
  • 1 bustina di zafferano
  • 1 litro di brodo vegetale
  • 50 g di burro
  • 100 g di parmigiano grattugiato
  • 200 g di ragù di carne (oppure besciamella e prosciutto per la versione “al burro”)
  • 150 g di piselli (opzionale per la versione al ragù)
  • 100 g di Provola dolce
  • 2 uova
  • Pangrattato q.b.
  • Farina q.b.
  • Acqua q.b.
  • Olio di semi per friggere

Procedimento:

  • 1. Cuoci il riso nel brodo con lo zafferano fino a completo assorbimento, poi mantecalo con burro e parmigiano. Stendi il riso su una teglia e lascia raffreddare.
  • 2. Prepara il ripieno: ragù di carne con piselli per la versione classica, oppure besciamella e prosciutto per la variante al burro.
  • 3. Prendi una porzione di riso, appiattiscila sulla mano, aggiungi un cucchiaio di ripieno più un pezzetto di provola(che fa filare le arancine) e richiudi formando una sfera (o un cono, se vuoi onorare la tradizione catanese!). Questo è il passaggio che definisce la mano da vero artista!
  • 4. Passa ogni arancina/arancino nell’emulsione di acqua e farina, oppure nell’uovo sbattuto e infine nel pangrattato.
  • 5. Friggi in olio caldo fino a doratura e lascia asciugare su carta assorbente.

P.s. per sapere quando l’olio raggiunge la giusta temperatura, non serve il termometro alimentare, basta inserire la punta di uno stuzzicadenti in legno, ti accorgerai che se fa le bollicine, puoi inserire le arancine.

E tu, da che parte stai?

Adesso tocca a te! Sei del team arancina o arancino? Preferisci la versione classica, al burro o una variante più creativa? Raccontalo nei commenti e, soprattutto… buon appetito.