Seconda puntata
Quando per una fototessera serviva più coraggio che per la patente.
Ci sono momenti in cui la libertà non arriva con un gesto eroico, ma con una porta che si apre cigolando e un omino che ti squadra come se avesse già capito tutto di te.
Il mio viaggio verso la patente iniziò così: con un sorriso sgembo, un elenco di tasse da pagare e un outfit che oggi definirei… coraggioso.
All’epoca, invece, mi sembrava un’opera d’arte.
Era il 3 ottobre 1986: diciotto anni e un giorno.
Alle 15:30 precise, perché certe cose si fanno con puntualità svizzera, varcai la porta della rinomata autoscuola Manzoni, a poche centinaia di metri da casa.
Mi accolse un omino di statura medio-bassa (non che io potessi vantarmi di molto di più), con un’andatura leggermente claudicante e una corporatura che suggeriva un rapporto affettuoso con i pranzi delle festività… anche fuori stagione.
Aveva un sorriso sgembo ma irresistibile, e attorno a lui un gruppetto di aspiranti patentati che pendevano dalle sue battute.
Un uomo empatico, di quelli che i giovani eleggono a mascotte senza nemmeno accorgersene.
Gli parlai del mio desiderio di libertà, movimento, indipendenza.
Lui, in tutta risposta, mi consegnò un foglio con un elenco puntato: documenti, marche da bollo, tasse.
La poesia finiva lì.
Così, mogia mogia, andai dal mio papi, il mio personale banco di mutuo soccorso, che aprì il portafoglio con la solennità di un ministro del Tesoro e mi invitò a occuparmi da sola di tutto.
Detto fatto: mancavano solo le tre fototessera.
La scelta dell’outfit per le foto mi impegnò per buona parte del pomeriggio.
Quando il mio ego fu soddisfatto del risultato che lo specchio a figura intera della mia camera mi rimandaca, uscii alla volta dello studio fotografico.
Perché sì, ci voleva un fotografo professionista: erano foto destinate a rimanere sul famoso lenzuolo rosa per sempre… o almeno così si credeva.
In realtà ci rimasero “solo” 31 anni.
Un’era geologica.
Il mio ego, quel giorno, era in vena di grandi opere.
Decise che mi sarei presentata dal fotografo come una “scecca parata”.
Per chi non è della mia parte di Sicilia: durante sagre e manifestazioni, prima fra tutte la Sagra del Mandorlo in Fiore, cavalli e asini vengono bardati con ricami, piume e colori sgargianti: giallo, arancione, rosso, i colori della bandiera sicula.
Ecco, io ero la versione umana di quella tradizione.
Jeans (fin qui tutto bene).
Sopra, una camicia lunga fino alle ginocchia (nessuno mai mi aveva detto che l’effetto ottico sarebbe stato di rendermi ancora più bassa, se mai fosse stato possibile), color giallo tuorlo d’uovo in un tessuto lucido tipo lamé che avrebbe fatto a pugni con il flash della macchina fotografica.
Capelli in stile mullet: corti sopra, lunghi sulle spalle.
Non proprio l’ideale per il mio viso “da ‘o’ di Giotto”.
Completai l’opera con orecchini a cerchio con pietre blu, che con me c’entravano quanto un cactus in Val Gardena, e un girocollo rigido in oro con rose di Francia, regalo della mia mamma per il mio diciottesimo anno d’età.
Oggi, se guardo quella foto, mi si accappona la pelle.
Ma la me di allora era fiera, convinta di aver raggiunto l’apice dello stile.
E così quella foto rimase, per un trentennio, sui registri della Motorizzazione Civile.
Una testimonianza indelebile della mia creatività adolescenziale.
Il foglio rosa era quasi pronto.
L’outfit pure.
Mancava solo l’incontro con l’istruttore: quello vero, quello che avrebbe messo alla prova la mia pazienza, il mio coraggio e, soprattutto, la frizione.
Nella prossima puntata entreremo finalmente in macchina.
E lì sì che iniziano le curve… in tutti i sensi.